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Misiti: «Il mio documento sulla disabilità ignorato. Nel M5S ero percepito come un fastidio»

Il chirurgo ortopedico: «Si sono perse occasioni importanti. Nei miei confronti ci sono stati pregiudizi interni. Con Conte ho ancora ottimi rapporti»

Pubblicato il: 28/04/2023 – 6:55
di Emiliano Morrone
Misiti: «Il mio documento sulla disabilità ignorato. Nel M5S ero percepito come un fastidio»

Nella scorsa legislatura della Camera, l’allora deputato Massimo Misiti elaborò un moderno articolato di norme volto a garantire tutele omogenee ai portatori di disabilità, sul presupposto che la materia avesse una disciplina in parte inapplicata, incompleta e per molti versi inattuale, spesso causa di profonde diseguaglianze tra i disabili residenti al Nord e quelli residenti al Sud, tra gli adulti e i minorenni titolari di benefici e provvidenze pubblici in relazione alle loro condizioni fisiche svantaggiate. 
Oggi Misiti, chirurgo ortopedico che ha realizzato oltre 17mila interventi in qualità di primo operatore, ha rinunciato alla politica attiva, sia perché – ci ha raccontato – oggetto di pregiudizi all’interno del Movimento 5 Stelle, sia per scelta di vita. Tuttavia, da tecnico della sanità, lo specialista continua a dare un contributo disinteressato per aiutare le persone più fragili e per migliorare la tutela della salute a livello nazionale e regionale.
Abbiamo letto il documento in questione, risalente all’anno 2019, che il medico ed ex deputato ci ha voluto inviare. In particolare, gli obiettivi della proposta di Misiti sono: «sviluppare fra i cittadini la cultura dell’integrazione e dell’inclusione» dei disabili; «garantire lo sviluppo e l’integrazione degli studenti con disabilità»; «incentivare enti, società e associazioni che intraprendono o promuovono la ricerca e lo sviluppo» a favore di persone con disabilità; «rendere accessibili e fruibili tutti i servizi relativamente alle differenti tipologie di disabilità»; integrare in ambito lavorativo «le persone con disabilità»; «istituire un’unica Anagrafe nazionale» per la categoria; semplificare «tutti i processi e percorsi di riconoscimento e certificazione con cui i cittadini con disabilità devono costantemente interagire»; abbattere «tutte le barriere architettoniche»; «incentivare tutte le forme di turismo “accessibile”»; riconoscere «allo sport il ruolo di strumento utile all’integrazione e all’uguaglianza» dei disabili e riconoscere appieno «quelle terapie non farmacologiche che vedano il pieno coinvolgimento di bambini e adulti con gli animali, la natura, la musica o con qualunque altra forma terapeutica che possa contribuire all’integrazione e all’inclusione apportando benefici socio-sanitari»; definire le «protesi di nuova generazione come ausili fondamentali per supplire o migliorare le funzioni compromesse delle persone con disabilità».
Questo lavoro parlamentare di Misiti non ha trovato sostegno e approvazione nella precedente legislatura. Perciò gli abbiamo chiesto il perché e l’abbiamo intervistato – data la conoscenza personale con l’uso del Tu, per correttezza verso i lettori del Corriere della Calabria – sulle necessità della politica e del Servizio sanitario. 
«Da deputato – premette Misiti – avevo fatto molto per la sanità. Ma le mie proposte non sono state valorizzate. Riguardo alla disabilità, avevo già presentato a Firenze quel progetto organico, in seguito portandolo in tutta Italia con l’augurio, con la speranza, con la fiducia di una sua approvazione, che purtroppo non c’è stata». 

Questo perché l’attenzione si è poi concentrata su come gestire la pandemia? 
«No. Piuttosto, ero percepito come un fastidio, ma l’ho saputo dopo. Nel Movimento 5 Stelle c’era chi mi accusava alle spalle di interessi particolari, in realtà mai avuti. Ora non sono più deputato, ma le mie proposte cominciano ad essere prese in considerazione nella nuova legislatura. Per me è un rammarico, una delusione. Sono dispiaciuto di non aver avuto il sostegno necessario per portare a termine progetti di utilità collettiva». 

