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inchiesta Olimpo

Il controllo di Diego Mancuso su Vibo Valentia. Il pentito Arena: «Era il numero due del clan dopo “zio Luigi”»

Gli interrogatori sul boss. L’omicidio richiesto dal clan Piromalli per un affronto. La “vendetta” per il pestaggio subìto dal figlio. E il permesso accordato ai camorristi in carcere contro le usa…

Pubblicato il: 15/02/2023 – 7:00
di Pablo Petrasso
Il controllo di Diego Mancuso su Vibo Valentia. Il pentito Arena: «Era il numero due del clan dopo “zio Luigi”»

VIBO VALENTIA Bartolomeo Arena è uno dei più recenti collaboratori di giustizia del Vibonese. Dal 2019 racconta i segreti dei clan, sulla scorta di una “storia” di famiglia composta – parole sue – «di uomini d’onore dal 1800». Arena, troppo «scalmanato» per diventare picciotto (come previsto) a 16 anni, ha collezionato decine di incontri con  ‘ndranghetisti. Nell’inchiesta “Olimpo” anche le sue dichiarazioni, come quelle del pentito Andrea Mantella, costruiscono il profilo criminale di “Addecu”, al secolo Diego Mancuso, boss del clan di Limbadi con competenza mafiosa sulla Costa degli Dei e la capacità di “controllare” anche i movimenti della ‘ndrangheta a Vibo Valentia.  

«Diego Mancuso nel gruppo di fuoco del fratello»

Secondo Arena “Addecu” «faceva parte del gruppo di fuoco del fratello Giuseppe Mancuso, ‘mbrogghia». Il pentito racconta a questo proposito un aneddoto che riguarda la latitanza di un membro del clan Piromalli. L’uomo sarebbe stato ospitato da «una famiglia di ‘ndranghetisti, ma diede fastidio a una delle donne della famiglia, per cui nacque una questione abbastanza delicata» perché gli “ospiti” «lamentarono questo abuso». Piromalli, racconta Arena, non la prese bene e «decretò la morte» di chi aveva osato sollevare la questione; «per eliminarli furono incaricati appunto Giuseppe Mancuso ‘mbrogghia e Diego Mancuso». La richiesta firmata dai pm antimafia non riporta altri dettagli sulla vicenda. Che sarebbe comunque non troppo recente. 
In generale, Arena racconta che «Diego Mancuso è sempre stato ai vertici della famiglia Mancuso» che «presenta due “anime”, quella degli undici fratelli (ramo che vede tra i principali esponenti Antonio e Luigi Mancuso) e quella facente capo, invece, a Giuseppe Mancuso ‘mbrogghia, all’ingegnere e appunto a Diego Mancuso “Mazzola”. questi ultimi si confrontano, quanto agli esponenti del ramo degli “zii”, solo con Antonio e Luigi Mancuso. Che io sappia questa situazione c’è sempre stata, sicuramente da prima dell’epoca del tentato omicidio di Francesco Mancuso “Tabacco” e sicuramente dal 1993 in poi». 

La vendetta per il pestaggio del figlio

È nel 1997 che il collaboratore ha «contezza diretta» della caratura criminale del boss. Accade quando due suoi cugini picchiano «senza sapere chi fosse» il figlio di Diego Mancuso. Da parte di “Addecu” arriva una reazione «inevitabile», davanti alla quale «fu necessaria la provvidenziale intercessione in favore degli autori delle percosse di Pino Barba che pregò Diego Mancuso di risparmiare i responsabili». Il boss comunque ottenne un ristoro per l’affronto: «Pretese comunque che il figlio potesse a sua volta picchiare ciascuno degli aggressori presso le loro rispettive abitazioni, cose che effettivamente avvenne. Si trattava di una umiliazione terribile, quasi peggiore della morte, considerando il nostro modo di pensare».

«I Mancuso sono la famiglia di ‘ndrangheta più considerata in Campania»

Altra conferma del peso mafioso di “Addecu” arriva da un episodio avvenuto in carcere e che Arena avrebbe appreso dopo il 2012. «Dopo l’operazione “Dinasty” – racconta – ho saputo altre notizie sul conto di Diego Mancuso. So che questi era stato in carcere a Vibo Valentia insieme a dei delinquenti del napoletano (i Mancuso sono la famiglia di ‘ndrangheta più considerata in Campania). I napoletani in carcere hanno l ‘abitudine di portare pantaloncini corti e prendere il sole sole all’aria a torso nudo, atteggiamenti inaccettabili per uno ‘ndranghetista. Per questo motivo questi napoletani ebbero una discussione con Salvatore Furlano, detenuto per un’usura nella quale era coinvolto anche Domenico Patania), Domenico Bellissimo e suo fratello (figli di Bellissimo Vincenzo)». Questione di etichetta carceraria rispetto alla quale «i napoletani non vollero recedere, dicendo che erano stati precedentemente autorizzati a tenere questi comportamenti da Diego Mancuso durante la comune detenzione, anzi, forti del suo appoggio, addirittura picchiarono i vibonesi. So che per questa vicenda (per la rissa in carcere) dovrebbe esserci anche un processo nel quale è sicuramente coinvolto il Furlano. Questo è successo intorno alla fine degli anni 2000…». 

Il controllo di “Addecu” su Vibo Valentia

Anche le ’ndrine vibonesi riconoscevano un “ruolo” al boss. Uno dei Lo Bianco, in particolare, «si recava sempre da Diego Mancuso per aggiornarlo su quanto accadeva nella città di Vibo Valentia a livello di ‘ndrangheta. In particolare, so che sapeva dell’operato del mio gruppo e, ritengo, anche di me. L’interesse di Diego Mancuso per queste notizie era evidente, data l’influenza che sempre i Mancuso avevano esercitato sulla città di Vibo Valentia (peraltro sempre con l’appoggio dei Lo Bianco-Barba)». Quelle notizie sarebbero arrivate ad Arena per metterlo in guardia sul controllo esercitato dal clan di Limbadi nel capoluogo. «Il motivo – spiega il pentito – per cui Lo Bianco riferisse proprio a Diego Mancuso era che questi era al momento al vertice della famiglia (dopo la scarcerazione di Luigi Mancuso e dopo la sua scarcerazione, Diego Mancuso in effetti  aveva una posizione immediatamente inferiore a quella dello zio Luigi)». (p.petrasso@corrierecal.it)

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