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L’alleato mai affiliato alla ‘ndrangheta: il «regista delle truffe» amico degli Alvaro, dei Nirta e dei Mancuso

Nelle carte dell’inchiesta “Cagliostro” della Dda di Torino emerge la figura di Piero Speranza. L’uomo originario di Gioia Tauro che ha rifiutato il “battesimo” favorendo comunque le ‘ndrine in Pie…

Pubblicato il: 21/05/2023 – 18:29
di Giorgio Curcio
L’alleato mai affiliato alla ‘ndrangheta: il «regista delle truffe» amico degli Alvaro, dei Nirta e dei Mancuso

LAMEZIA TERME Gli inquirenti lo considerano il «regista assoluto delle truffe», quelle messe a segno dai soggetti legati al locale di ‘ndrangheta attivo in Piemonte e colpito dal blitz coordinato dalla Dda di Torino. Inchiesta che ha evidenziato ancora una volta le sue doti di «scaltrezza e mistificazione della realtà» per ottenere copertura a protezione in cambio di grosse fette di profitti sfruttando «le alleanze con elementi di spicco della criminalità organizzata». Il soggetto in questione è il classe ‘60 Piero Speranza, uomo di origini calabresi e, in particolare, di Gioia Tauro. Quello di Speranza è un curriculum criminale di assoluto livello, specializzato in truffe aggravate dal metodo mafioso.

L’amico dei Mancuso, dei Nirta e degli Alvaro

Già tra il 1997 e il ’99, così come riportato nell’ordinanza firmata dal gip, con l’operazione coordinata dalla Dia di Firenze “Batteria”, Speranza aveva trattato con elementi di spicco delle ‘ndrine calabresi propagatesi al nord come i Mancuso di Limbadi, i Nirta di San Luca e proprio gli Alvaro di Sinopoli. Segno per gli inquirenti della capacità di Speranza di sapersi destreggiare «tra le diverse consorterie, forte di una consolidata conoscenza delle geografie e logiche mafiose, sempre asservita alla realizzazione dei suoi programmi criminosi». Anche nel corso dell’indagine della Dda di Torino, Speranza sarebbe l’autore di «un’alleanza utilitaristica con Domenico Alvaro e i “suoi” uomini, proprio in ragione della sua autorevolezza in ambito ‘ndranghetista e della conseguente natura mafiosa attribuibile ai delitti, indispensabile alla loro realizzazione».

No al “battesimo”

Quella di Speranza, dunque, è una figura di assoluto spessore criminale anche perché ne conosce le dinamiche essendone ampiamente coinvolto. Partecipe ma mai affiliato alla ‘ndrangheta, la volontà di sottrarsi a qualunque vincolo non più scindibile, con le conseguenze che ne sarebbero derivate. Uno status che, per gli inquirenti, gli avrebbero consentito di mantenere la propria libertà operativa «senza dover rendicontare operazioni finanziarie o movimenti». Piero Speranza avrebbe anche rifiutato la proposta di Domenico Alvaro di entrare a far parte della sua cosca con la promessa del conferimento di ben quattro doti durante la cerimonia di affiliazione che gli sarebbero state “donate” da Carmine Alvaro, proiettandolo direttamente nella “società maggiore” con la dote di “santa”. Grado molto elevato ma comunque subordinato a quello di padrino di Domenico Alvaro. Anche senza “battesimo” Piero Speranza ha comunque agito da intraneo nel clan Alvaro, vivendo anche lo scontro lo scontro di potere tra la famiglia Inzillo e gli stessi Alvaro per il controllo del territorio di Ivrea.

Il pentimento e il ritorno agli affari

Gli inquirenti sono stati in grado di registrare e riportare numerose conversazioni nel corso delle quali Piero Speranza si è ritrovata a discutere con Domenico Alvaro e altri sodali, delle dinamiche mafiose con riferimenti espliciti all’appartenenza alla ‘ndrangheta, oltre che di Alvaro, anche di Mario Inzillo e di Salvatore Pentimalli e la loro controversa dipendenza dal locale di ‘ndrangheta di Volpiano.  «(…) voi fate parte di un antistato, pertanto… e vi seguo a ruota…» «solo che io una volta anticamente ho sbagliato fiume, ora recupero il fiume…». Questa una conversazione intercettata il 24 febbraio del 2016 tra il padre di Domenico Alvaro e Piero Speranza. Il riferimento è, in questo caso, al percorso di collaborazione che Speranza aveva avviato nel processo “Batteria”. Una scelta però «di comodo» al solo scopo di «attenuare le proprie responsabilità» e poi rientrare nel contesto criminale subito dopo. Nella sentenza i giudici del Tribunale di Torino lo avevano già definito «assolutamente reticente, anzi bugiardo, perché ha cercato di accreditare la tesi che fosse vittima della violenza dei Mancuso, invece che loro collaboratore». Anche perché le intercettazioni, nel periodo tra il 1997 e il 1998, avevano dimostrato come la collaborazione di Speranza con i Mancuso fu «piena e leale».

Le scuse, la devozione e il “tradimento”

«Nella vita bisogna sempre recuperare il tempo perduto (…) Dio ci dà la grazia di avere la vita che speriamo sempre che sia lunga, proprio per correggere certi passi sbagliati». Un vero mea culpa di Speranza, un’ammissione al cospetto del boss Domenico Alvaro a marzo del 2016, lo stesso mese in cui gli inquirenti intercettano un’altra conversazione significativa. Quando cioè Speranza si era attivato per cercare un lavoro a Carmine Alvaro per consentirgli di accedere a benefici penitenziari, rimarcando ancora una volta il suo affetto e la sua devozione. «(…) adesso vediamo per questa richiesta di lavoro, che misto muovendo! (…) Nooo.. lo faccio col cuore, lo faccio col cuore eh!?». Salvo poi sfogarsi in una conversazione qualche mese dopo, anche in questo intercettata dagli inquirenti, mentre parla con Francesco Vavalà, altro soggetto arrestato nell’operazione. «(…) l’ho mantenuto tutto l’inverno, Franco, l’ho mantenuto tutto l’inverno a questo maiale qui, che quando cammina gli fa rumore anche lo stomaco» «Gli ho detto “Guarda, io sono amico di suo padre, lui è la prima volta che lo vedo e cose, mi ha fatto questo, questo, questo e questo … vedete che io non rispondo più delle mie azioni, ditelo a suo padre». (g.curcio@corrierecal.it)

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