Nel documento sulla disabilità che il Corriere della Calabria ha ricevuto, c’è lo sforzo di considerarla nel suo complesso e nella sua attualità. Perché da deputato hai incontrato degli ostacoli al riguardo? 
«Pensavo di far parte di un gruppo e di poter lavorare in una squadra. Purtroppo, si sono perse occasioni importanti. Non le ho perse io in quanto singolo, le abbiamo perse tutti quanti, all’interno del Movimento 5 Stelle. Potevamo creare qualcosa di concreto, lasciare un segno profondo per la comunità. La politica si fa lasciando dei segni, delle opere, dei contenuti che facciano crescere la collettività. Sono però contento. Infatti, nell’ambito della disabilità, grazie ad un confronto continuo avuto con Luca Delle Cave, attivista di Castrovillari che conosce questo mondo, sono riuscito ad ottenere la realizzazione di 400 Sale blu in tutta Italia. Nello specifico, si tratta di sale in cui le persone con disabilità hanno la possibilità di attendere i treni e di vivere momenti di umanità. Fu Luca a parlarmene. Di conseguenza, io feci tanta di quella pressione su Rete ferroviaria italiana, che alla fine l’azienda aprì 400 Sale blu in tutto lo Stivale».

Come ti senti per l’esperienza vissuta nel Movimento 5 Stelle?
«Non ho risentimenti. Non ho mai lavorato per un percorso personale, non ho mai favorito nessuno. Ho invece cercato di contribuire ad assicurare servizi a una comunità che mi aveva dato fiducia. Purtroppo, nei miei riguardi ci sono stati alcuni pregiudizi interni, che a volte non sono caduti neppure con la conoscenza diretta della mia persona e del mio modo di pormi e di lavorare. Per me, stare alla Camera non era legato a un potere economico, che assolutamente non mi serviva, ringraziando il Signore. Ogni persona può e deve essere utile al prossimo, a mio avviso. Tengo sempre presente questo concetto, anche nell’ambito anche delle mie relazioni personali e lavorative. Il mio compito è, se non sono in grado di darti una soluzione, quello di trovarti la soluzione, di cercartela presso chi te la può dare. Se io non so fare un intervento chirurgico, te lo dico e aggiungo, se non ti dispiace, che posso cercarti la soluzione. È questo il mio modo di ragionare. Da me, che sono un ortopedico, vengono pazienti per malattie etichettate come patologie tumorali, ma mi rendo utile ugualmente. È fondamentale il contatto quotidiano con la gente. Allora tu non vivi del tuo “io”, ma vivi il tuo “io” per gli altri e il tuo “io” è dato dalla conoscenza, che deve essere sempre migliorata». 

A un certo punto eri diventato il riferimento in Calabria anche per il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte.
«Con lui il rapporto è iniziato all’epoca del primo decreto Calabria, su cui non ero assolutamente d’accordo. Avevo cercato di parlarne con la ministra Grillo, che ogni volta mi rinviava alla sua segreteria. In passato avevo parlato con la ministra Lorenzin, con il ministro Veronesi e con altri rappresentanti istituzionali. Diventato parlamentare, paradossalmente non ho più avuto accesso agli uffici con i quali prima mi confrontavo. Perciò, in relazione al primo decreto Calabria, andai a parlare con Conte, al quale dissi che l’articolato non andava affatto bene e che non avrebbe aiutato la sanità calabrese. Chiesi appuntamento a Conte, allora al governo con la Lega. Dovevamo parlare per dieci minuti, ma restammo tre ore a discutere di sanità. Ero entrato chiamandolo “presidente”, mentre lui mi chiamava “onorevole”. Alla fine, ci salutammo chiamandoci per nome. Allora nacque tra di noi un rapporto sincero, basato sulle idee e sul confronto, che si strinse quando c’era l’ipotesi di creare un partito di Conte. Poi il rapporto tra me e lui è andato avanti, sempre molto sincero, onesto e corretto, privo di paletti istituzionali e fondato sul confronto aperto. Pertanto, avrei avuto un posto sicuro nel nuovo Parlamento, che prese Roberto Scarpinato in seguito alla mia convinta rinuncia». 

