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Maria Chindamo, a sei anni dalla scomparsa «la memoria si trasformi in impegno» – FOTO e VIDEO

Sit-in in contrada “Montalto” a Limbadi. Il fratello Vincenzo: «Questa comunità si ribella al silenzio imposto a Maria»

Pubblicato il: 06/05/2022 – 14:17
di Giorgio Curcio
Maria Chindamo, a sei anni dalla  scomparsa «la memoria si trasformi in impegno» – FOTO e VIDEO

LIMBADI «Ogni anno si rinnovi il nostro impegno, la memoria si traduca un impegno concreto». È così è stato anche oggi a sei anni dalla scomparsa di Maria Chindamo, da quel 6 maggio del 2016 in cui dell’imprenditrice si sono perse le tracce, proprio davanti a quel cancello dell’azienda agricola, in contrada Montalto e che, anche quest’anno, ha fatto da sfondo al sit-in di memoria promosso da Libera, Agape, comitato Controlliamo noi le terre Di Maria e Penelope Italia Odv, e che ha visto anche le adesioni di scuole, associazioni, istituzioni e singole cittadine e cittadini che hanno scelto di condividere la richiesta di verità e di giustizia della famiglia.

Sete di verità e giustizia

Un caso eclatante di lupara bianca quello di Maria Chindamo, originaria di Laureana di Borrello, uccisa dalla criminalità organizzata del posto. Il suo ricordo è più vivo che mai e alimenta ancora quella sete di verità e giustizia che ancora mancano. «Sei anni passati da quella bruttissima mattina in cui Maria è stata aggredita davanti a questo cancello – ricorda il fratello Vincenzo Chindamo ai microfoni del Corriere della Calabria – aggredita presumibilmente per imporle il silenzio». Fu proprio lui  a giungere sul posto e a trovare quel cancello ancora chiuso. Davanti, l’automobile di Maria col motore ancora acceso, qualche traccia di capelli, sangue e un enorme vuoto. «Ma la comunità – ricorda Vincenzo – si sta dimostrando molto più bella di ciò che si aspettasse, questa è la comunità per intero che non vuole quel silenzio che a Maria è stato imposto. Ci sono le scuole, le associazioni, la gente comune, le forze dell’ordine. Ci siamo tutti, siamo qui per dire che il silenzio non deve contraddistinguere la nostra terra, una terra bella e di persone belle».

«La memoria si trasformi in impegno»

Una manifestazione sentita e commossa, con la presenza della madre, il fratello Vincenzo e i figli, oltre alle tantissime associazioni e a istituzioni e mondo della politica regionale: la vicepresidente della Regione Calabria, Giusi Princi, il vescovo Attilio Nostro, il sindaco di Limbadi, Pantaleone Mercuri, il consigliere regionale del Pd, Raffaele Mammoliti. E poi Carmine Zappia e i genitori di Matteo Vinci. Da Limbadi però continua incessante quella domanda di verità e il bisogno di memoria. «Bisogna fare memoria – ha sottolineato il vescovo Attilio Nostro – costruirla, quindi non un semplice ricordo ma una memoria che si trasforma in impegno e che ci consenta di guardarci in faccia, tutti, e dire “dobbiamo tutti fare di più” per dare la giusta verità, la giusta dignità a Maria ma ad un territorio intero che ancora soffre di questo tipo di cultura di ‘ndrangheta che macchia, ancora, un bel territorio come questo». Per il vescovo ci troviamo di fronte «ad una storia che non è solo ingiustizia, ma anche morte che nel nostro ricordo diventa una storia di affermazione fortissima di tutti i valori che la vita porta con sé. Conservare la memoria di queste persone che sono state vittime della stupidità e della violenza della ‘ndrangheta, significa renderle almeno in qualche modo utili a chi resta. Il nostro ricordo significa comprenderci come eredi della bellezza della vita di questa donna, della vita di questa famiglia che ha visto la propria mamma strappata all’affetto dei suoi cari. Allora il nostro ricordo deve essere imperituro, un imperativo morale quello di non dimenticarci non solo di loro, ma soprattutto di ciò che significano per questa bellissima terra».

«Libertà espressione di riscatto»

Presente anche la vicepresidente della Regione Calabria, Giusi Princi: «Io ho detto alle ragazze che la scomparsa prematura della loro madre non è stata inutile perché si è creato un mondo dato dalla presenza di comunità che dalle istituzioni, la scuola e l’associazionismo perché Maria Chindamo rappresenta l’emblema di una donna dal cui esempio la Calabria vuole ripartire. Che è data dalla resilienza, alla lotta alla criminalità e il non piegarsi all’omertà, una libertà che è espressione di riscatto da cui noi vogliamo partire e le scuole hanno un ruolo determinante». (redazione@corrierecal.it)

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