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Le informazioni «prese da Facebook» e il mistero delle telefonate all’alba del naufragio

Qualcuno ha dato ai soccorritori la posizione esatta del barchino. Chi ha fornito i dati visto che gli scafisti bloccavano le comunicazioni?

Pubblicato il: 06/03/2023 – 13:27
Le informazioni «prese da Facebook» e il mistero delle telefonate all’alba del naufragio

CROTONE Non sono servite a evitare la strage dei migranti al largo di Cutro. Ma sono destinate a entrare nell’inchiesta della Procura che mira a fare luce su eventuali falle nei soccorsi. Un elenco di telefonate e una mail per chiedere aiuto. Messaggi che risalgono alla domenica della strage che restano avvolti nel mistero. Sono stati registrati tra le 4,20 e le 5,13, quando lo schianto del barcone contro la secca aveva già trasformato in tragedia la traversata dei 200 migranti dalla Turchia. 

I primi contatti. «Stanno affondando, ho avuto l’informazione via Facebook»

Il primo contatto avviene alle 4,20. È un numero turco a contattare i carabinieri di Crotone «da una non meglio identificata barca». Quel cellulare, però, non riesce a stabilire una comunicazione, la linea è pessima. La cella agganciata è quella di Le Castella, a Isola Capo Rizzuto. Ogni tentativo di ricontattare quel numero si rivela inutile. Alle 4,35 c’è un altro contatto: arriva da «un segnalante straniero» che, da un’utenza telefonica italiana chiama due volte la Centrale operativa delle Capitanerie di porto (Mrcc) a Roma. Nella prima chiamata – secondo quanto riporta il “Corriere della Sera” – dice di vedere una barca in difficoltà che sta per ribaltarsi, a 40-50 metri dalla riva davanti alla foce del fiume Tacina. «Li sento urlare», aggiunge. Nella seconda chiamata, subito dopo, annuncia: «Ho visto il peschereccio ribaltarsi». 
La Centrale operativa viene contattata nuovamente alle 4.52. La voce è quella di un altro «segnalante straniero». Numero turco, allarme diffuso in inglese: «C’è una barca che sta per affondare davanti a Isola Capo Rizzuto». Gli chiedono se è a bordo e lui risponde no, «ma ho avuto l’informazione via Facebook e non ho il numero di bordo». Sa quante persone sono imbarcate?, gli chiedono. Risposta: «Dal post su Internet risultano presenti 200-250 persone, non so che barca sia e non ho altre informazioni». 

La chiamata dell’attivista e la telefonata da un numero tedesco

La segnalazione successiva è delle 5,13, quando ormai il barcone è andato in pezzi. Viene – sempre secondo la ricostruzione del “Corriere della Sera” – da una donna italo-marocchina, un’attivista per i diritti umani. È la Guardia costiera a prendere nota della comunicazione: «Ci ha detto di aver ricevuto una telefonata da un numero tedesco (che non fornisce) di un sedicente familiare di alcune persone a bordo della barca. Dice di aver saputo che la barca era partita dalla Turchia con 120 persone a bordo e che circa un’ora prima aveva urtato uno scoglio spezzandosi, a Capo Rizzuto». La donna avrebbe dettato alla capitaneria anche longitudine e latitudine dell’imbarcazione e dice che a bordo c’è una utenza turca di cui fornisce il numero. Le chiedono come fa ad avere la posizione esatta e quel numero di telefono turco; lei risponde che le è stata «riportata dai parenti delle persone a bordo». Alle 5.35, annotano sempre in Guardia costiera, «perveniva mail della segnalante che confermava quanto detto nella telefonata». 

Il jammer degli scafisti e i dubbi sulle fonti delle comunicazioni 

Saranno le inchieste a rimettere in fila i fatti. Questa sequenza apre, però, molti interrogativi. Se in un caso c’è un testimone oculare che parla di una barca ribaltata, le altre comunicazioni hanno riferimenti meno chiari. Dal secondo numero turco, ad esempio, arriva un dato che apre a molti dubbi: l’interlocutore della Centrale operativa dice alle 4,52 di aver appreso la notizia del naufragio da un profilo Facebook. Quale sarebbe questo utente? E perché pubblicare sui social una richiesta d’aiuto? Altro dubbio: chi (e come) avrebbe fornito l’esatta posizione (latitudine e longitudine) dell’imbarcazione? Possibile che il dato sia stato comunicato da uno scafista? L’eventualità non è da escludere: dal decreto che ha risposto il fermo di tre presunti trafficanti di esseri umani emerge la disponibilità, da parte degli scafisti, di un jammer, cioè un sistema capace di oscurare i cellulari dei migranti imbarcati. Difficile, dunque, che le informazioni arrivate a terra possano essere partite dai profughi (difficile, peraltro, che un migrante potesse avere l’esatta indicazione di latitudine e longitudine del barcone). Perché, poi, seguire un percorso tortuoso come quello di contattare un parente in Germania che, a sua volta, chiami un’attivista in Italia? Sono dubbi che si aggiungono alle complesse ricostruzioni alle quali è chiamata l’inchiesta di Crotone per ricostruire la filiera dei soccorsi. (ppp)

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