Quali furono le ragioni della tua rinuncia?
«Il Movimento 5 Stelle era arrivato ad avere un ruolo molto importante e forse non era del tutto preparato ad esercitarlo. Non ci si può inventare forza politica e la politica non può essere fatta soltanto da espressioni di dissenso. Ci sono indubbiamente tanti cambiamenti da realizzare a favore dei cittadini. Il ruolo che rivesti quando varchi la soglia di Montecitorio o di Palazzo Madama è di mera responsabilità, non è un ruolo di potere. Tu sei il punto di riferimento di persone che vengono da te per chiederti come possono pagare la bolletta, come trovare un lavoro dopo averlo perso. Il Reddito di cittadinanza è stata una grande forma di aiuto. Ma oggi la politica deve occuparsi del lavoro che non c’è, di chi ha il lavoro e rischia di perderlo. Ancora, deve occuparsi dei cambiamenti climatici che sono all’ordine del giorno. Insomma, la politica deve dare risposte concrete e nutrirsi della conoscenza dei problemi, anche per tenere un discorso pubblico. Sono andato a studiare gli atti della Costituente da cui nacque la Costituzione. Lì c’è una storia che pochi hanno letto. Personalmente, ho la curiosità di sapere, di conoscere, di capire come si è giunti a determinate definizioni sul piano delle norme. Se non sai quello che c’è dietro, non puoi pretendere di modificare la Costituzione e le leggi dello Stato». 

Mancavano dei presupposti per te fondamentali?
«Durante il mio mandato nella scorsa legislatura, ho presentato due volte la norma sull’articolo 99 della Costituzione, che riguarda il Cnel. Nella prima proposta di legge, ne era prevista l’abolizione totale. Approfondite le funzioni del Cnel, andai dal professor Tiziano Treu, il quale mi accolse a braccia aperte perché avevo proposto la prima forma di democrazia partecipata, cioè la rappresentanza, all’interno del Cnel, di tutti i lavoratori: dal contadino all’agricoltore, dal metalmeccanico al medico e così via. La partecipazione democratica alla vita del governo pubblico e della nazione si può fare anche utilizzando il Cnel. Questa proposta, che non è basata solo sulle piattaforme Internet, l’ho presentata anche al ministro Brunetta ed è stata letta qualche giorno fa. Se tu non conosci un problema in profondità, non puoi fare bene il legislatore. Esiste quella che chiamo “dignità del silenzio”. In pratica, è molto più dignitoso stare zitti, anziché dare aria ai denti senza conoscere la storia e le prospettive di un percorso. L’obiettivo di un politico non dovrebbe essere la propria affermazione personale. Un politico dovrebbe essere utile all’interno di un meccanismo che non deve servire il potere. Il potere è una luce, è un riflettore su un palcoscenico che, finché ti illumina, ti illude. Poi i riflettori si spengono, cade il buio e cala il sipario». 

Adesso i tuoi rapporti con Giuseppe Conte come sono? 
«Buoni, come con tutti. Ho avuto la fortuna di conoscere molte belle persone, in Parlamento. Ho ottimi rapporti con Conte, e addirittura meravigliosi con Claudio Borghi della Lega, ora senatore». 

A proposito del decreto Calabria, se ne prospetta un’ulteriore proroga. Qual è la tua idea in proposito? Quale cura immagini per la sanità calabrese?
«Intanto bisogna vedere quali sono gli ospedali che servono e come vanno organizzati. Nello specifico, la rete regionale dell’assistenza ospedaliera era stata fatta sulla base del D.M. numero 70 del 2015, concepito a partire dal 2011. Alla Calabria serviva e servirebbe lo studio dei flussi delle prestazioni sanitarie. Prima avevi un ospedale sotto ogni campanile. Oggi andrebbero individuati gli ospedali più attrattivi e meno attrattivi, cercando di unire i reparti doppioni. Per esempio, all’epoca c’erano Cittanova, Palmi, Polistena e Gioia Tauro, in tutto con quattro reparti di Medicina. E c’erano i doppioni anche a Paola e Cetraro, a Corigliano e a Rossano. Serve una distribuzione più omogenea degli ospedali, per avere dei presìdi funzionanti. Per questo devi fare anche un censimento del personale. Quanti sono i medici, quanti quelli obbligatori? Sempre il D.M. 70, che è il regolamento specifico, dice che tu devi avere sette medici specialisti in branca ogni 14 posti letto. Noi sappiamo benissimo che in Calabria ci sono perfino reparti con appena due medici, sicché non funzionano. Non puoi utilizzare due medici 15 giorni l’uno e 15 giorni l’altro per la reperibilità, è illegale. Devi distribuire il personale in base ai flussi. Ancora, se tu hai quattro ospedali vicini e ne funziona solo uno, gli altri tre vanno chiusi o gestiti in maniera diversa». 

