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Tra sfruttamento e ostacoli burocratici. L’inferno dei braccianti nella Piana in baracche malsane e sovraffollate

Nel decimo rapporto di Medu le condizioni di chi vive negli insediamenti fatiscenti e privi di servizi. Le richieste alle istituzioni

Pubblicato il: 13/07/2023 – 17:11
di Mariateresa Ripolo
Tra sfruttamento e ostacoli burocratici. L’inferno dei braccianti nella Piana in baracche malsane e sovraffollate

GIOIA TAURO Poco è cambiato. Le tragedie sfiorate e quelle consumate, le rivolte, le promesse ai tavoli istituzionali, i fondi stanziati, la situazione degenerata durante i mesi in cui il Covid ha messo in ginocchio il mondo, figurarsi le baraccopoli in cui già in situazioni “normali” le condizioni igienico-sanitarie di chi ci vive sono critiche. Incertezza, marginalizzazione, insicurezza, desolazione. Sono queste le parole che possono riassumere e che rappresentano uno «specchio fedele dello stato d’animo» di chi sta negli insediamenti della Piana di Gioia Tauro. Una condizione – quella di chi in Italia pensava di arrivare per migliorare le proprie condizioni di vita, scappando da fame e guerre – descritta nel decimo rapporto di Medici per i Diritti Umani (MEDU) che opera nel territorio della Piana con la sua clinica mobile e nell’ambito del progetto “Campagne aperte: laboratorio di pratiche territoriali per promuovere dignità di vita e di lavoro”. Un report dettagliato, con tanto di testimonianze di chi opera sul territorio e di chi – con tutte le difficoltà del caso – ci vive finendo vittima di un sistema che anziché migliorare finisce col peggiorare. Ed è così che ad esempio, le ultime modifiche legislative, entrate in vigore con il cosiddetto “Decreto Cutro” hanno «reso più incerta la condizione giuridica dei titolari di protezione speciale, tipologia di permesso di soggiorno molto diffusa tra i braccianti agricoli». Condizioni di vita, di salute, di lavoro difficili che Medu racconta, chiedendo interventi ben precisi alle Istituzioni nazionali, regionali e locali.

Lavori senza contratto e ostacoli burocratici

Mi chiamo L., ho 60 anni e vivo in Italia da 11. Non vedo e non sento più i miei familiari da qualche anno. […] La mia speranza e il mio desiderio è sempre stato quello di poter vivere in pace in Italia un giorno con la mia famiglia, ma durante gli anni le cose qui non sono andate bene per me. Il tempo è trascorso senza che io riuscissi a costruire molto. Vivo in tendopoli da moltissimo tempo e adesso che ho 60 anni e il mio corpo non è più quello di una volta, spesso sto male. Il freddo dell’inverno è la cosa peggiore, vivendo in una tenda dove spesso piove dentro e non vi è possibilità di riscaldarsi. Lavoro a giornata, senza contratto. Sono troppo vecchio per ottenere un contratto di lavoro e sinceramente è da 5 anni che spesso ho dei problemi con la salute, anche superare il COVID è stato difficile.

È una delle testimonianze raccolte che raccontano bene le difficoltà vissute da chi è ormai in Italia da anni senza essere mai riuscito a migliorare le proprie condizioni di vita. La popolazione assistita nel territorio della Piana da Medu è costituita per la maggior parte da uomini, con un’età media di 35 anni, provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana occidentale e in Italia da più di 3 anni. Uomini con le loro storie, braccia che vivono lo sfruttamento e le incertezze causate da ostacoli perlopiù burocratici. «Delle 85 persone (su 94) che hanno fornito informazioni sulla propria condizione giuridica, – rileva Medu nel report – il 92% era regolarmente soggiornante (78 persone) a fronte dell’8% di irregolari. Nella maggior parte dei casi, l’irregolarità del soggiorno è la conseguenza del susseguirsi di politiche inadeguate, condizioni di vulnerabilità ignorate per lungo tempo e ostacoli burocratici e amministrativi. Solo il 15% delle persone assistite aveva un permesso di soggiorno per lavoro subordinato o stagionale, gran parte dei lavoratori disponeva invece di un permesso di soggiorno per richiesta asilo (39%), protezione sussidiaria (22%), protezione speciale (22%). L’1% era titolare dello status di rifugiato e un ulteriore 1% di un permesso di soggiorno per attesa occupazione».

Le misure adottate dall’attuazione del “Decreto Cutro” avrebbero poi contribuito a «una crescente precarizzazione delle condizioni giuridiche di migranti, richiedenti asilo e rifugiati dal momento che stabiliscono criteri sempre più restrittivi per l’ottenimento e il rinnovo di alcune tipologie di permesso di soggiorno». L’integrazione sul territorio, l’attività lavorativa stabile, la lunga permanenza in Italia e le relazioni sociali costruite nel tempo, erano considerati precedentemente requisiti validi per l’ottenimento della protezione speciale. «La nuova riforma promossa dal Primo ministro Giorgia Meloni, invece, – si legge nel report – non attribuisce alcun valore a questi fattori e pone a rischio di irregolarità un elevato numero di persone, anche se i suoi effetti e le sue conseguenze saranno maggiormente visibili nei prossimi mesi/anni».

