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Ospedale di Lamezia, la pezza della riapertura dell’Obi (che è peggio del buco)

Medici “sottratti” al Pronto soccorso. Pazienti in attesa anche per 10 ore. Personale allo stremo. E la chiamata di Occhiuto per verificare i disagi

Pubblicato il: 23/08/2022 – 15:16
di Alessia Truzzolillo
Ospedale di Lamezia, la pezza della riapertura dell’Obi (che è peggio del buco)

LAMEZIA TERME È di sabato scorso la notizia della riapertura, nell’ospedale di Lamezia Terme, della struttura di Osservazione Breve Intensiva (Obi), che fa parte della struttura complessa del Pronto Soccorso. L’Obi ha il compito, come spiega il comunicato diffuso dall’Asp di Catanzaro di «monitorare e valutare l’evoluzione del quadro clinico dei pazienti che si recano al Pronto Soccorso». L’Osservazione breve intensiva era stata chiusa durante i mesi del lockdown dell’emergenza Covid. Inizialmente la stanza, con i suoi dieci posto letto, è stata usata per creare una prima assistenza Covid per pazienti che dovevano essere trasferiti a Catanzaro. Quando poi ha aperto il reparto di Medicina Covid – voluto e gestito dal dottore Gerardo Mancuso – a Lamezia, l’Obi è stato depauperato di tutto, a partire dai 10 posti letto, ed è divenuto un enorme stanzone vuoto. Da quel momento chi aveva bisogno di essere posto sotto osservazione da parte dei medici del Pronto soccorso (perché, per esempio, aveva un sospetto infarto) doveva trascorrere la notte, o le ore dell’osservazione, magari con una flebo al braccio, su una barella anteguerra nei corridoi del Pronto soccorso.
Mancuso ha poi deciso di far ripartire il servizio visto che l’Odo, Organismo direzionale ospedaliero, «composto dal dottor Gerardo Mancuso (che lo presiede), dal dottor Claudio Tomasello e dal dottor Federico Bonacci, coordinato del direttore sanitario aziendale dottor Luigi Mandia, sotto le indicazioni programmatiche del commissario straordinario dottor Ilario Lazzaro, in pochi giorni è riuscito a riaprire l’Obi». Una buona notizia? Sulla carta, forse.

L’Obi di Lamezia Terme

L’innesto dei codici bianchi e il malcontento dei medici

Se prima in Obi vi erano medici dedicati che sono poi confluiti in Pronto soccorso per sostituire coloro che, per pensionamento o altre ragioni, se ne sono andati, il comunicato dell’Asp spiega che gli otto posti letto della struttura oggi sono assegnati «direttamente al Pronto Soccorso, quindi tutto il personale medico, sanitario, infermieristico e oss si occuperà dei pazienti che afferiscono all’Obi. Sono stati inviati 6 nuovi infermieri e altri 4 medici che erano assegnati al Pronto Soccorso e che si occupavano dei codici bianchi».
La prima domanda è: chi si occuperà dei codici bianchi che vanno ad intasare ogni giorno le lunghe liste d’attesa del Pronto soccorso? Sempre lo stesso medico che si occupa dell’Obi. In realtà, vista la carenza di personale, questi dottori si occupano anche dei codici verdi (piccoli traumi, ferite non gravi, problemi di piccola entità a occhi, orecchie, bambini che si sono fatti male, malori non gravi). Sono coloro che spenderanno anche dieci ore in ospedale. Si è arrivati a lasciare anche 35 pazienti in attesa.
Le file sono interminabili soprattutto d’estate quando aumenta la popolazione e anche malori e incidenti.
Da quanto si apprende, dunque, tra i medici dei codici bianchi serpeggia un grande malcontento per questa decisione di doversi occupare anche dell’Obi e il futuro delle liste d’attesa per i codici bianchi e verdi è destinato ad aumentare. Anche perché mancano i cosiddetti filtri medici sul territorio.
Tra l’altro i codici bianchi, per contratto, non fanno turni di notte e nei giorni festivi quindi l’innesto in Obi costituisce una soluzione mozzata. Non una «valvola di sfogo», come scrive l’Asp, ma un peso ancora più gravoso per il Pronto soccorso.

Lavorare allo stremo

Di fatto l’Obi oggi pesa interamente sulle spalle dello scarno personale del Pronto soccorso ovvero su due medici a turno e sei infermieri.
Di operatori socio sanitari per l’Obi non se ne parla (forse a settembre).
I due medici che fanno il turno sono preposti anche a trattare i casi Covid. Quando arriva un paziente positivo (cosa che avviene tutti i giorni), il medico deve vestire le protezioni per visitarlo e poi svestirsi (operazione ancora più lenta e delicata perché si rischia maggiormente il contagio) per ritornare a trattare i casi non Covid. Questo rende il lavoro gravoso e lento e rallenta tutta la macchina del Pronto soccorso. Dei sei infermieri, uno è dedicato all’Obi (da solo, senza oss e con i medici impelagati anche in Pronto soccorso), due stanno al pre-triage a fare i tamponi ai pazienti che arrivano (uno dei due si stacca in caso di pazienti positivi), due stanno al triage (uno si stacca per dare una mano in caso di codici rossi) e uno sta da solo all’interno del Pronto soccorso a gestire tutti i box e tutti i codici.
Due gli oss per il Pronto soccorso di cui uno, nei festivi e nei notturni, è dedicato alla morgue. Per comprendere la gravità della situazione basti pensare che, da protocollo, su un codice rosso dovrebbero intervenire quattro persone per il primo intervento di stabilizzazione del paziente. Ma a Lamezia questo è impossibile.
E tutto ciò dà cifra di come siano ridotte allo stremo le forze del reparto. Una situazione drammatica della quale ha potuto rendersi conto lo stesso governatore Roberto Occhiuto, il quale un giorno, telefonando in Pronto soccorso per verificare eventuali disagi, ha avuto un resoconto delle lunghe liste d’attesa che gravano sulla struttura front office dell’ospedale. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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