Puoi chiarire questo aspetto per i lettori?
«Se io avessi un addome acuto e mi trovassi a Tortora, in provincia di Cosenza, qual è l’ospedale più vicino per essere trattato? È inutile che facciamo cinque ospedali e poi, magari, uno non serve, uno non vale, uno non ha personale e uno non ha strumenti. Nel momento in cui vado all’ospedale che mi accoglie, lì devo essere curato. Non può essere che il paziente debba subire l’imprevedibilità della sorte, che debba sperare di trovare un chirurgo in grado di mettere dei punti, altrimenti muore. Né si possono chiudere le bacchette dell’emoteca perché il sangue lo devo gestire io. In sanità non conta il potere. Anche tra i miei colleghi c’è gente che ha bisogno di potere, ma non si vive mai di potere. Se tu vuoi fare il medico, non devi avere potere, ma devi essere al servizio delle persone. Ciò significa che devi avere umiltà. Non si può fare il medico per telefono. Le ricette non si fanno scrivere ai segretari, ma le fai se visiti il paziente». 

Ritieni che gli ospedali calabresi siano inadeguati?
«La normativa impone che anche gli ospedali del tipo spoke debbano avere il reparto di Ortopedia. Se non ce l’hai, non puoi essere un ospedale. Avrai invece un servizio e, anche in questo caso, dovrai avere l’ortopedico per le visite. Noi stiamo facendo la guerra per avere ospedali ovunque, però se non fai funzionare i reparti non puoi pretendere la Casa della comunità né sperare che il medico formatosi a Milano venga in Calabria, se tu non gli dai la possibilità di mettere in pratica ciò che fa a Milano». 

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Per la fine del 2022 era attesa la nuova rete dell’assistenza ospedaliera. Come vedi la nuova riorganizzazione della sanità calabrese affidata al commissario Roberto Occhiuto? 
«Sono dell’avviso che in campo sanitario si debba avere un’organizzazione mentale e una capacità di organizzazione territoriale non indifferente. Il commissario Occhiuto ha preso dei tecnici, che dunque devono consentirgli di mettere in pratica determinati percorsi. La rete assistenziale deve essere riorganizzata. Vanno riviste la Rete trauma, la Rete ictus, la Rete stroke e la Rete chirurgica. Ora la Calabria non ha un’adeguata distribuzione delle Reti sul territorio. Non si possono realizzare tanti scatoloni chiusi. Occorre una definizione preliminare, ben chiara, di ciò che si vuole fare. Infatti, le scatole chiuse non portano risultati». 

E più nello specifico?
«La Calabria ha ancora migrazione per la piccola chirurgia. I volumi di produzione sono stati valutati sia nel 2019 che nel 2020. Nel 2020 c’è stato un calo della produzione: ci sono state meno prestazioni chirurgiche negli ospedali. Ciò, sottolineo, perché c’era il Covid. Poi hanno fatto una valutazione delle prestazioni mettendo a confronto il 2021 e il 2019, ma nel 2021 c’era ancora la paura di sottoporsi a degli interventi. Infatti, in quell’anno si è registrato un alto tasso di mortalità per patologie oncologiche e cardiovascolari, stando alle rilevazioni dell’Agenas. Per fronteggiare la migrazione sanitaria, io avevo proposto di spostare la singola équipe. Se tu fai venire l’équipe che ritieni più adeguata, prendi il cardiochirurgo di Milano, il neurochirurgo di Torino e lo porti ad Acri o lo porti a Gioia Tauro, tanto per fare un esempio, in modo che diventi l’ospedale di riferimento. Spostare l’équipe ti costa meno che spostare i pazienti. Un paziente che va nel Nord per il trapianto di fegato, dopo ci torna per i controlli. Così, tu sposti un’intera famiglia. Dopo il trapianto di fegato, ci va anche un paziente per una colecisti; dopo una colecisti, ci va un altro per un ittero. I pazienti se ne vanno perché si trovano meglio fuori. La disorganizzazione dipende abbastanza dal potere di medici o di burocrati, che è ancora peggiore». 

