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“Il popolo di mezzo, di Mimmo Cangemi

C’è un modo per me infallibile di capire quando sto apprezzando un romanzo: sorprendermi, durante il giorno, a pensare: “chissà cosa sta accadendo ora ai protagonisti della storia!” È uno dei para…

Pubblicato il: 22/09/2022 – 7:47
di Francesco Bevilacqua*
“Il popolo di mezzo, di Mimmo Cangemi

C’è un modo per me infallibile di capire quando sto apprezzando un romanzo: sorprendermi, durante il giorno, a pensare: “chissà cosa sta accadendo ora ai protagonisti della storia!” È uno dei paradossi più sorprendenti della lettura, che non è stato e non sarà mai eguagliato da altre forme di narrazione (film, teatro, serie tv etc.), che durano giusto il tempo dell’evento artistico e possono prolungarsi, semmai, solo sotto forma di ricordi e suggestioni. Benché il racconto sia stato concluso quando l’autore ha completato il testo e affidato da questi alle pagine del libro e benché dipenda dal lettore se e come farlo progredire leggendo, quando mi trovo di fronte ad un grande romanzo ho urgenza di immaginare che dentro quell’oggetto la vita dei protagonisti si svolga a prescindere da me che ne sono il fruitore. È esattamente questo che mi è accaduto, di recente, con “Il popolo di mezzo” di Mimmo Gangemi uscito nel 2021 per PIEMME.


