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Il talk “20.20”

«C’è bisogno di un nuovo meridionalismo. L’esempio? Giacomo Mancini»

Paride Leporace, autore del pamphlet sull’ex ministro: «Lo racconto anche per sfatare luoghi comuni come quello sull’A3»

Pubblicato il: 21/04/2022 – 7:18
«C’è bisogno di un nuovo meridionalismo. L’esempio? Giacomo Mancini»

LAMEZIA TERME La figura di Giacomo Mancini e l’attualità politica regionale sono state al centro dell’ultima puntata del talk “20.20”, andato in onda su L’altro Corriere Tv mercoledì sera. Ospite di Danilo Monteleone e Ugo Floro il giornalista Paride Leporace, autore del pamphlet “Giacomo Mancini, un uomo del Sud” dedicato ad una delle più grandi personalità politica della regione.
«Giacomo – esordisce Paride Leporace – era laureato in Legge a Torino, figlio di un celebre penalista, Pietro Mancini, avvocato straordinario oltre che fondatore del socialismo meridionale; nei confronti del figlio assumerà un peso notevole. Giacomo ha svolto poco la professione, ma quando l’ha fatto si è impegnato in cause rilevanti. Il titolo l’ho tratto dall’aver seguito come cronista il processo lunghissimo a Giacomo Mancini, tra Palmi, Reggio Calabria, Rebibbia, Padova. E da giovane cronista che si avventurava a seguire e a rendicontare sul giornale e in tv l’esito di questi processi, sono rimasto colpito da quest’uomo anziano, personalità della Repubblica che in Tribunale, invece di presentarsi riferendo di essere stato segretario del partito socialista, ministro e quant’altro, diceva di essere “un avvocato del Sud”. Mancini è stato veramente un avvocato del Sud che ha caratterizzato la sua azione politica con questa visione meridionalista».

Il Mancini intellettuale

«Dedico un capitolo del libro all’aspetto culturale. Giacomo – ha spiegato ancora Leporace – proveniva da parte materna da una famiglia aristocratica del Medioevo di Cosenza. A casa sua sono custoditi circa 40mila volumi, e questo lo descrive dal punto di vista intellettuale. Si è sempre interessato alla comunicazione, ha sostenuto giornali per la sua azione politica. A lui si deve il Giornale di Calabria, il più grande tentativo di creare un giornale alternativo alla Gazzetta del Sud, in maniera strutturata e legata all’industria. Ha avuto televisioni, ha finanziato la casa editrice Lerici e nel 1949 ha fondato il premio “Sila”, uno dei premi letterari più antichi e con un taglio meridionalista che vede in questo ambito personaggi come Sciascia e Ungaretti».

Il meridionalismo di Mancini e la necessità di un nuovo meridionalismo

Di Meridionalismo c’è sempre bisogno «perché noi viviamo all’interno del più grande divario nord-sud al mondo, che non ha eguali per ragioni storiche. Queste personalità che si sono dedicate al meridionalismo, come Mancini che lo ha fatto da statista, da ministro, hanno sempre sottolineato come il sud abbia avuto troppo poco. A quell’epoca non era facile, anche all’interno del suo partito. Mancini dialogava e polemizzava con Giolitti sulla necessità di costruire la Salerno-Reggio Calabria. Giolitti la voleva al nord perché la riteneva strumento di espansione più importante. Il centro siderurgico di Gioia Tauro, che è uno dei grandi elementi di discussione, è stato chiuso con due articoli del Corriere della Sera e non con un dibattito in Parlamento. Oggi c’è bisogno di un nuovo meridionalismo, c’è bisogno di parlarne perché investe molti aspetti della nostra della nostra contemporaneità».
«La Salerno-Reggio Calabria, a cui dedico un capitolo per smentire alcuni luoghi comuni – dice ancora Leporace – ha rotto un isolamento storico e non solo di Cosenza, ma di tutto il sud. Ha rotto l’isolamento del Cilento, della Basilicata. Era un progetto di cui si discuteva dai tempi del fascismo».

Il socialismo

«I socialisti – sottolinea ancora l’autore del libro – vengono tutti da Mancini. Si saranno potuti trasformare in Craxiani, Lombardiani, di Forza Italia, ma l’origine è quella. Post mortem, a distanza di vent’anni c’è un recupero e anche un orgoglio di identità socialista. Quando Mancini ha rivoltato Cosenza come un calzino e l’ha trasformata radicalmente, negli anni a venire il dibattito politico si fermava al “voi non siete all’altezza di Mancini, Mancini era un’altra cosa”. Anche questo ci fornisce una misura della sua persona. Ha lasciato opere materiali e immateriali che sono rimaste nel cosiddetto immaginario collettivo e ho scritto il libro per fare emergere queste cose».
«Il partito socialista dopo il 1992 si è frantumato in mille rivoli. Sono perplesso dalle agorà democratiche che, tentando di risollevare le questioni della sinistra, non aprono discussioni su Mancini e non per il culto polpottista della memoria, ma per capire dove bisogna andare a parare con i buoni esempi, anche perché il Pd è un contenitore. In questo pamphlet sostengo che Mancini è stato in grado di fare un rassemblement ante litteram sul modello francesce, che conosceva perché era amico di Mitterand: attorno al leader socialista del territorio si costruivano delle maggioranze ampie legate al tempo. Cosenza era la provincia più socialista d’Italia e spesso la Calabria è stata la regione più socialista, parliamo in termini numerici importanti di un partito che aveva un radicamento importante e che era stato tra i primi a trasformarsi da un partito di subalterni che si incontrava coi ceti medi».

Il dinamismo di Occhiuto

Nel corso della trasmissione non sono mancati accenni anche all’attualità politica regionale. «Il dinamismo c’è – evidenzia Leporace –. Occhiuto ha l’età per affrontare questa sfida storica. Forse in questa fase che ancora vive una buona luna di miele sarebbe meglio precisare gli indirizzi. Un giorno pensiamo di andare verso un industrialismo di nuova generazione, poi ritorna la questione turismo e cultura. Forse si vuole fare tanto ma credo ci sia bisogno di una condivisione più larga. C’è un’opposizione che, tranne qualche singolo episodio, non mi pare stia offrendo contributi positivi. Ci sono delle battaglie all’ordine del giorno estremamente importanti: se non si valorizzano il sapere critico e le capacità delle nuove generazioni, la partita si fa complicatissima. La classe dirigente conosce gli studi, siamo un’area del mediterraneo a rischio spopolamento per i piccoli paesi che contiene e se non si ha un progetto alternativo collegato alle nuove dinamiche condizionate da Covid e conflitto in Ucraina – conclude – rischiamo di non affrontare le questioni di base».

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