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operazione “Athena”

‘Ndrangheta nella Sibaritide, i dubbi del clan sul nascondiglio delle armi

Tante ipotesi sul tavolo di chi, intercettato, discute di «pezzi» da occultare. Un arsenale composto da fucili e pistole

Pubblicato il: 05/07/2023 – 8:00
‘Ndrangheta nella Sibaritide, i dubbi del clan sul nascondiglio delle armi

COSENZA I clan armati hanno bisogno di nascondere alcuni «pezzi». Serve un nascondiglio sicuro dove riporre armi e munizioni. Nelle carte dell’inchiesta denominata “Athena“, coordinata della Dda di Catanzaro, compare una conversazione ambientale captata dagli investigatori che cristallizza la presenza all’intenro di un locale di Leonardo Abbruzzese in compagnia di Domenico Madio alias “u pilu iancu” e Danilo Ferraro alias “ciddruzzu”. I tre chiacchierano di argomenti apparentemente futili quando all’improvviso Abbruzzese abbassa la voce e, rivolgendosi a Madio, gli chiede di trovare un luogo idoneo a nascondere dei «pezzi». Secondo chi indaga, si tratta di armi. «Dobbiamo conservare un poco di pezzi puliti», ribadisce Abbruzzese e Ferraro risponde: «a Cassano non conviene (…) ti vedono, ti fanno…dopo chiamano i Carabinieri».

Il nascondiglio

Urge una soluzione, le armi scottano e occorre trovare un posto sicuro. E’ “u pilu iancu” a suggerire un escamotage. «ohu! Li mettiamo in casa sopra a me! Sopra la casa…», ma Ferraro si oppone «ma sei pazzo?». Madio riflette e riferisce della possibilità di nascondere le armi in dei terreni, ma in questo caso ad opporsi è Abbruzzese: «Nelle terre no!». I minuti passano, le proposte vengono scartate e tocca a Ferraro suggerire una soluzione. «Non le può mettere in mezzo alla strada che gliele rovini! Te l’ho detto prendiamo i tubi…li mettiamo dentro, li sigilliamo i tubi! Perché si rovinano Ni’». Abbruzzese si mostra mostrasse dubbioso «non so dove cazzo li devo mettere!», ma Ferraro non demorde ed insiste: «lo vado a fare io il fosso prima…lo vado a fare prima il fosso…(…) poi una volta che è pronto il fosso, portiamo …». “Ciddruzzo” fa presente al suo intelocutore la necessità di darle a qualcuno che le custodisse e non che fossero tenute in una “casa vecchia”, dove sarebbero potuti entrare degli estranei. «Le dobbiamo dare a…ci vuole qualcuno che…eh…eh…se le deve tenere! Non in una casa vecchia…in una casa vecchia se ti ci vanno a rubare trovano queste cose! (…) ci vuole un cristiano…ci vuole un cristiano d’accordo! Se le deve tenere un cristiano pulito, che…eh».

L’arsenale

La captazione induce chi indaga a ritenere che Abbruzzese volesse occultare numerosi fucili. La tesi viene legata ad un episodio accaduto qualche giorno prima quando Maurizio Falbo «aveva inscenato il furto delle proprie armi, che comprendevano ben dieci fucili». I due episodi – per chi indaga – non sono solo una semplice coincidenza. Le armi di Falbo sarebbero state così ripartite: il revolver Colt calibro 38, matricola 161378, a Nicola Abbruzzese, due delle restanti tre pistole a LeonardoAbbruzzese e la quarta ed ultima pistola allo stesso Falbo. Questultimo, come emerso nell’inchiesta, sarebbe legato al trasporto e custodia di «sostanze stupefacenti e armi», oltra ad «effettuare azioni estorsive, agire per porre in essere atti intimidatori quali incendi, fungere da intermediario per contatti con soggetti appartenenti ad altre realtà criminali». (f.b.)


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