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«La ‘ndrangheta ha tolto tanta speranza. Ma oggi è un giorno di rinascita» – VIDEO

I familiari calabresi delle vittime di mafia: «Troppi ancora senza verità e giustizia. Vogliamo trasformare il nostro dolore in grande impegno»

Pubblicato il: 21/03/2023 – 17:28
di Mariateresa Ripolo
«La ‘ndrangheta ha tolto tanta speranza. Ma oggi è un giorno di rinascita» – VIDEO

MILANO «Siamo un mare di gente a chiedere la verità e la giustizia per le vittime che non hanno ancora una storia da raccontare, una giusta narrazione di quello che è successo. Siamo qui per chiedere allo Stato, in modo determinato, incisivo e risolutivo che venga creato un ambiente, un’Italia libera di vivere con tranquillità». Così Vincenzo Chindamo ai microfoni del Corriere della Calabria. In prima fila, al corteo organizzato da Libera a Milano, sfila mostrando una foto della sorella, Maria Chindamo, l’imprenditrice fatta sparire il 6 maggio del 2016 davanti alla sua tenuta agricola di Limbadi, nel Vibonese. «Siamo qui oggi – spiega Vincenzo Chindamo – nella nostra grande famiglia, i familiari delle vittime innocenti di mafia, per fare memoria, per trasformare il dolore, la rabbia che ci portiamo dentro, in un grande impegno».
Vicino a lui i parenti di tante altre vittime della ‘Ndrangheta. Tra quei 1069 nomi letti questa mattina ci sono anche quelli di Vincenzo Grasso, Antonino Marino, Lollò Cartisano. Padri, mariti, figli.

«Mio padre assassinato perché si è rifiutato di pagare il pizzo»

Tre vite spezzate nei primi anni 90, quando la Locride sprofondò in uno dei suoi momenti più bui, fatti di sequestri di persona, estorsioni, morti ammazzati per strada. A ricordarli sono tre donne. «Mio padre è stato assassinato perché si è rifiutato di pagare e non si è piegato alle richieste estorsive», racconta Stefania Grasso, figlia di Vincenzo Grasso, assassinato il 20 Marzo del 1989 a Locri. «Siamo qui in questa magnifica giornata che ci accompagna col sole primo giorno di primavera per ricordarli tutti, per portare avanti le loro idee, per portare avanti il loro esempio. Questa giornata per noi ha un valore fortissimo, non solo simbolico, ma reale perché oggi è una tappa di un percorso che dura 365 giorni, in cui non solo li ricordiamo, ma proviamo a continuare quello che loro hanno lasciato. Le mafie – aggiunge Grasso – non sono un problema da sottovalutare, la ‘ndrangheta nei nostri territori ancora controlla tutto, ma la verità è che anche qui a Milano la pervasione di questa del fenomeno mafioso rende insostenibile per il momento solo alcune zone, ma se non prendiamo provvedimenti, se non riusciamo ad arginarla, chiaramente farà lo stesso percorso che ha fatto in altri territori come il nostro».

«Le mafie hanno tolto tanta speranza. Ma questo è un giorno di rinascita»

«È importante essere qui per dare un messaggio soprattutto ai giovani», afferma Vittoria Dama, vedova del brigadiere Antonino Marino, ucciso in un agguato mortale a Bovalino il 9 settembre 1990. «Siamo in tanti dalla Calabria, tantissimi familiari purtroppo ancora camminiamo chiedendo verità e giustizia i nostri cari», rimarca Deborah Cartisano, figlia di Lollò Cartisano, il fotografo di Bovalino rapito nel 1993 e il cui corpo fu ritrovato ai piedi di Pietra Cappa solo dopo le rivelazioni di un pentito. «L’80% di noi familiari non ha ancora verità e giustizia, non sappiamo chi e perché ha ucciso i nostri cari, quindi questa marcia è importantissima. È importante far sapere al resto delle persone che non sa che non sono state toccate fisicamente dalle mafie, che invece lo sono, perché tutto questo riguarda tutti, non soltanto noi familiari. Le mafie ci hanno tolto le vite, ma hanno tolto molta speranza». E da tanto dolore un messaggio di speranza che si eleva ogni anno nel primo giorno di primavera. «È un giorno di rinascita – afferma Deborah Cartisano -. La memoria dei nostri cari è una memoria viva, che cammina sulle nostre gambe. E passiamo il testimone ai tanti giovani che incontriamo nei nostri percorsi e che purtroppo non sanno nulla di queste storie, le ascoltano da noi e sono orgogliosi di essere meridionali, di essere calabresi, siciliani, pugliesi. Perché possono raccontare le storie delle tante vittime che hanno detto no alle mafie e che sono un esempio, un modello bellissimo e per noi un simbolo di rinascita e di lotta per la verità, per la giustizia, per lo sviluppo del nostro Paese». (redazione@corrierecal.it)

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