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Rinascita Scott, l’ex reggente dei Serraino racconta il “sistema” masso-mafioso e il ruolo di Pittelli

Verbale del collaboratore Maurizio Cortese. «A Catanzaro faceva il bello e il cattivo tempo». Le logge coperte e il regalo da 40mila euro

Pubblicato il: 02/02/2023 – 20:48
di Alessia Truzzolillo
Rinascita Scott, l’ex reggente dei Serraino racconta il “sistema” masso-mafioso e il ruolo di Pittelli

CATANZARO «Io ho sentito nominare l’avvocato Pittelli per la prima volta sin dalla mia prima detenzione, nel 1998, perché mi era stato indicato come avvocato dei Mancuso e che lui a Catanzaro faceva il bello ed il cattivo tempo, ovvero che era in grado di sistemare i processi grazie alle sue amicizie tra i giudici catanzaresi (non ricordo i nomi che furono fatti, ma sono quasi sicuro che qualcuno dei magistrati che mi fu nominato, ha poi avuto effettivamente problemi con la giustizia). Mi era stato detto ciò nel carcere di Cosenza, dove sono stato ristretto dal 1999 al 2002, da Andrea Mantella e Peppe Accorinti che erano detenuti con me. Ne parlavano tutti di Pittelli perché era un avvocato importante e tutti ne conoscevano le capacità. Ovviamente me ne parlavano perché godevo della fiducia dei miei interlocutori, anche in ragione del fatto che, sebbene ventenne, mi erano già state riconosciute importanti doti di ‘ndrangheta (come ho detto la dote della Santa mi fu conferita proprio nel carcere di Cosenza)». A parlare è Maurizio Cortese, 43 anni, ex reggente della cosca reggina dei Serraino e oggi collaboratore di giustizia. Il 18 gennaio scorso ha reso dichiarazioni davanti al sostituto procuratore della Dda Antonio De Bernardo e gli atti sono stati riversati nel maxi processo Rinascita Scott dov’è imputato con l’accusa di concorso esterno esterno in associazione mafiosa l’avvocato Giancarlo Pittelli.
Cortese sta scontando un cumulo di condanne della durata di 30 anni. Racconta che fa parte della ‘ndrangheta da quando aveva 15 anni, ovvero nel 1995, quando è stato affiliato alla cosca Serraino e ha ricevuto la dota della Santa nei primi anni 2000 alla presenza di Andrea Mantella, a capo della consorteria di Vibo Valentia, e del boss di Zungri Giuseppe Accorinti. Arrestato nell’operazione “Pedigree”, in seguito all’arresto anche della moglie, i figli di Cortese entrarono nel programma “Liberi di scegliere” e da allora «per poter stare loro vicino, ho deciso di collaborare con la giustizia». 

Il “sistema”

Maurizio Cortese racconta di un “sistema” che si venne a formare all’interno della ‘ndrangheta e che lui apprese «in qualità di referente del clan Serraino -, da una serie di personaggi di assoluto spessore criminale che me ne parlarono in carcere». Tra questi annovera «Pietro Labate, alias “Ti mangiu”, capo del clan Labate di Reggio Calabria, di esponenti della cosca De Stefano ed in particolare tra questi di Gaetano Chirico, e di Pietro Siclari».
Il sistema si propone – dopo l’avvicinamento della ‘ndrangheta con personaggi dell’estrema destra eversiva e del massoneria – «di esportare in Calabria il “modello siciliano”, ossia l’idea di aderire ad un livello superiore della criminalità organizzata che fosse trasversale alle varie organizzazioni criminali territoriali (mafia, ‘ndrangheta, ecc.) e fosse stabilmente in contatto con il mondo della massoneria e delle istituzioni». «Dovendo specificare quale funzione svolgesse questo sistema, posso dire che ‘ndranghetisti e massoni lo attivavano — tramite precisi canali di conoscenze – ogni volta che ve ne era bisogno, per qualsiasi esigenza lecita o illecita, ad esempio per una fornitura di droga oppure per evitare che qualcuno collaborasse con la giustizia, ovvero per aggiustare un processo; in cambio la ‘ndrangheta si impegnava a raccogliere voti nelle competizioni elettorali in favore dei candidati che si era deciso di appoggiare. Anzi, sottolineo che la decisione delle candidature era una delle principali funzioni di questo “sistema” nel quale si incontravano ‘ndrangheta e massoneria. Fu così che a seguito di queste rivelazioni anch’io individuai i “miei uomini” all’interno delle logge massoniche».

Massoneria e logge coperte

Cortese racconta di avere conosciuto in carcere Angelo Boccardelli «un Gran Maestro del Goi ed aveva avuto rapporti con i Molè di Gioia Tauro, quindi faceva parte di una loggia ufficiale, tuttavia io sono a conoscenza anche dell’esistenza di logge massoniche coperte come ad esempio quelle insistenti a Cosenza ed a Catanzaro, di cui fa parte, tra gli altri l’avvocato Giancarlo Pittelli.
«La differenza tra la parte infiltrata delle logge massoniche ufficiali e le logge massoniche coperte, risiede essenzialmente ed esclusivamente nel fatto che le seconde non tengono registri ufficiali dei loro adepti, per cui garantiscono una maggiore riservatezza, ma dal punto di vista funzionale, l’interno del “sistema” di cui vi sto parlando, sono esattamente la stessa cosa».
Nel carcere di Paola Cortese conosce anche Saverio Razionale, boss di San Gregorio D’Ippona. «Ho saputo, riguardo al Razione – dice Cortese –, che anche lui aveva entrature nella massoneria. Mi fu detto da un tale Polito, del quale non ricordo il nome, che ho incontrato una sola volta e che mi era stato mandato da Ciccio Tabacco Mancuso».

