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«Ci pensa don Gianni…». I 300 euro versati al sacerdote per il certificato al familiare di un uomo dei Bellocco

Le intercettazioni che inguaiano il sacerdote arrestato. I contatti tra Palaia e Delfino per il “favore”. Per il gip non c’è aggravante mafiosa

Pubblicato il: 12/03/2023 – 18:08
di Pablo Petrasso
«Ci pensa don Gianni…». I 300 euro versati al sacerdote per il certificato al familiare di un uomo dei Bellocco

GIOIA TAURO Francesco Benito Palaia, che per gli inquirenti è un membro della cosca Bellocco di Rosarno, ha bisogno di un favore. Lo chiede a Rocco Delfino, “u Rizzu”, considerato uno dei componenti del “direttorio” del clan Piromalli «con ampi poteri decisionali nella gestione delle estorsioni e di “collettore” delle tangenti». La vicenda che porterà il gip a decretare gli arresti domiciliari per il sacerdote di Oppido Mamertina Giovanni Madaffari (sospeso dalla Curia) inizia il 27 febbraio 2021 da una conversazione registrata tra Delfino e Palaia. La richiesta di Palaia – così viene sintetizzata negli atti dell’inchiesta “Hybris” della Dda di Reggio Calabria – è piuttosto esplicita: chiede a Delfino «se conoscesse un prete a Gioia Tauro disposto ad attestare la partecipazione ad un corso, per due mesi, due volte alla settimana, in favore di un soggetto rimasto ignoto». Per i magistrati antimafia «si tratta, con tutta evidenza, di una falsa attestazione posto che se l’attestazione fosse corrisposta al vero non si comprende perché fosse necessario adire un soggetto di fiducia del Delfino». Delfino non ha dubbi e indica «prontamente don Gianni Madafferi di Castellace, sulla cui disponibilità in tal senso non dubitava».

«Glielo diciamo a don Gianni»

La richiesta cautelare dei pm evidenzia la richiesta in maniera più netta. Servirebbe «un sacerdote disposto a redigere una dichiarazione in favore di un soggetto che voleva essere ammesso ad un corso di catechesi, finalizzata ad ottenere una dichiarazione “di comodo” da presentare in maniera strumentale all’Autorità chiamata a decidere in merito alla concessione di un permesso settimanale».
«Conosci qualche prete a Gioia Tauro?», chiede Palaia, «Mi serve una dichiarazione che uno deve fare un paio di mesi di corso… di andare due volte alla settimana in Chiesa… Elvio non c’è». “U Rizzu” individua don Giovanni Madafferi, «sacerdote in servizio alla parrocchia Santa Maria Assunta di Castellace, che ospitava pregiudicati in regime di misure alternative alla detenzione». «Eh… qui a don Gianni… andiamo a Castellace e glielo diciamo a don Gianni… e ce lo fa subito… conosci a don Gianni Madafferi… lo conosci, lo conosci».
Il commento dei pm: «Uno spaccato davvero desolante è fornito dalla figura del sacerdote don Giovanni Madafferi che, come si avrà modo di vedere, asseconderà dietro pagamento di 300 euro la richiesta di rilascio di un certificato falso».

«Il denaro era destinato a don Giovanni Madafferi»

La vicenda va avanti «con una conversazione dell’8 marzo 2021, quando Delfino contatta Palaia per comprendere se quest’ultimo avesse ritirato un “certificato” non meglio specificato». Palaia conferma, «riferendo che avrebbe provveduto a versare il corrispettivo per quanto ottenuto, pari a 300 euro». Delfino, da parte sua, ci tiene «a specificare che quel compenso non era diretto al redattore del certificato, per come lo stesso redattore aveva suggerito di precisare al Palaia; il redattore del certificato», cioè il sacerdote, «appariva preoccupato dell’impressione che quella condotta poteva suscitare su terzi estranei». Un’annotazione dei pm tende, però, a “riscrivere” la conversazione in cui si tenta di allontanare i sospetti dal religioso. «Nel prosieguo – si legge nella richiesta di applicazione di misure cautelari – si capirà invece che il denaro era destinato proprio a Don Giovanni Madafferi quale corrispettivo per il rilascio della certificazione pattuita. Appariva assolutamente anomalo che il diretto interessato, ossia colui che ne avrebbe beneficiato, oltre a non frequentare nessun corso, di fatto non aveva stabilito alcun contatto con il parroco».
Le intercettazioni si allargano anche al figlio di Rocco Delfino, Salvatore. Che sente direttamente il sacerdote e gli chiede «se un dato soggetto si fosse recato dal prete stesso». «Il sacerdote – scrive il gip – aggiungeva di “aver rilasciato la liberazione” in favore di quel soggetto e di intimarlo a recarsi presso di lui quella sera stessa». «Che la “liberazione” – prosegue il ragionamento dell’accusa – altro non fosse che il certificato che il prete doveva rilasciare a Palaia e di cui si era discusso il 27 febbraio, si comprende agevolmente dal fatto che Salvatore Delfino, immediatamente dopo aver chiuso con il prete, telefonava a Palaia invitandolo a recarsi dal Madafferi il giorno stesso».

«Gliel’ha fatta il prete, trecento euro ha voluto»

I tempi sono stretti. Il 9 marzo 2021 viene fissato «un incontro tra Palaia e don Giovanni Madafferi, attraverso l’intermediazione di Delfino padre e figlio». Da una conversazione registrata lo stesso giorno «tra Rocco Delfino, Cosimo Romagnosi e Aurelio Messineo peraltro veniva disvelata la natura della certificazione che il prete avrebbe rilasciato a Palaia». Si sarebbe trattato di «una dichiarazione di proposta di assunzione in carico di un soggetto, appartenente alla famiglia dei Palaia, il quale doveva avanzare istanza per la misura alternativa alla detenzione dell’affidamento in prova ai servizi sociali». E, sono sempre parole del gip, «si comprendeva chiaramente che per quella certificazione il prete aveva richiesto un corrispettivo pari a 300 euro («Gliel’ha fatta il prete, trecento euro ha voluto»)».
Per i magistrati della Dda di Reggio Calabria, «la circostanza denotava, pertanto, come il sacerdote si era reso disponibile a redigere un atto essenzialmente falso su richiesta e per favorire soggetti legati alla ‘ndrangheta». Per il gip sussiste la gravità indiziaria a carico di tutti gli indagati per questo capo d’imputazione, ma va esclusa l’aggravante mafiosa. «La condotta degli indagati, infatti, non appare aver avvantaggiato né la cosca Piromalli nel suo complesso né un soggetto specifico intraneo alla stessa, trattandosi di condotta finalisticamente diretta a vantaggio del solo beneficiario del certificato falso». (p.petrasso@corrierecal.it)

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