Problemi di salute e malattie (fisiche e mentali)

A incidere pesantemente sulle condizioni fisiche e mentali di chi vive nelle tendopoli sono una serie di fattori, dai luoghi insalubri in cui vivono, a quelli di lavoro. A ciò si aggiunge il limitato accesso alle cure determinato da diversi fattori: procedure burocratiche, barriere linguistiche in assenza di mediatori culturali, carenze strutturali dei servizi, dovute alle limitate risorse economiche e di personale, isolamento dei luoghi di dimora dei braccianti, in assenza di trasporti pubblici, condizioni di indigenza diffuse, che impediscono a molti braccianti di contribuire, nei casi in cui è richiesto, alla spesa sanitaria. Il quadro epidemiologico generale – si legge nel report di Medu – conferma la stretta correlazione tra le condizioni di salute e le condizioni igienico-sanitarie, lavorative e abitative in cui vive la popolazione bracciantile della Piana: emarginazione sociale, condizioni abitative ed igienico-sanitarie estremamente precarie, mancanza di acqua potabile e riscaldamento, condizioni lavorative disumane, alimentazione scorretta o insufficiente, ostacoli nell’accesso ai diritti fondamentali. Emarginazione e mancanza di integrazione contribuiscono poi alla diffusione di altri tipi di malessere: «Qui tanti disperati bevono, il mio amico ha perso tutti i documenti nell’incendio, prima lavorava tutti i giorni e sentiva la sua famiglia. Adesso non più perché ha vergogna. Non ha un carattere forte, è molto debole e la sera beve. Vorrei aiutarlo, ma se rimane qui c’è poco da fare, la sera beve per non pensare e per dormire. Altrimenti che fa?».

Nelle tendopoli, lì dove nulla è cambiato

Fatiscenti, costruiti con legno, lamiere e altri materiali, privi di servizi igienici, non funzionanti o insufficienti. Senza energia elettrica, acqua, sistema di smaltimento dei rifiuti. Gli insediamenti della Piana di Gioia Tauro sono costituiti da abitazioni sovraffollate, pericolose e pericolanti da ogni punto di vista in cui la vita dei braccianti è messa costantemente in pericolo. In inverno sono frequenti i cortocircuiti e gli incendi causati dai fuochi improvvisati, accesi da chi ci vive per riscaldarsi. Come quello che nel marzo 2022 uccise un 32enne senegalese nella tendopoli di San Ferdinando. «L’aspetto più desolante – rileva Medu – resta lo scenario che si presenta a chi si trova a percorrere la Piana nei mesi della raccolta agrumicola: la tendopoli di San Ferdinando appare nelle stesse condizioni di allora, con tende logore alle quali si affiancano baracche fatiscenti, in assenza di servizi essenziali e con mucchi di rifiuti a delimitare l’area. Il campo container di Rosarno, allestito all’indomani della rivolta del 2010 e ormai in condizioni di degrado, resta la sistemazione più auspicabile, nonostante la distanza dalla città, i servizi carenti e il sovraffollamento. I casolari di Drosi e Taurianova, ora come allora offrono rifugio a decine di braccianti, in assenza di tutto. Nel corso di dieci anni si è assistito a sgomberi, incendi, ad un succedersi di tendopoli ministeriali con enti gestori a intermittenza, sempre destinate a trasformarsi in baraccopoli insalubri e sovraffollate».

A queste condizioni di abbandono e degrado – si legge ancora nel report – «Nessuna politica abitativa coerente, lungimirante e a beneficio dell’intera comunità locale, ha visto la luce in questi anni, nonostante il succedersi di Protocolli e proclami, Tavoli istituzionali e stanziamenti di fondi più o meno emergenziali». Alcune novità sembrano timidamente affacciarsi sul panorama della Piana, ma «le più concrete e sostenibili sembrano al momento essere quelle messe in campo dal terzo settore – in particolare l’Ostello Sociale “Diambe So” inaugurato dal progetto Mediterranean Hope (FCEI) a San Ferdinando” – mentre quelle di stampo istituzionale tardano ancora una volta a trovare piena attuazione. Il “Borgo Sociale” di Contrada Russo, un campo container dotato di diversi servizi, non ha ancora aperto i battenti, nonostante l’inaugurazione fosse prevista a fine maggio 2022 e anche il “Villaggio della Solidarietà di Rosarno” resta ancora chiuso per questioni organizzative, nonostante i lavori di ristrutturazione si siano conclusi nel mese di maggio».

Le richieste alle istituzioni nazionali, regionali e locali

Dalle politiche dell’accoglienza, a quelle che favoriscano la regolarizzazione e l’integrazione, passando per l’implementazione dei servizi abitativi – riqualificando anche il patrimonio immobiliare locale – dei trasporti e dei servizi sanitari, potenziando i servizi sanitari pubblici territoriali, in particolare le Case della Salute, i Centri di Salute mentale e gli ambulatori STP: sono queste alcune delle richieste che Medu rivolge al Governo, alla Regione Calabria e ai Comuni interessati, senza trascurare altri fattori quali la difficoltà e i lunghi tempi di attesa per il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno, e poi il contrasto del lavoro nero e delle irregolarità contrattuali, con relative richieste di monitoraggio e azione a Prefettura, Questura e ispettorato del lavoro. (redazione@corrierecal.it)

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