Spostare il processo a Catanzaro per fare intervenire Pittelli

Il collaboratore racconta che nel 2010 era stato indagato per le bombe alla Procura Generale di Reggio Calabria. In quella occasione dice che Gateano Chirico, nipote dei De Stefano, gli suggerì di spostare il processo a Catanzaro «dove avrebbero potuto sistemare il mio processo mediante l’intervento di Pittelli». L’istanza di remissione fu rigettata dalla Cassazione motivo per cui Cortese intraprese uno sciopero della fame che si protrasse per 27 giorni sempre con l’intento di spostare il processo a Catanzaro. Venne però convinto da, Siclari e Chirico a interrompere lo sciopero della fame «dal momento che, come sostenevano, il processo avremmo potuto aggiustarlo in appello anche a Reggio Calabria». Boccardelli gli consigliò di «stare tranquillo durante le udienze, nel corso delle quali io avevo rilasciato delle spontanee dichiarazioni offendendo molte persone. Quando poi sono stato trasferito al carcere di Palmi, mi sono ritrovato detenuto con Brandimarte Giuseppe, detto Nuccio, che mi consigliò di nominare immediatamente l’avvocato Piitelli che era già il suo difensore. La richiesta, a suo dire, gli era stata rivolta dallo stesso Pittelli tramite un’imbasciata. Non feci la nomina perché non avrei saputo a quale dei miei due difensori revocare il mandato. Nel frattempo sono stato trasferito a Tolmezzo dove sono stato avvicinato da Pasquale Arena, a quei tempi amico ed assistito di Giancarlo Pittelli. Arena, meravigliato che non avessi ancora provveduto in tal senso, mi ribadì di procedere subito alla nomina di Pittelli. Preciso di non sapere come facesse Arena a conoscere la vicenda e come avesse ricevuto l’indicazione di spingermi a fare la nomina. Arena mi disse soltanto che da tantissimi anni era difeso da Pittelli e che l’indicazione di nominarlo come suo difensore gli era pervenuta da Luigi Mancuso».
Maurizio Cortese racconta che pochi mesi dopo la nomina di Pittelli «mi trovai fuori dal carcere ed all’esito del giudizio di appello, ottenni un considerevole sconto di pena di circa una dozzina d’anni, anche grazie all’esclusione della qualità di capo promotore della cosca».
Una volta scarcerato Cortese chiede a Brandimarte «di fare un regalo a Pittelli da parte mia e poi seppi che fu consegnata all’avvocato la somma di 40.000 euro».
Il collaboratore racconta che, uscito dal carcere, venne presentato da Domenico Morabito ad un carabiniere amico ed appartenente ai servizi di sicurezza «che mi confermò il riuscito aggiustamento del processo per il tramite di Pittelli precisando però che vi era stato decisivo interessamento ed intervento da parte sua e del “sistema” cui apparteneva, perché altrimenti disse, Pittelli non avrebbe potuto fare “magie”».
Cortese non è a conoscenza di come siano andate fattivamente le cose col suo processo perché «non potevo, nella mia posizione, fare domande a riguardo. Quello che
so è che sicuramente non si è trattato di una cosa lecita, che hanno forzato la mano per conseguire il risultato e che sicuramente ci sono arrivati per il tramite dei legami derivati dall’appartenenza alla massoneria. I soldi da parte dei Bradimarte erano solo un regalo, null’altro. Non so dire se il risultato della considerevole riduzione di pena riconosciutami in appello fosse il frutto di una dazione di denaro, di uno scambio di favori o semplicemente conseguenza di una vicinanza ricollegabile a quelle “entrature” che erano alla base del “sistema” di cui vi ho parlato. Non conosco il nome del giudice avvicinato».

Come si facevano le “magie” e come si era comportato il sistema

Il carabiniere racconta a Cortese alcuni particolari su come fu avvicinato il giudice della Corte d’Appello, cioè avvicinando un avvocato di Locri che era imparentato col magistrato. Di una cosa è certo Cortese, ovvero che gli appartenenti al “sistema”, attraverso il carabiniere, prima lo avevano incastrato, facendolo accusare delle bomba alla Procura Generale e poi «si sono adoperati per l’aggiustamento una volta che compreso che anche io in carcere mi ero allineato ed anche perché avevano capito che solo io avrei potuto gestire la cosca Serraino in quanto Alessandro Serraino, figlio di Domenico, non era in grado di farlo né di indirizzarmi dal momento che, come lui stesso ammetteva, io ascoltavo solo il padre». Dell’appartenenza di Pittelli alla massoneria coperta, Cortese dice di averne parlato con «Pasquale Arena detto Nasca. Egli mi disse che lo conosceva da tantissimo tempo e che fu Luigi Mancuso a raccomandargli tempo addietro di nominare l’avvocato Pittelli; di quest’ultimo mi disse anche del suo molo nelle logge coperte e delle entrature che grazie a ciò poteva vantare. Preciso che Arena mi parlò della sua appartenenza massonica, di quella di Pittelli ed anche di quella di Mancuso “Vetrinetta”. Sempre nel carcere di Tolmezzo nel 2016, incontrai appunto anche Vetrinetta, che era detenuto lì, sebbene in un’altra sezione. Lo incontrai in cortile e mi chiese se sarebbe venuto Pittelli a Tolmezzo e nel contesto mi disse che era un avvocato che sapeva muoversi e che aveva diverse entrature». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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