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maxi processo

Rinascita Scott, Pantaleone Mancuso e gli incontri al bar Tony

Gli affari di “Scarpuni” intercettati ai tavoli del locale: il progetto di attentato a Il Grande, le imbasciate di De Rito, la faida tra Patania e Piscopisani, i villaggi controllati dai Mancuso, l…

Pubblicato il: 18/04/2022 – 15:33
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, Pantaleone Mancuso e gli incontri al bar Tony

LAMEZIA TERME Si chiama bar Tony uno dei locali in cui si recava Pantaloene Mancuso, alias “Scarpuni, per incontrare i suoi uomini. Un uomo accorto “Scarpuni” che non si fidava e faceva bonificare i luoghi che frequentava.
È una summa di indagini e di procedimenti il processo “Rinascita” che si sta svolgendo nell’aula bunker di Lamezia Terme. Capita così che il maxi guardi anche al passato per fare il punto sulle famiglie di mafia della Provincia di Vibo Valentia. Già nel 2012, per esempio, vi sono state all’interno del bar una serie di intercettazioni per monitorare il capocosca di Limbadi. Intercettazioni che sono confluite anche nell’inchiesta Costa Pulita. «Più volte – racconta il sostituto commissario di polizia Antonio Condoleo – è stato notato Pantaleone Mancuso stesso con un’apparecchiatura che riteniamo fosse un rilevatore di microspie che bonificava l’area, faceva il giro della sala con questo apparato in mano, e c’era un altro personaggio che proprio fisicamente alle volte controllava i bar sotto… i tavolini sotto e sopra, diciamo, per vedere, presumo, che non ci fossero microspie».
Nonostante questo gli investigatori riescono a registrare diversi incontri e durante il processo Rinascita vengono ricostruiti quelli che erano i contatti, le inimicizie, i propositi di vendetta, gli affari, le faide, le alleanze, di uno dei vertici della famiglia Mancuso.

Il progetto di attentato a Il Grande

In particolare, nel 2013 è stato monitorato un incontro tra Pantaleone Mancuso e altre due persone su un progetto di attentato che i tre avevano intenzione di fare ai danni di Carmelo Il Grande di Parghelia.
«Sostanzialmente – spiega Condoleo rispondendo alle domande del sostituto procuratore Andrea Mancuso – questo Il Grande era, tra virgolette, da loro ritenuto responsabile di aver messo una bottiglietta intimidatoria ad un imprenditore dal quale Pantaleone Mancuso già, da come si capisce dalle conversazioni, prendeva del denaro. Questo Pantaleone Mancuso lo riteneva uno sgarro nei suoi confronti, ed accanto al fatto che questo Melo Il Grande, Carmine Il Grande, si sarebbe appropriato di un villaggio, lo aveva determinato a progettare questo attentato nei confronti di Il Grande, attentato che poi ha ricevuto il veto da parte di uno zio di Pantaleone Mancuso e quindi è stato accantonato». 

De Rito al cospetto di “Scarpuni”

A marzo 2013 vengono intercettati Pantaleone Mancuso e Mario De Rito. De Rito, in qualità di titolare di una lavanderia, chiede a Mancuso «la possibilità di erogare dei servizi di questa lavanderia ad imprenditori della zona di Tropea, Pantaleone Mancuso dà il suo assenso comunque dicendo di rivolgersi a Tonino a nome suo, dice: “Vai da Tonino parla”. De Rito Mario nella circostanza dice: “Sì, sì, glielo avevo già accennato a Tonino e anche allo zio Mico”. Tonino… quindi noi identifichiamo sempre Tonino per La Rosa Antonio, e lo zio è il padre, La Rosa Domenico, di La Rosa Antonio, quindi sostanzialmente lui aveva già parlato con La Rosa Antonio e lo zio Mico, però, prima di andare a fare delle forniture, aveva ritenuto opportuno chiedere il permesso a Pantaleone Mancuso».
Nel corso di quello stesso incontro De Rito parla della vicenda di un’intimidazione che era stata fatta a persone che loro identificano come “quelli del colore”. De Rito dice che lui non c’entra niente, che ha fatto solo da ambasciatore. Pantaleone Mancuso risponde: «Lo sai che non lo so questo fatto ma chi l’ha toccato?», intendendo chi ha toccato quelli del colore?
«Andrea», risponde De Rito riferendosi all’attuale collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Mantella ha saltato il fosso nel maggio 2016. Prima era stato il braccio armato della cosca vibonese Lo Bianco-Barba e in seguito è divenuto il capo di un gruppo autonomo che si contrapponeva al potere dei Mancuso.

La faida tra Patania e Piscopisani

Nel corso della sanguinosa faida tra Patania e Piscopisani, Pantaleone Mancuso ha avuto un ruolo importante nel dare appoggio ai Patania contro i Piscopiasani che tentavano di controllare il territorio dei Mancuso approfittando del fatto che molti esponenti della cosca fossero in carcere.
A febbraio 2013 Pantaleone Mancuso si preoccupa che qualcuno legato alla faida tra Patania e Piscopisani si sia pentito. Ritiene che fosse uno tra stranieri killer al soldo dei Patania, Ibrahimi Arben e Beluli Vasvi. Il suo interlocutore gli dice che «l’altra volta c’è stata baraonda qua mi diceva mio fratello». Probabilmente si riferisce al fatto che i due stranieri si erano decisi e collaborare e avevano raccontato di avere dimorato a Nicotera Marina dove erano stati portati a fare un sopralluogo. In seguito si parla anche di Daniele Bono, un altro soggetto legato ai Patania che ha scelto di collaborare.

I villaggi controllati dai Mancuso

Qualche tempo dopo viene registrata una conversazione tra Pantaleone Mancuso e altre due persone, Carlo Russo e Giancarlo Loiacono (non implicati in Rinascita). I due raccontano a Mancuso che tre villaggi della costa vibonese pagavano il pizzo a Diego Mancuso. Ogni 14 agosto davano 40mila euro «tramite un loro emissario ai figli di Diego Mancuso». «Accanto a questa notizia – dice il teste – i due, Loiacono e Russo, elencano una serie di villaggi della zona di Zambrone di cui Pantaleone Mancuso si annota il nome,  con l’intento di verificare se questi villaggi fossero in qualche modo controllati da suoi parenti».
Carlo Russo dice a Mancuso, mentre questi sta stilando la lista: «Sì, questo lo potete cancellare, questo nel mezzo, che questo qua dice che ce l’ha il figlio di Addecu e di Peppe, però a noi non risulta». Addecco è il nomignolo che viene dato a Diego Mancuso.

«Nicotera è il paese più tranquillo al mondo»

In un’altra conversazione Pantaleone Mancuso manda a dire ai suoi uomini di intimidire un imprenditore di nome Macrì per fare in modo che si facesse portavoce con degli imprenditori russi, che in quel periodo orbitavano sulla zona di Tropea, per parlare bene di due imprenditori vicini a Mancuso. Uno dei due è Vincenzo Renda, imputato in Rinascita e accusato di essere partecipe della cosca Mancuso. Macrì avrebbe dovuto dire che «Nicotera è il paese più tranquillo che ci può essere al mondo, non nella Calabria, perché sennò se la passa male questo qua che gli avrà detto il contrario». E inoltre avrebbe dovuto dire che i due imprenditori vicini al boss erano «due uomini speciali». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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