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Corsi e ricorsi della ‘ndrangheta. «Altri cinque o sei anni di legge e cominciamo un’altra volta»

La parabola di Carmine De Stefano. Dalla benevolenza «mal ripagata» dei giudici di Olimpia al ruolo di vertice del clan storico. I contrasti con lo scissionista Molinetti e le «scorrettezze» sulle …

Pubblicato il: 27/08/2022 – 15:02
di Pablo Petrasso
Corsi e ricorsi della ‘ndrangheta. «Altri cinque o sei anni di legge e cominciamo un’altra volta»

REGGIO CALABRIA Una vecchia conversazione tra i fratelli Carmine e Giuseppe De Stefano e uno dei boss storici della famiglia Nirta di San Luca, Antonio, spiega uno dei tanti aspetti della “filosofia” della ‘ndrangheta. Il dialogo è riportato della sentenza d’appello del processo Olimpia, storico giudizio contro i clan di Reggio Calabria, e ritorna nel memoriale che la Dda guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri ha depositato prima dell’epilogo del processo Epicentro. Evidenza, quello scambio di battute, «la consapevolezza – tra i conversanti – dell’ineluttabile ripetersi, nelle dinamiche della ‘ndrangheta reggina, di fasi di cruenta contrapposizione finalizzata alla massimizzazione dei profitti di ciascuna ‘ndrina».
«Ora abbiamo la legge – è la convinzione dei De Stefano –, altri cinque o sei anni di legge. Finisce la legge e cominciamo un’altra volta».
Per i pm è «una sorta di teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici della ‘ndrangheta, mossa dalla triste convinzione che nessuna resipiscenza collettiva potrà definitivamente arginare il fenomeno mafioso». Basta soltanto aspettare che passino gli anni «di legge», poi le famiglie torneranno a fare business come al solito.

I fratelli De Stefano e la benevolenza «non ripagata» dei giudici

Le parole di uno dei figli di Paolo De Stefano vengono riportate per esteso nelle motivazioni di quella sentenza storica: «Sono 9 anni che è morto mio padre. E si sono fatti la guerra. Siamo usciti dalla guerra. E come siamo usciti? Pari e pace siamo usciti. Ora abbiamo la legge, altri cinque o sei anni di legge. Finisce la legge e cominciamo un’altra volta. Questa è la vita. Che vi pare che è?… Mio padre che ha fatto? Nel ‘74 la prima guerra, poi fino al ‘77. Nel ‘77 un’altra guerra fino all’80. All’80 la legge. Fino all’85. Poi nell’85 lo hanno ammazzato e abbiamo cominciato noi… Mio padre che vita ha fatto? Guerra, latitanza e galera… quando è morto mio zio Gianni c’era tutta la Calabria… quando è morto mio zio Giorgio c’era tutta la Calabria… quando è morto mio padre non c’era nessuno. Ognuno di noi cura gli interessi, non c’è più amicizia».
Frasi che segnano l’inclusione piena dei giovani De Stefano al proprio ambiente criminale. I giudici di Appello, tuttavia, «pur ritenendo pienamente provata l’accusa nei confronti dei fratelli», scelsero di mitigare le loro condanne «anche in considerazione “dell’humus familiare, sociale e culturale in cui hanno maturato la propria coscienza, apprendendo comportamenti delinquenziali da emulare ed assorbendo, quotidianamente, insegnamenti di violenza e prevaricazione, nell’assenza totale di orizzonti di valori diversi”».
Sono passati molti anni da quella scelta; per la Dda di Reggio Calabria «quella benevolenza dei giudicanti non è stata ripagata». La conversazione sui corsi e ricorsi storici della ‘ndrangheta torna oggi come una profezia. «A distanza di quasi trent’anni, e nonostante i plurimi procedimenti giudiziari susseguiti nel tempo, pur nel differente contesto nelle more sviluppatosi, la potentissima famiglia di Archi ha fatto registrare una nuova ed ancora più inquietante pagina della sua storia; pagina di cui il citato Carmine si è reso ancora una volta protagonista».