È una disorganizzazione superabile?
«Sì, partendo dal buon senso. Porto un esempio. Tre giorni fa, un paziente oncologico chiede al Cup di Cosenza di fare una visita. Entra in fila alle 10, ma a mezzogiorno e mezza al Cup chiudono lo sportello e se ne vanno. Il paziente dice: “Sono in fila dalle 10”. E gli rispondono: “Sì, ma noi alle 12,30 ce ne andiamo”. Insomma, si metta un limite, prima di dare i numeri». 

Il presidente e commissario Occhiuto ha istituito un servizio per segnalare disservizi e disfunzioni on line. 
«Non è una novità. L’Urp, cioè l’Ufficio relazioni con il pubblico, è sempre esistito. Perciò Occhiuto non ha inventato alcunché. Si tratta di tanto clamore per nulla, per un qualcosa che esiste da sempre. Bisogna invece vedere chi lavora negli Urp. Altra questione è quella dei medici cubani. Va bene, non sono contrario ai medici cubani, che reputo bravissimi. Ma ti porto l’esempio di un medico nato a Gerusalemme, laureatosi e specializzatosi in Francia, che a proprie spese aveva chiesto di seguire un master di Ortopedia in una struttura ospedaliera universitaria italiana. Ebbene, non l’hanno fatto avvicinare al tavolo operatorio perché non conosceva l’italiano e quindi non poteva avere l’iscrizione all’Ordine dei medici né aveva l’Educazione continua in sanità. Mi pare che di fatto ci sia una grave disparità di trattamento, rispetto a quello riservato ai medici cubani arrivati in Calabria».

E i medici calabresi?
«Non mi piace la retorica. Tuttavia, rammento che vi sono medici calabresi che fanno, per esempio, i trapianti di cellule mesenchimali. Inoltre, ricordo che in Calabria esistono strutture meravigliose. Allora, perché un medico calabrese dovrebbe essere tacciato di incapacità, quando spesso è la burocrazia che non gli permette di fare determinate cose? Bisogna essere giusti e occorre avere le idee ben chiare. Ripartiamo dagli ospedali. Quanti ospedali servono alla Calabria? Eravamo 2 milioni di abitanti, oggi siamo meno di un milione e 800mila. Quanti ospedali servono per la popolazione attuale? Quanti sono gli ospedali funzionanti e di livello? E se facciamo sei ospedali nuovi, dieci o 20, chi ci viene a lavorare dentro?».

Lo stesso discorso vale per le 91 strutture di assistenza territoriale da realizzare in Calabria con le risorse del Pnrr? 
«Che cos’è il Pnrr in sanità? È il fallimento di una vecchia impostazione politica. Se fai delle Case della comunità per colmare dei buchi, significa che hai fallito. La Calabria ha bisogno di persone corrette, che lavorino con il cuore. Se non avete cuore, dico sempre ai miei studenti, non fate i medici. Non dovete ambire ai soldi o al potere, sottolineo, ma dovete fare i medici perché avete il cuore. Ciò significa mettere le mani dove gli altri non hanno il coraggio di metterle, il che vuol dire capire che cosa sta succedendo, avere umiltà e ricevere gratificazione da un sorriso. Se un sorriso vi gratifica, ripeto ai miei studenti, allora potete fare i medici». (redazione@corrierecal.it)

Dalla prossima settimana il nostro appuntamento con l’approfondimento sanitario cambia giorno di uscita. Corriere Suem vi aspetterà ogni venerdì.

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