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Criaco: «La retorica della Calabria vinta e rassegnata fa comodo ai potentucoli locali»

Questa sera su L’altro Corriere Tv il dialogo tra l’autore e lo scrittore Bevilacqua. Una chiacchierata sui Sud e la loro narrazione (sbagliata)

Pubblicato il: 20/06/2022 – 15:07
Criaco: «La retorica della Calabria vinta e rassegnata fa comodo ai potentucoli locali»

LAMEZIA TERME «Se ai nostri ragazzi diciamo “è tutto deciso, fatti la valigia e vai perché è inutile che ci provi continuiamo ad assecondare il nemico. La narrazione dei vinti non sta nelle parole dei nostri autori più grandi ma non deve stare neanche nelle nostre». La «chiacchierata» tra l’avvocato e scrittore Francesco Bevilacqua e Gioacchino Criaco, autore de “Il custode delle parole” offre spunti che vanno oltre il romanzo pubblicato da Feltrinelli. Si parla di Calabria, di Sud, di linguaggi e di una narrazione che conviene ai «potentucoli locali». La storia dei due Andrìa, nonno e nipote, in una terra solo apparentemente appartata come l’Aspromonte, è il punto di partenza per toccare il mondo. Anzi, i mondi. Che sono due: il Sud (più correttamente i Sud) e l’Occidente. “Spiega il villaggio e avrai spiegato il mondo” è una delle frasi che muove dal fondo la storia raccontata da Criaco. 
«Noi, per quanto periferia – dice lo scrittore –, siamo al centro del mondo e abbiamo delle molte cose da dire. Ho provato a dirle partendo da una storia che sembra locale ma che invece ha degli elementi che possono interessare a tutti. Gioca intorno alla vita di un vecchio considerato folle, ma è come se fosse un’altalena tra un angolo di deserto (quello da cui proviene un migrante accolto in Aspromonte da un vecchio pastore, ndr) e un angolo di Francia». Le parole che il vecchio Andrìa custodisce – in contrapposizione alla modernità rappresentata dal nipote che porta il suo stesso nome che viene dal greco ancora parlato nella vallata dell’Ammendolea – sono il perno attorno a cui girano tutte le storie, come fossero due mondi, appunto. «Come ci fosse un Sud ampio – dice Criaco – e dall’altro lato un Occidente rappresentato dalla Francia, come se i due mondi scendessero e salissero nella follia del vecchio senza mai riuscire a guardarsi negli occhi. Il grande dramma dei nostri giorni è non guardarsi negli occhi da posizione paritaria di queste due realtà. E il vecchio attraverso un gregge di pecore e la riesumazione delle parole ci mostra che da un angolo sperduto si può avere una visione limpida del mondo». Andrìa invita il giovane migrante a lavorare assieme a lui «e suo nipote – racconta nell’incipit della chiacchierata Bevilacqua –, uno dei tanti ragazzi calabresi che sbarcano il lunario con il misero stipendio di un call center, quasi per gelosia riscopre l’amore per la propria terra e ritrova il bandolo della matassa della sua esistenza».
È un capovolgimento degli stereotipi appiccicati a una Calabria rassegnata e vinta. «Spesso – parole di Criaco – andiamo a vedere chi sia il nemico, dove stia il complotto contro di noi. Il nemico spesso è interno e per aiutare logiche e poteri asseconda uno spirito e un’interpretazione del pensiero del Sud che è fuorviante. Pensiamo ai personaggi di Alvaro e Verga: ma chi lo dice che sono dei vinti? Nessuno di loro lo è; è passata una narrazione che è stata un equivoco pazzesco, perché è stata associata una retorica della rassegnazione. E questo non è altro che un’intelligenza col nemico, per assecondare i potentucoli locali». 
La rassegnazione, però, «non sta nelle parole di Andrìa che dice ai ragazzi: guardate che state sopra un tesoro, non c’è bisogno di puntare su questi viaggi infiniti della speranza e della disperanza». L’incontro (e il racconto) tra Francesco Bevilacqua a Gioacchino Criaco andrà in onda questa sera, lunedì 20 giugno, alle 21 su L’altro Corriere Tv (canale 75 del digitale terrestre).  

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