I contrasti tra “Occhialino” e lo scissionista Molinetti

Per Carmine De Stefano – condannato a 20 al termine del primo grado nel processo Epicentro – parla, innanzitutto, il certificato penale: due sentenze di condanna per associazione mafiosa e una per associazione finalizzata al narcotraffico. Ma sono anche le parole di altri presunti affiliati alla “sua” cosca a raccontare il suo protagonismo. “Occhialino”, così lo chiamano Gino Molinetti e suoi congiunti in una conversazione nella quale inveiscono contro di lui, «manifestando propositi di rivalsa a seguito di beghe e incomprensioni interne alla cosca». In quel periodo, Molinetti cova propositi scissionisti: vorrebbe che la sua famiglia, storicamente legata ai De Stefano, si “emancipasse”. «I Molinetti – scrivono i pm nella memoria – si dicevano convinti che l’Occhialino De Stefano temesse la svolta autonomista di Luigi, detto Gino, e stesse tramando per continuare a fruire dei servigi che lo stesso aveva sempre assicurato alla ‘ndrina». Un atteggiamento sintetizzato da un’espressione: «Sempre a guinzaglio ti vogliono tenere». La famiglia “alleata” critica, inoltre De Stefano «per l’atteggiamento assunto nei confronti di Maurizio De Carlo (poi diventato collaboratore di giustizia, ndr), maltrattato dal capo cosca nonostante la devozione da questi sempre assicurata alla ‘ndrina e da ultimo tradottasi nel mantenimento in carcere del detenuto Giovanni De Stefano, cugino dell’Occhialino». Questo scontro sotterraneo sfocia nell’incontro a Giugliano, in Campania, tra Giorgio “Malefix” De Stefano e Alfonso Molinetti, un faccia a faccia tra due generazioni di ‘ndrangheta che vi abbiamo raccontato nei giorni scorsi. “Occhialino” sarebbe il «mandante» di quell’incontro chiarificatore. Altra frase simbolica di Alfonso Molinetti è quella in cui chiarisce che «se un domani sarò libero… starò sempre vicino a Carmine e a Peppe…», mettendo sullo stesso piano di alto rango ‘ndranghetista i due fratelli.

Il pentito De Carlo: «Carmine era il capofamiglia»

È poi De Carlo a chiarire ai pm che «“l’occhialino” è Carmine De Stefano. Dottore – dice al magistrato Walter Ignazitto – lo chiamano “l’occhialino” sempre per paura di non essere intercettati uno per evitare di fare nomi e cognomi, ma è Carmine De Stefano, dottore, garantito al 2000 per 2000». Il pentito non mostra dubbi: «È il capo famiglia… Lui era il capo famiglia dei De Stefano e in più era riconosciuto come esponente più… esponente apicale». Sarebbe stato lo stesso De Stefano a dirlo a De Carlo: «L’ha detto a me personalmente dottore, una volta che si lamentava sempre dei soldi… che non ne ha 4-5 pozzi forse, si lamentava e mi ha detto in dialetto “a mia non mi ‘ndi futti nenti chi sugnu u capufamigghia però cca non trasunu sordi, riciva cusì” (a me non me ne fotte niente che sono il capo famiglia però qua non entrano soldi, diceva così). (…)L’ha detto a me “se nno mbandugnu a tutti e mi ‘ndi vaiu”(altrimenti vi abbandono a tutti e me ne vado) dottore questo me l’ha detto ed è frutto di conoscenza personale, purtroppo non lo possiamo dimostrare perché eravamo io, lui e (…omissis…) quando l’ha detto, però…».

Filocamo: «Condello affiancava De Stefano nelle sue scorrettezze»

Un altro pentito, Daniele Filocamo, racconta – in un interrogatorio del 7 settembre 2020 – che lo scontro in corso tra Carmine De Stefano e Gino Molinetti era diventato il tema di «un agone di ‘ndrangheta ai massimi livelli».
«Erano pronti a spararsi pure con Gino Molinetti, si diceva. (…) Me lo raccontò Totò Libri. Mi disse che si erano incontrati perché, diciamo, non stava andando più bene per quanto riguardava la spartizione delle estorsioni a Reggio, che in quella occasione lo fece proprio vedere in maniera chiara ma già si sapeva che Giandomenico Condello si era schierato al fianco di Carmine De Stefano».
Per chiarire questi dissapori, secondo il collaboratore di giustizia, si sarebbero incontrati lo stesso Carmine De Stefano, Totò Libri e Giandomenico Condello: alto lignaggio della ‘ndrangheta reggina. «Carmine De Stefano – era una persona scorretta. Giandomenico Condello affiancava in queste scorrettezze Carmine De Stefano. Totò Libri mi disse che Carmine De Stefano gli ha detto “da domani dove metti i piedi per fare lavoro io ti blocco tutto”. Totò Libri gli rispose “a chi devi bloccare tutto, non vedi che tu non hai nessuno? Io c’ho una squadra di 40 uomini». (p.petrasso@corrierecal.it)

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