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La “Malavuci” del pregiudizio e della violenza nel Sud disperato di Antonella Perrotta

Protagonista del romanzo dell’autrice calabrese è il vento che soffia sulle povertà umane, le insoddisfazioni e i rancori

Pubblicato il: 27/10/2022 – 10:04
La “Malavuci” del pregiudizio e della violenza nel Sud disperato di Antonella Perrotta

LAMEZIA TERME «Ho ascoltato le voci portate dal vento sulle colline e tra le pietre abbandonate, ho strappato parole alla furia dell’aria, le ho trascritte, trasformate, messe sulla lingua di uomini e donne. Ho bagnato i loro occhi di lacrime, ho riempito il loro cuore di amore e cattiveria, ho riversato nelle loro menti ragionevolezza e follia, li ho nutriti di pregiudizio, ostinazione, ottusità, di rimorso e rimpianto. Ho ucciso e seppellito, graziato e condannato, ho fatto prostituire, espiare, andare e ritornare, partire per non tornare». Si chiude così “Malavuci”, il romanzo scritto da Antonella Perrotta (nella foto, ospite di una puntata di In Primo piano). Poche righe che descrivono efficacemente l’essenza di un libro ambientato nel 1919 ma i cui contenuti sono fortemente attuali.
Per le strade e le campagne di San Zefiro, un immaginario paese dell’entroterra calabrese, si snodano le vicende di personaggi le cui vite sono piegate dalla cieca obbedienza alle leggi dell’ipocrisia e del pregiudizio. Una storia che è nata da un’intuizione relativa a vicende legate al primo dopoguerra, come sottolineato dall’autrice: «Mi hanno colpito due cose di quel periodo. Intanto il modo di affrontare l’epidemia di Spagnola, durante la quale si è lavorato sulla psicologia delle popolazioni vietando, per esempio, il suono delle campane a morto. Quindi il fenomeno della profuganza, i cui aspetti sono del tutto simili a quelli dell’epoca attuale». Temi che ritornano nel libro e che costituiscono il punto di partenza per avviare un percorso narrativo caratterizzato da tre elementi fondamentali: il rapporto con i “forestieri” «intesi come coloro che vivono al di fuori della comunità e su cui possono concentrarsi diffidenze, paure ed odio; il pregiudizio che investe il mondo dei diversi nell’accezione più ampia del termine; la natura umana capace di atti indegni quando i percorsi esistenziali si complicano.
Protagonista metaforico della storia, il vento che soffia sulle povertà umane, le insoddisfazioni personali, i rancori. Li fa entrare nelle case e nelle menti delle persone per poi operare la distruzione di quel mondo che li ha prodotti fino a tragiche conseguenze: «Partire con la descrizione di un luogo abbandonato, polveroso e desolato altro non è che la rappresentazione di una sorta di giustizia “divina” che tocca ai vili, agli odiatori ed agli assassini».
Una storia che cammina sulle gambe di figure tragiche nella loro diversità: Antonio, capostipite della famiglia Bellosguardo, inchiodato ad un’esistenza subita che lo ha portato a rinunciare a quello che amava più di ogni cosa; la moglie Caterina, chiusa nelle prigioni della sua pochezza umana; Sasà, figlio incompreso dalla famiglia e dai “paesani”; Faustina la prostituta che non si è mai abituata al disprezzo della gente; Lela, la forestiera innamorata di un sentimento atroce nella sua bellezza.
Un intreccio narrativo che ripercorre sapientemente le dinamiche sociali e culturali che hanno segnato il Novecento italiano, in modo particolare quello delle regioni del Sud, e che non smettono di essere attuali: «I pregiudizi, la violenza verbale, l’isolamento sociale dei giorni nostri sono tristemente presenti nei fenomeni del bullismo, dell’omofobia, dell’intolleranza razziale che rimangono radicati nei comportamenti umani nonostante il mutare dei tempi».

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