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la sentenza

Infiltrazioni della ‘ndrangheta ad Anzio e Nettuno, condanne fino a 20 anni di reclusione

Riconosciuta l’associazione di tipo mafioso nelle condanne con rito abbreviato in seguito all’inchiesta della Procura capitolina

Pubblicato il: 23/02/2023 – 17:09
Infiltrazioni della ‘ndrangheta ad Anzio e Nettuno, condanne fino a 20 anni di reclusione

ROMA Riconosciuta l’associazione di tipo mafioso nelle condanne con rito abbreviato nel procedimento sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta ad Anzio e Nettuno, litorale romano. L’inchiesta, coordinata dai procuratori aggiunti Michele Prestipino e Ilaria Calò con i pm Giovanni Musarò, Francesco Minisci e Alessandra Fini, aveva portato il 17 febbraio scorso all’arresto eseguito dai carabinieri del Nucleo Investigativo della Capitale di oltre sessanta persone. Ai vertici dei due distinti gruppi criminali, distaccamenti delle ‘ndrine di Santa Cristina d’Aspromonte in provincia di Reggio Calabria e di Guardavalle in provincia di Catanzaro, c’erano Giacomo Madaffari, Davide Perronace e Bruno Gallace. In seguito all’inchiesta della Procura capitolina, lo scorso novembre i comuni di Anzio e Nettuno sono stati sciolti per mafia.

Le indagini

Il gup, con la sentenza emessa oggi nell’aula bunker di Rebibbia, che ha visto il riconoscimento del 416bis, ha condannato a 20 anni tra gli altri, Bruno Gallace, Vincenzo Italiano, Gregorio Spanò e Fabrizio Schinzari e ha rinviato a giudizio un’altra trentina di imputati, tra cui Madaffari, che hanno scelto il rito ordinario. In base a quanto emerso dalle indagini, i clan della ‘ndrangheta puntavano a ‘colonizzare’ il litorale romano, e per rafforzare il proprio potere sfruttavano la consolidata capacità di importare ingenti quantitativi di cocaina dal Sud America, per poi infiltrarsi nelle amministrazioni locali attraverso la gestione e il controllo di attività economiche nei più svariati settori, da quello ittico alla gestione e smaltimento dei rifiuti. Gli accertamenti avevano consentito di ricostruire fra l’altro l’importazione di 258 chili di cocaina avvenuta nella primavera 2018, tramite un narcotrafficante colombiano, disciolta nel carbone e poi estratta all’interno di un laboratorio allestito a sud della Capitale. La ‘ndrina aveva anche in progetto di acquistare e importare da Panama circa 500 chili di cocaina nascosti a bordo di un veliero che in origine veniva utilizzato per regate transoceaniche. L’operazione però saltò quando gli arrestati vennero a conoscenza delle indagini proprio nei loro confronti. Nel processo si sono costituite parti civili la Regione Lazio e l’associazione ‘Antonino Caponnetto’.

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