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inchiesta “reset”

Franco Pino fedele alla «linea di comando». Le stragi, gli attentati e la combine Cosenza-Pescara

In un verbale, il pentito ricostruisce i rapporti con le cosche reggine. «I favori possono consistere anche nel commettere omicidi»

Pubblicato il: 24/10/2022 – 6:57
di Fabio Benincasa
Franco Pino fedele alla «linea di comando». Le stragi, gli attentati e la combine Cosenza-Pescara

COSENZA E’ il 31 maggio 2022, quando l’ex boss di Cosenza (oggi pentito) Franco Pino si “riaffaccia” in aula a Cosenza per testimoniare al processo scaturito dall’inchiesta “Acheruntia”. Il nome del collaboratore di giustizia (ri)compare in un’altra inchiesta coordinata dalla Dda di Catanzaro, l’indagine “Reset“.

Il racconto di Franco Pino

In un verbale reso a giugno 2018, presso gli uffici del Ros davanti al pubblico ministero Antonio de Bernardo, sostituto procuratore presso il Tribunale di Catanzaro, Franco Pino ripercorre la carriera criminale. Il racconto parte dagli anni ’70 quando faceva parte di un gruppo «non tipicamente ‘ndranghetistico» dedito ad estorsioni, rapine e contrabbando di sigarette a Cosenza. Al vertice vi era Antonio Sena. Dal ’70 al ’77, il gruppo fu attraversato da una serie di vicende criminali ma «il salto di qualità» – confessa Pino – avviene nel ’77 «quando si giunge ad una contrapposizione tra il gruppo Sena e Palermo/Perna». L’affiliazione con la ‘ndrangheta di Pino è datata 1976, grazie ai fratelli Curcio di Cosenza (collegati ad Antonio Sena). Nel 1981, continua la narrazione, il pentito incontra nel carcere di Cosenza, Nino Gangemi di Gioia Tauro. Un soggetto vicino alla famiglia Piromalli e Umberto Bellocco di Rosarno. Da Curcio «ho ricevuto la dote di camorra e Gangemi mi disse che mai situazione andava azzerata e le copiate cambiate, anche perché Curcio aveva commesso una infamità accusandomi e non potevo portarlo in copiata». Così Gangemi «spogliò delle doti Franco Pino» per poi riassegnare le nuove doti al pentito: «picciotto, camorra, sgarro». Gli anni narrati da Pino sono macchiati da sangue e pallottole, a Cosenza la guerra di mafia semina morti tra il 1983 e il 1987. Seguirà la pax e la decisione di Franco Pino di collaborare con la giustizia nel 1995.

Le stragi in Sicilia e i favori alla «linea di comando»

Appartenere ad una linea criminale significa essere legati alle altre famiglie ed al loro «Comando centrale», nel bene e nel male e se vi è la necessità «si è obbligati a fare favori». La “linea “di Pino era rappresentata da Giuseppe Piromalli, Luigi Mancuso, Nino Pesce e Umberto Bellocco». Anche se, precisa il pentito, «noi cosentini non rispondevamo alla Madonna di Polsi ma a Piromalli».A Franco Pino viene chiesto conto dei presunti «favori» resi e ricambiati ai membri della sua «linea di comando». Un do ut des che avrebbe portato il pentito ad intervenire dopo il periodo delle stragi in Sicilia. «I siciliani si rivolsero alla ‘ndrangheta calabrese sottolineando il fatto che la repressione antimafia dello Stato avrebbe coinvolto anche noi, secondo loro poteva convenire anche a noi unirci alla loro strategia di attacco allo Stato, in modo da costringerlo a trattare». Un “attacco” compiuto con una serie di attentati ai carabinieri, della strategia saranno resi edotti tutti gli uomini della mala. «Luigi Mancuso – racconta il collaboratore di giustizia – mi mandò a chiamare per partecipare ad una riunione a Nicotera Marina alla quale presero parte i maggiori esponenti della ‘ndrangheta», dalla Sibaritide alla Calabria grecanica. «Questo vi fa capire cosa intendo per linea di comando».

Il prestito ad usura

Il magistrato chiede al collaboratore di giustizia di citare altri esempi concreti e Pino, sollecitato dalle domande, racconta un altro episodio. La vicenda riguarderebbe un dottore di Gioia Tauro che avrebbe ricevuto «un prestito di 100 milioni di lire al tasso usurario del 10% mensile da tale Coscarella di Cosenza». Questo dottore non sarebbe però riuscito a risarcire il debito e «Coscarella si sarebbe rivolto a Mommo Molè, cui era legato, per riscuotere il denaro». Lo stesso creditore (che gestiva soldi per conto di Franco Pino) sarà poi «sequestrato da persone dei Molè/Piromalli che chiesero conto del suo operato». Franco Pino sarà convocato a sua volta ad un appuntamento con «Pino Piromalli, Mommo Molè, Luigi Mancuso» e tentò di mediare precisando come Coscarella avesse «sbagliato a prestare soldi in casa loro», ma giustificandolo «dicendo che non essendo affiliato non poteva sapere certe cose».

La combine Cosenza-Pescara

Il racconto non si interrompe e si arricchisce di un altro interessante aneddoto. Franco Pino cita un episodio legato ad una presunta combine di una gara di campionato tra il Cosenza Calcio e il Pescara (5 giugno 1994). «I Piromalli avevano degli interessi evidentemente in tal senso, mi chiesero di intervenire per combinare il risultato». Il match si disputò nel corso dell’ultima giornata di campionato. Gli abruzzesi si imposero 2-0 (gol di Carnevale e Compagno) e ottennero la salvezza, mentre il Cosenza chiuse il torneo a metà classifica. Il presunto intervento della mala però venne escluso da ambo le parti, sia la società del Cosenza (all’epoca dei fatti guidata da Bonaventura Lamacchia) e sia il Pescara si affrettarono a smontare qualsiasi ipotesi di “compravendita del risultato”, rimarcando la liceità del risultato e della gara. A distanza di anni, l’episodio è finito nelle carte dell’inchiesta “Reset”, coordinata dalla Dda di Catanzaro. Pino considera «l’appartenenza ad una linea di ‘ndrangheta utile a risolvere problemi, chiedere ed ottenere favori». Talvolta però il prezzo da pagare può essere piuttosto alto, «i favori possono consistere anche nel commettere omicidi».

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