Gangemi è ormai uno dei romanzieri più importanti del nostro Paese. Calabrese di S. Cristina d’Aspromonte, ha al suo attivo numerosi romanzi. “Il giudice meschino” (Einaudi 2009) ha avuto una trasposizione nella mini serie TV omonima diretta da Carlo Carlei per la RAI. Ma anche gli altri suoi romanzi sono stati molto apprezzati dal pubblico, da “In Aspromonte” (Rubbettino 1995, poi riedito con il titolo “Il prezzo della carne”), “Quell’acre odore di aglio” (Bompiani 2015), “Marzo per gli agnelli” (PIEMME 2019) e soprattutto “La signora di Ellis Island” (Einaudi 2011), uno dei più bei romanzi italiani degli ultimi decenni.
“Il popolo di mezzo” è una storia ambientata negli USA fra il 1911 ed il 1942 che ha per sfondo la vita degli emigrati italiani a cavallo fra le due guerre mondiali. Se “La signora di Ellis Island” era un romanzo corale, che svolgeva una lunga trama di più generazioni, “Il popolo di mezzo” è invece una storia concentrata in pochi anni (l’epilogo avviene dopo un salto temporale di oltre vent’anni). Una storia che unisce una meticolosa e sorprendente ricostruzione (dimenticata da tutti e sconosciuta a gran parte del pubblico attuale) della vita degli italiani immigrati negli USA fra la Louisiana e New York ad una sapiente introspezione psicologica. A ciò si aggiunge una trama coinvolgente, ricca di colpi di scena, come deve essere per ogni buon romanzo.
La storia si apre in un’area remota della Louisiana, dove Masi e Tony (padre e figlio), insieme ad un altro gruppo di operai siciliani e ad altri immigrati di tutte le provenienze (neri, creoli, tedeschi etc.) lavorano alla costruzione di una linea ferrata. L’autore ci offre qui uno spaccato della vita durissima dei lavoratori immigrati, trattati quasi come deportati, pagati con salari da fame, privi di qualunque garanzia e tutela. Conosciamo anche la solidarietà fra neri e siciliani (considerati, spregiativamente, “neri” anche loro). Un evento delittuoso scatenato dalle condizioni di vita sul lavoro, condurrà Masi e Tony a tornare a New Orleans, dove vive il resto della famiglia (Lucia, la madre, Luigi e Rachela, gli altri figli), impegnata nei campi di cotone. La comunità italiana a New Orleans abita una baraccopoli priva dei servizi più elementari, in un continuo stato di rischio per la violenza che domina queste periferie apocalittiche. Gli USA dei primi anni del Novecento sono un mondo in grande fermento, dove capitalisti e speculatori fanno affari d’oro sulla pelle della povera gente giunta in America per riscattare la propria condizione di povertà in patria. Quella gente ha attraversato l’oceano con la speranza di racimolare un po’ di denaro, in bilico fra il desiderio di tornare (Tony) e quello di restare in America (Masi). Luigi, l’altro figlio di Masi, è attratto dal jazz, la musica composita ed innovativa che proprio a New Orleans ha uno dei luoghi di maggior diffusione ed una fucina di talenti, sia neri che bianchi. Luigi diviene, così, un promettente trombettista e segue una band di neri dalla quale sarà accolto e formato come musicista. Un altro fatto inatteso, però, travolge la vita della famiglia, mostrando al lettore tutta la crudezza della condizione degli immigrati italiani. Per Tony cessa ogni speranza di rientrare in Sicilia e comincia, invece, un nuovo tentativo di farsi strada, questa volta a Little Italy di New York, con un’attività commerciale. Si incrociano qui, sullo sfondo di una violenza difficile da immaginare per noi moderni, storie di solidarietà, di amicizia, di rispetto sincero, come quella fra Harry, il trombettista nero, capo della band di New Orleans, che fa da talent scout a Luigi, o come quella di don Cosimo che ospita e sostiene Luigi dopo la partenza di Tony per New York; ma anche amori travolgenti, come quello fra Tony e Mary, una ragazza figlia di un italiano e di una irlandese e quelli di Luigi per delle giovani prostitute incontrate in un locale di New Orleans. Il romanzo ci fa comprendere, attraverso la circostanziata ricostruzione di Gangemi, anche due fenomeni strettamente legati all’immigrazione italiana di quell’epoca. Da un lato la criminalità organizzata come elemento, certo, di sopraffazione, verso le attività economiche che sorgevano numerose nelle comunità, e di drenaggio dei flussi di ricchezza, ma anche come risposta regolatrice dei rapporti e dei conflitti all’interno di una società caotica, corrotta, priva di punti di riferimento istituzionali. Dall’altro, i gruppi anarchici, composti soprattutto di italiani, come risposta politica al capitalismo rampante dell’epoca, sino al tragico attentato a Wall Street del 1920, dinanzi alla sede delle maggiori banche dell’epoca e della borsa di New York. Ed è con l’attentato a Wall Street che si conclude, di fatto, la storia del romanzo. Nell’ultimo, bellissimo capitolo, Gangemi ci offre uno struggente epilogo che accade nel 1942, dopo più di vent’anni, in un campo di prigionia in Montana.
Il romanzo di Mimmo Gangemi è, dunque, un perfetto incastro fra accadimenti storici e vicende immaginate (ma estremamente verosimili). Il libro restituisce in una nuova, vivida luce la vicenda dell’immigrazione italiana negli USA e con essa quella di una società in rapidissimo mutamento, spietata con i più deboli, intrisa di darwinismo sociale, incapace di mediare fra le istanze disperate dei tanti che approdarono nel nuovo mondo in cerca di riscatto e la crescita spasmodica di una nazione che sarebbe divenuta, di lì a poco, la più potente del mondo. La maestria ed il merito di Mimmo Gangemi, con questo suo avvincente romanzo, consiste, appunto, nell’averci restituito un eloquente e in parte inedito spaccato della vicenda migratoria italiana in America, spesso sbrigativamente liquidata in aderenza a certi stereotipi filmici, in un tempo in cui non si conserva più memoria di nulla e di quella grandiosa e tragica epopea, che tanta parte ha avuto nella storia italiana ed in quella americana, si ha solo uno sbiadito ricordo intriso di orgoglio retorico.

*avvocato e scrittore

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