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Petrusewicz: «Ecco perché Rende non si costituirà parte civile nei processi per mafia»

La vicesindaca risponde al M5S: «Dico no alle loro insinuazioni e difendo il Psc. E mi oppongo alla glorificazione del meccanismo inquisitorio»

Pubblicato il: 05/06/2023 – 12:07
Petrusewicz: «Ecco perché Rende non si costituirà parte civile nei processi per mafia»

RENDE All’indomani delle polemiche a mezzo stampa sollevate da Orrico e Tavernise del M5S, oltre che dal consigliere De Rose, la vicesindaca di Rende, Marta Petrusewicz, è intervenuta sulla questione.
«Accuse pesanti mi sono state rivolte da parte di due esponenti del M5S, la parlamentare Anna Laura Orrico e il consigliere regionale Davide Tavernise, di avvallare chissà quali malefatte di un’amministrazione che andrebbe sciolta al più presto e di una maggioranza antidemocratica e, pertanto, di partecipare a scrivere “una brutta storia della democrazia”. Negli ultimi giorni, simili insinuazioni nei miei confronti sono state esternate dai consiglieri comunali di Rende, Sandro Principe e Massimiliano De Rose. Parlo propriamente di insinuazioni, anche se mascherate da invocazioni, che sono tanto più insidiose quanto mai specificate o argomentate», ha affermato Petrusewicz.
«Al centro della questione, sta ovviamente il Psc, approvato finalmente la scorsa settimana, dopo otto anni di fatiche e rinvii. Orrico e Tavernise liquidano la questione con la loro “impressione che gli interessi sono molto pressanti”. Un altro esempio brutto di insinuazione insidiosa. Tristemente, la dichiarazione dei due politici dimostra anche la loro ignoranza e l’indifferenza verso l’oggetto in questione, come se il contenuto del Psc non avesse l’importanza alcuna e non valesse la pena di studiarlo. Perché, invece, io sono convinta da questo piano? Da cittadino/a, come occasionalmente facciamo tutti, mi pongo delle domande come sia e come vorrei che si sviluppasse la città in cui vivo. Da studiosa, sono abituata a documentarmi prima sulle carte e di farmi spiegare ciò su cui non ho competenze. In altre parole, studio. Tra le domande che ho posto al nuovo Psc, ci sono quelle sulle compenetrazioni tra spazi pubblici e residenziali; spazi verdi; spazi sociali; il significato del “consumo zero” del suolo; la qualità dell’aria; la valorizzazione dello straordinario patrimonio paesaggistico; i presidi territoriali della salute; le norme regionali, europee e quelle “dei nostri sogni” e tante altre ancora. Le risposte tanto dei documenti che quelle degli architetti e dei tecnici che lavorano sul progetto da anni, mi restituiscono un quadro che mi piace: un piano moderno, per una città giusta e inclusiva, che coglie quel desiderio dell’habitat urbano diverso, consapevole dell’ambiente, acuitosi nel periodo della pandemia. In questo senso, Rende ha già una tradizione urbanistica lungimirante, lunga mezzo secolo, grazie alla quale non si è mai ridotta al mero supporto amorfo di opere e funzioni. Ma è chiaro che bisogna andar oltre, anche perché la città sta cambiando. In questo Psc, vedo una mirabile attenzione al territorio, riconosciuto per quel che è, cioè un’autentica opera d’arte corale, costruita nel dialogo vivo tra le persone e natura. Questo Psc apre la strada alla città policentrica, che rifiuta la gerarchia tra un centro urbano (di potere e soldi) e le periferie, a favore di un sistema più diffuso, meno verticale. Rende ha già molti presupposti, naturali, culturali, sociali, per diventare un modello di una città policentrica. Pensate, una città che non è New York, ma una città piccola-media in una regione che fatica a rigenerarsi», ha spiegato la vicesindaca.
«Ovviamente, nulla è perfetto e il diavolo veste Prada. Come già annunciato, è intenzione di questa amministrazione aprire un vasto dibattito cittadino sul piano, facilitando presentazioni di osservazioni, sia individualmente che in forma associativa. Ci aspettiamo tutti e tutte che da questa, speriamo vasta, partecipazione emergano nuovi o ulteriori elementi conoscitivi e valutativi», ha aggiuntò Petrusewicz.
«La seconda accusa, sempre mascherata da invocazione, rivoltami dal MeetUp di Rende e dal consigliere De Rose, è relativa alla costituzione di parte civile del Comune di Rende nell’ambito dell’inchiesta e del futuro processo Reset. In merito alla questione, condivido interamente quanto espresso benissimo nella nota del Laboratorio Civico. Aggiungo, in base all’esperienza personale e alla lezione storica, che non ritengo legittimo lo strapotere dei procuratori che si ergono a giudici, elevati in questo dai media, e affiancati e glorificati da alcune forze politiche (nel caso nostro, il M5S). Sono cresciuta sotto il regime comunista, dove alleggiava ancora l’ombra dello strapotente procuratore generale sovietico Andrej Vyšinskij, l’artefice infame dei processi farsa e delle grandi purghe. In Italia, ho vissuto da vicino l’affaire “7 Aprile”, basato principalmente sul “teorema” del procuratore padovano Pietro Calogero. Da storica, conosco bene il meccanismo inquisitorio, dove chi inquisiva, giudicava. In un mondo di diritto, sta a giudici di giudicare», ha sottolineato la vicesindaca.
«Infine, dal punto di vista culturale, mi inorridisce un’ulteriore accusa-invocazione, arrivatami sempre dai 5S: “proclamate che condannate la mafia!” Mi inorridisce, perché è riflessione di quella che diventò una specie di dovere retorico: la condanna della mafia o della ‘ndrangheta come preliminare a un qualunque discorso su un tema qualunque. Anche questo mi ricorda la retorica dei proclami, preliminari a tutta l’espressione pubblica, di fedeltà al fascismo o al comunismo. Non ci deve, inoltre, sfuggire che questo dovere retorico oggi è atteso soprattutto dai meridionali i quali, accettandolo, non solo dimostrano la loro subalternità culturale, ma danno spazio al pregiudizio antimeridionale, oggigiorno sempre più acuito, come si vede dal decreto Autonomia Differenziata», ha concluso Marta Petrusewicz.

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