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l’inchiesta

“Rinascita 3”, la truffa ai sultani dell’Oman per finanziare i cantieri delle imprese mafiose a Pizzo

Gli investitori arabi avevano versato un milione di euro sui conti della Veritas. Soldi “spariti” per comprare yatch e per ristorare gli appetiti dei clan

Pubblicato il: 25/01/2023 – 20:43
di Alessia Truzzolillo
“Rinascita 3”, la truffa ai sultani dell’Oman per finanziare i cantieri delle imprese mafiose a Pizzo

CATANZARO La punta dell’iceberg di una truffa contro i sultani dell’Oman racconta della sottrazione di un milione di euro. Questo la Dda di Catanzaro ha potuto contestare agli indagati. E questo viene riportato nelle carte dell’operazione “Rinascita3 – Assocompari”. La realtà, però, è ben più grave perché i flussi legati a questa vicenda raggiungono cifre superiori. Si parla di cifre fino a due milioni di euro. Ma la riforma Cartabia taglia le gambe alle contestazioni possibili e alle indagini perché per alcune tipologie di reato è necessario che ci sia la denuncia della parte offesa. E qui la parte offesa sono gli investitori dell’Oman, penisola araba.
Ma vediamo cosa raccontano i brogliacci dell’inchiesta.
La scoperta di una truffa nel sultanato dell’Oman nasce dall’intercettazione di una lite tra Giovanni Barone, commercialista calabrese di 54 anni, e Guy Anthony Rees, 59 anni, nato in Gran Bretagna e residente a Milano. In mezzo c’è la società “Veritas Menedzement Kft” della quali sono contitolari al 50% Barone (che però si sarebbe ritagliato il ruolo di gestore occulto e vi avrebbe operato in qualità di componente della cosca di ‘ndrangheta facente capo al clan Bonavota) e Guy Anthony Rees. Secondo gli investigatori la Veritas sarebbe fittiziamente riconducibile per titolarità formale delle quote alla società Short List Management «quando in realtà le stesse sarebbero state sostanzialmente riconducili alle persone di Barone Giovanni e Rees Guy Anthony».
Inoltre nella Veritas orbitavano anche l’avvocatessa Edina Szilagyi, in qualità di professionista preposta da Barone Giovanni alla gestione formale della società; Gaetano Loschiavo, componente della cosca Bonavota che aveva assunto il ruolo di amministratore delegato, seppur privo di autonomia decisionale; Kenneth David Baxter, in qualità di titolare formale della carica di amministratore della società cipriota Short List Management seppur privo di autonomia decisionale.

I soldi sottratti agli investitori arabi

Gli attriti tra Barone e Rees nascono a gennaio 2019 perché quest’ultimo avrebbe sottratto un milione di euro precedentemente corrisposti alla Veritas da investitori dell’Oman. L’avvocato ungherese Edina Szilagyi informa Barone «della possibile vertenza legale che sarebbe stata internata dai detti investitori arabi, qualora gli stessi non avessero ottenuto la restituzione della somma da essi corrisposta alla società». Giovanni Barone si assume l’incarico di risolvere la questione. Dà ordini all’avvocatessa la quale deve riferire agli investitori «gli puoi tranquillamente rispondere che io sto trattando con loro per la restituzione della mia parte del 50 percento di cinquecentomila euro». Questo a riprova, sottolineano gli investigatori, che «la società Veritas apparteneva di fatto al 50 percento a Giovanni Barone». Le movimentazioni registrate sul conto corrente della Veritas dimostrerebbero che che i fondi pervenuti dall’Oman siano stati repentinamente distratti dal conto societario.

I soldi degli arabi per comprare uno yatch da 230mila euro

Tra l’11 luglio e il 24 luglio del 2017, infatti, sono stati effettuati sul conto della Veritas tre bonifici «palesemente riconducibili ad investitori dell’Oman» per un milione di euro complessivi. Tale somma veniva subito “alleggerita” di 630mila euro tramite una serie di pagamenti in favore di Edina Szilagyi (475mila euro), Giovanni Barone (150mila euro) e Gaetano Loschiavo (5000 euro). I soldi sarebbero stati utilizzati per acquisire le quote societaria della società S&L. F.C. srl, titolare dell’immobile in corso di costruzione in contrada Marinella di Pizzo Calabro. Non solo. Avrebbero ristorato, grazie ad un sistema di “cessioni di credito”, gli appetiti delle imprese mafiose, impegnate nei lavori del cantiere di Pizzo tra cui, in primis, «la F&G srl (società riconducibile agli omonimi cugini Giuseppe Fortuna – sodali della cosca Bonavota) la quale riceveva una somma di oltre 98mila euro frutto proprio della provvista pervenuta dall’Oman». Con 230mila euro è stato poi acquistato uno yatch Azimut denominato “Nelly Star” che Barone ha intestato fittiziamente a una società riconducibile all’avvocatessa Szilagyi. Secondo il gip Luca Bonifacio «l’accesso alle risorse economiche dei sultani dell’Oman (ottenute in modo truffaldino) risulta infatti strettamente strumentale ad agevolare la cosca Bonavota» anche se parte di quel denaro è stato elargito «nei confronti di soggetti a vario titolo intranei al sodalizio mafioso». Infatti, benché i beneficiari principali della truffa appaiano essere Giovanni Barone ed Edina Szilagyi, il giudice ritiene che abbiano tratto beneficio da questo reato anche Guy Anthony Rees, Kenneth David Baxter e Gateano Loschiavo. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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