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«Gli Ato “criminali” per gestire i milioni dei rifiuti»

L’allarme del comandante dei carabinieri per la Tutela ambientale per il Sud. Gli interessi del clan Piromalli. I tentativi di infiltrazione delle ‘ndrine cosentine. La spartizione degli utili dell…

Pubblicato il: 03/10/2022 – 7:37
«Gli Ato “criminali” per gestire i milioni dei rifiuti»

LAMEZIA TERME Le dinamiche per la gestione dei rifiuti in Calabria? «La situazione non è meglio che nel resto del Sud. Per la gestione c’è una sorta di ripartizione territoriale in Ato di matrice criminale». L’intervento di Pasquale Starace, comandante dei Carabinieri per la Tutela Ambientale per il Sud Italia, al Forum internazionale Polieco sull’Economia dei rifiuti ad Ischia riserva una chiosa allarmata alla Calabria in un contesto, quello meridionale, che vede – spiega il procuratore di Bari Roberto Rossi, «imprese che nell’illegalità pensano di poter fiorire ma che invece falliscono inesorabilmente, così com’è accaduto nel territorio barese dove si registrano tantissimi casi di bancarotta per le imprese che si occupano di rifiuti». Il modo in cui la ‘ndrangheta agisce per mettere le mani sul settore, secondo Starace, sarebbe un adattamento rispetto al sistema istituzionale di gestione, diviso per province. Un allarme che arriva dai più alti livelli investigativi e trova riscontri nelle inchieste, che non mostrano invasioni di campo nelle aree di competenza criminale, come avviene in effetti per la maggior parte dei business. L’interesse delle ‘ndrine per il settore dello smaltimento rifiuti viene definito «grande» anche nell’ultima relazione semestrale della Dia.  

Metauros e Mala Pigna, gli interessi del clan Piromalli nel settore dei rifiuti 

Una delle segnalazioni riguarda le condanne emesse nel luglio 2021 dal Tribunale di Palmi Ancora nell’ambito del processo “Metauros” relativo all’ingerenza della cosca Piromalli all’interno del ciclo dei rifiuti. Il 19 ottobre 2021, inoltre, i carabinieri nel corso dell’operazione “Mala pigna” «hanno eseguito una misura restrittiva nei confronti di 29 soggetti ritenuti contigui al clan Piromalli ed il sequestro di 5 aziende di trattamento rifiuti per un valore di circa 150 milioni di euro».
Gli indagati, secondo l’accusa, «avevano creato un sodalizio resosi responsabile di associazione di tipo mafioso e disastro ambientale, traffico illecito di rifiuti, intestazione fittizia di beni, estorsione, ricettazione, peculato, falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, violazione dei sigilli e danneggiamento aggravato». L’inchiesta avrebbe «fatto emergere il ruolo svolto da una società che nonostante fosse oggetto dei provvedimenti di sospensione dell’autorizzazione al trattamento dei rifiuti e di cancellazione dall’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali era diventata il fulcro di un’attività organizzata per il traffico di rifiuti speciali di natura metallica con base operativa a Gioia Tauro e con marcate proiezioni sul territorio nazionale e internazionale». Un’altra «allarmante condotta delittuosa accertata nel corso delle indagini ha riguardato lo smaltimento illecito di ingenti quantitativi di rifiuti speciali anche pericolosi attraverso attività di interramento nel suolo». 

Posti di lavoro e interdittive antimafia nel Cosentino

Di altra natura gli interessi delle cosche cosentine emersi nell’inchiesta “Reset”. I clan federati di Cosenza avrebbero infatti potuto contare su un sindacalista, Gianluca Campolongo (ora sospeso dalla Cisl), per piazzare i propri affiliati in alcune imprese dei rifiuti. Secondo quanto documentato dagli investigatori, uno degli uomini vicini al “gruppo D’Ambrosio” sarebbe stato effettivamente assunto da una ditta già al centro di inchieste antimafia e interdittive. In un altro caso, invece, il tentativo sarebbe fallito. La prima società – tanto per confermare i rapporti “scomodi” – «è stata già destinataria di interdittiva antimafia emanata il 21 gennaio 2019 dalla Prefettura di Cosenza», per via dei rapporti di frequentazione tra uno dei familiari del proprietario e un uomo legato alla cosca Farao-Marincola di Cirò. E non si tratta della prima misura: un’altra era scattata «nell’anno 2016, sulla base di accertamenti che avevano consentito di ricostruire come un uomo di fiducia del clan Forastefano avesse assunto il ruolo di assoluto protagonista, per conto dell’impresa, con riferimento alla gestione dell’appalto per l’affidamento del servizio di gestione dei rifiuti urbani nel territorio di Castrovillari».

La spartizione degli utili tra i clan del Vibonese

Ancora più recente l’indagine della Dda di Catanzaro che ha messo nel mirino la gestione dei rifiuti in provincia di Vibo Valentia. Le dichiarazioni di Andrea Mantella, pentito chiave di molti procedimenti, illustrano la logica di spartizione tra i clan che dividevano gli utili del settore dei rifiuti. Uno sguardo all’interno di quelle Ato di natura criminale delle quali ha riferito Starace. «Fino al luglio del 2011 – spiega in un interrogatorio del 2016 – i gruppi interessati alla gestione dei rifiuti a Vibo Valentia erano tre: il mio, il gruppo di Pantaleone Mancuso “Scarpuni” e il gruppo di Rosario Fiarè per il tramite di Gregorio Gioffrè». «Quanto ai rifiuti posso dire che c’era un accordo tra noi e Luni Mancuso. La società incaricata della raccolta era di un Pellegrino, un siciliano, e noi mettevamo i mezzi (…) il patto era questo: se riuscivamo a tenere fuori le forze dell’ordine tutto andava liscio, altrimenti Pellegrino sapeva che doveva denunciare in Prefettura per infiltrazioni mafiose e lui ci disse che, se tutto fosse andato bene, ci avrebbe remunerati facendoci lavorare, anche con sovrafatturazioni le tangenti e assunzioni». L’accordo di spartizione tra i Mantella, i Fiarè e il gruppo di Luni Mancuso, secondo la ricostruzione del gip distrettuale, prevedeva che l’introito fossero incamerati attraverso bustarelle contenenti denaro. O ancora, come nel “modello” cosentino, assunzione di persone contigue ai gruppi criminali. Oppure sovrapprezzi nella fornitura dei servizi come, ad esempio, i documenti che attestavano il noleggio dei mezzi riconducibili alle ‘ndrine coinvolte nell’affare. (ppp)

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