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la requisitoria

«Imprenditori collusi e imprenditori mafiosi», il caso Lo Riggio a Rinascita Scott

Il pm Frustaci: «È un vero e proprio partecipe». La lite con La Rosa e il “manuale” di comportamento «con la femmina di un amico»

Pubblicato il: 29/05/2023 – 7:01
di Alessia Truzzolillo
«Imprenditori collusi e imprenditori mafiosi», il caso Lo Riggio a Rinascita Scott

LAMEZIA TERME Il discorso introduttivo del sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci distingue tra «imprenditori collusi e imprenditori mafiosi».
Il rapporto tra la cosca e l’imprenditore colluso – ha spiegato il pm – prevede il ricevere vantaggi e protezione in cambio di un “fiore” o di favori.
«Diverso è l’imprenditore mafioso che è un mero prestanome dell’impresa mafiosa. È un intraneo all’associazione».
Nel secondo caso il magistrato inserisce la posizione di Mario Lo Riggio il quale «oltre a intrattenere rapporti con i San Gregoresi, intratteneva rapporti con i Macrì-Pardea». Secondo l’accusa, da quello che emerge dalle intercettazioni, è Mario Lo Riggio stesso a definire il proprio status, «parla in prima persona e si colloca in una contesto ben preciso». Il pm Frustaci lo definisce «vero e proprio partecipe».
A partire dal 2011 Lo Riggio è stato raggiunto da una interdittiva antimafia. All’imputato di Rinascita Scott viene mossa anche la contestazione dell’intestazione fittizia della società Italian Trade srl. «E noi noteremo – dice il pm – che Mario Lo Riggio non figura neppure formalmente nella società ma sta egli stesso dietro le quinte perché già destinatario di un’interdittiva antimafia. Quindi non è più quella faccia dell’imprenditore pulito che può essere utilizzato come schermo per infiltrare l’economia lecita. Ma è un soggetto imprenditoriale la cui figura è già stata corrotta negli anni, al punto tale da non poter neppure, per la stretta intraneità, figurare formalmente. Ecco perché non abbiamo condiviso la riqualificazione in concorso esterno che ha fatto il gip e abbiamo coltivato, nell’esercizio dell’azione penale, ancora la contestazione associativa, ritenendo Mario Lo Riggio un vero e proprio intraneo». 

La lite e la giustificazione: «Ci siamo rispettati sempre»

Un episodio e una frase, in particolare, rivelerebbero, racconta l’accusa nel corso della requisitoria, l’intraneità di Mario Lo Riggio.
Si tratta di una frizione nata tra Francesco La Rosa, appartenente alla ‘ndrina di Tropea, e Mario Lo Riggio. Una questione all’apparenza banale che investe la relazione sentimentale che Lo Riggio avrebbe intrapreso con una donna che precedentemente aveva avuto una relazione con La Rosa. Questo fatto era sgradito a La Rosa perché gli era stato tenuto nascosto.
A maggio 2015 La Rosa chiama Lo Riggio e lo investe con espressioni sprezzanti: «Devi stare con due piedi in una scarpa, Mario!!!… devi stare con due piedi in una scarpa!… che se vado dagli amici miei e gli racconto quello che hai fatto, ti fanno la faccia quanto un pallone». La Rosa si trovava ai domiciliari ma non esita ad affermare che si sarebbe tolto il braccialetto elettronico pur di dare una lezione all’uomo che gli avrebbe mancato di rispetto: «Non ti permettere a dire la parola miserabile, che vengo… fino a quella p*****a di tua madre, … pezzo di porco, che mi tolgo il bracciale e vengo a prenderti dove sei sai? … mi devi dare soddisfazione che hai detto la parola miserabile».
Lo Riggio cerca di mitigare la situazione: «Eh ma vieni, vieni, non c’è problema lo sai che non c’è problema. Io, sopra il bene dei figli, io non voglio impicci, ma con nessuno… Ma poi specialmente con voi La Rosa perché ci siamo rispettati sempre». «Utilizza il pronome “voi La Rosa” – fa notare il pm –, una questione sentimentale diventa una questione di rispetto e di rapporti tra cosche». Ancora Lo Riggio precisa: «Oh Francesco, quando andiamo dagli amici in comune… noi ora abbiamo l’hotel a Vibo, il 501, no? Lo sto gestendo io. Lo sai per chi lo sto gestendo, no? Lo sto gestendo per gli amici nostri, no? Se non ero in grado… a che altezza… non certo mettevano a me a gestirlo». 

«La mamma è una»

«Mario Lo Riggio fa riferimento – spiega l’accusa – alla situazione che si stava verificando: la costituzione di una società, la Italian Trade srl, che viene creata per aggiudicarsi all’asta la gestione dell’hotel 501». L’acquisizione della struttura risale al 2014, la conversazione tra La Rosa e Lo Riggio al 17 maggio 2015. «Lo Riggio usa come carta di presentazione la gestione dell’hotel».
Il pm Frustaci torna sulle frasi dell’imprenditore che, «per difendersi da una situazione di astio» pronuncerà un altro pensiero: «Ah Francesco mio, che impicci abbiamo tra noi Francesco. Facciamo tutti parte della stessa famiglia, no? Lo sappiamo che la mamma è una. La famiglia è quella, fra me e te, la famiglia è quella Ciccio, non facciamo nomi. Che impicci possiamo avere io e te?».
La Rosa conferma: «Si si si, hai ragione»
«È per la famiglia – insiste Lo Riggio –, la mamma è una Ciccio […] Io mi vergogno se ci chiama la mamma a tutti e due per una femmina».
«È chiaro che il riferimento non è alla madre inteso in senso di genitore – prosegue la requisitoria – perché è chiaro che ciascuno ha una vita familiare autonoma e la mamma a cui alludono, un’espressione che in gergo mafioso abbiamo sentito pronunciare molto spesso, è la famiglia di ‘ndrangheta». È bastata questa espressione, «la mamma è una» perché la violenza verbale di Francesco La Rosa «si placa». 

Come ci si comporta con «la femmina di un amico»

Ancora Lo Riggio: «O Ciccio mio, quando siamo nervosi ci spariamo da entrambe le parti».
«E non credo che ti convenga», gli risponde La Rosa che gli dà anche una “lezione” di comportamento con le “femmine” altrui: «Lei con me si è lasciata, ci siamo lasciati e basta. Però ricordati una cosa: una femmina di un amico quando si vede… io quando vado a casa delle persone prima di tutto se il marito non c’è io non salgo, seconda cosa abbasso gli occhi a terra. A noi ci rispettano in tutto il mondo lo sai perché? Il rispetto lo portiamo pure alle persone quando ci sono. E quando non ci sono ne portiamo di più. Hai capito?»
Una conversazione che il magistrato definisce «di una chiarezza universale».
«Di che famiglia stanno parlando se non di una famiglia di ‘ndrangheta? Unita pur nella diversità delle ‘ndrine di riferimento». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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