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Dalle estorsioni al “Sistema”. Da Francesco Patitucci «passavano tutti gli ‘ndranghetisti cosentini»

Diversi collaboratori di giustizia tracciano l’identikit del vertice degli “Italiani”. “Battesimi”, summit e affari illeciti di un «numero uno»

Pubblicato il: 07/09/2022 – 6:54
Dalle estorsioni al “Sistema”. Da Francesco Patitucci «passavano tutti gli ‘ndranghetisti cosentini»

COSENZA Dal carcere di Cosenza, Francesco Patitucci impartiva gli ordini tramite la moglie all’esterno della struttura, il suo nome era garanzia di una serie di vantaggi e privilegi. Il pentito Francesco Noblea, traccia l’identikit dell’uomo ritenuto al vertice del gruppo degli “Italiani”. «E’ lui che comanda al carcere di Cosenza, quello che dice lui si fa, viene la moglie tutti i giorni sotto le finestre e le dava disposizioni su ciò che doveva fare; ogni tanto veniva anche il cognato. Quando giocava a pallone e aveva lui la palla, nessuno andava a prenderglielo. Fuori non lo conosco, ma in carcere se dice “A”, è “A”».

La Confederazione e l’omicidio Bruni

Il 13 marzo 2018, Francesco Noblea ricostruisce la gerarchia in seno al gruppo degli “Italiani”: «Ribadisco quanto scritto nel memoriale Francesco Patitucci è il capo, a seguire, in ordine di importanza si collocano: Mario Piromallo, Salvatore Ariello, Mario Oliveti, Roberto Porcaro, Antonio Illumintato, i fratelli Alberto e Danilo Turboli, Antonio Basile e Francesco Stola». Il presunto reggente del clan degli “Italiani” accettò di buon grado la nascita della “Confederazione”. Uno dei primi atti firmati fu quello che sancì «la razionalizzazione delle attività estorsive in danno dei commercianti cosentini e Patitucci aveva fornito all’altro gruppo il “libro mastro” di tali attività, perpetrate sino a quel momento dagli Italiani e poi congiuntamente agli Zingari». Il 2 maggio 2016, Franco Bruzzese rendeva importanti dichiarazioni nelle quali ripercorreva sia le fasi che avevano portato alla nascita della federazione tra i clan cosentini, sia i dettagli legati all’omicidio di Luca Bruni. Nella fase deliberativa dell’omicidio alle riunioni con il clan degli “Italiani” parteciparono anche «Patitucci, Umberto Di Puppo, Alberto Superbo e, per la componente zingara Maurizio Rango, alla fine del quale, lo stesso Lanzino, una volta deciso che l’omicidio sarebbe stato commesso dalla componente zingara, disse che comunque gli “italiani” sarebbero stati a disposizione per l’esecuzione di tale delitto». Patitucci in relazione al delitto di “Bella Bella”, sarà condannato in primo grado, poi assolto in appello.

Le fibrillazioni all’interno del clan

La pax sancita dai membri dei gruppi criminali cosentini ha spianato la strada alla costituzione di un “sistema” impegnato nelle attività illecite. Una comunione di intenti messa a rischio però dal precario equilibrio tra le varie fazioni minate da sgarri e presunti tradimenti. Anche il nuovo assetto, deve fare i conti con l’instabilità fisiologica del “Sistema”. I dissapori interni sono sempre dietro l’angolo e, non a caso, non tardano a manifestarsi. A fornire dettagli utili in tal senso è il pentito Luciano Impieri. L’8 marzo 2018, confessa di «discussioni con membri del suo gruppo». Il collaboratore avrebbe appreso che in un certo periodo, risalente a quando era detenuto, «Michele Bruni e Francesco Patitucci, avendo riscontrato un ammanco di droga e soldi dalla “bacinella” comune, gestita all’epoca da Maurizio Rango, avevano deciso di uccidere quest’ultimo». Il proposito omicidiario non si concretizzerò solo grazie all’intervento di Daniele Lamanna, «che convinse i due a desistere». Lo sgarro tuttavia venne pagato da Rango, al quale venne tolta la gestione della “bacinella”, affidata – fino al suo arresto – ad Ettore Sottile.

Le estorsioni

Sempre Impieri rende edotti gli investigatori su un’altra attività illecita svolta da Patitucci, Il pentito cita un episodio che vede protagonista un imprenditore cosentino. «Nel momento in cui gli chiesi i soldi dell’estorsione per conto del mio gruppo “Rango-Zingari”, lui mi disse che già dava un “regalo” a Patitucci tramite la moglie. Rispetto a ciò, io risposi che da quel momento non doveva più pagare regali Patitucci ma a noi». In quel momento, il presunto reggente del clan Lanzino era detenuto e non poteva fare estorsioni ma solo usura, «in quanto già stipendiato dal gruppo, sicuramente prendeva circa 3.000 euro». L’attività estorsione, nonostante la detenzione, avrebbe garantito introiti a Patitucci. Con riferimento al titolare di una gioielleria cosentina, aggiunge Impieri «so che lo stesso paga 5.000 euro ad ognuna delle tre festività: Natale Pasqua e Ferragosto a Francesco Patitucci; ciò avveniva nel 2013 e credo che avvenga anche attualmente, ovvero che paghi gli “Italiani”. Oltre alle estorsioni, gli appartenenti alla criminalità organizzata prendono gioielli presso quell’esercizio senza pagare; io stesso sono andato a prendere numerosi gioielli per conto di Carlo Lamanna».

L’affiliazione in carcere

E’ il collaboratore di giustizia Luca Pellicori, a raccontare il 21 giugno 2018, i dettagli di un rito di ‘ndrangheta ordinato da Patitucci all’interno del carcere di Cosenza. Nell’occasione, «attraverso Marco Abbruzzese era stata concessa la “dote” di Sgarrista a Giovanni Bertocco che se l’era “meritata” con l’uccisione di uno zio». Secondo il racconto del pentito era stato Patitucci ad affiliare Bertocco al proprio gruppo. Insomma, Patitucci è considerato uomo di spicco della cosca, il collaboratore di giustizia Roberto Violetta Calabrese – nel racconto fornito nel corso del suo interrogatorio – lo definirà «il numero uno» perché «da Patitucci dovevano passare tutti gli ‘ndranghetisti di Cosenza e provincia». (f.b.)

Per approfondire

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