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La riflessione

Mezzogiorno, i divari avvertiti dalle imprese

Che cos’è il Mezzogiorno per le imprese?  Le indagini sull’economia meridionale si concentrano su indicatori di attrattività reale e certificano la scarsa avvenenza delle imprese. In uno studio ch…

Pubblicato il: 31/07/2023 – 11:32
di Franco Scrima*
Mezzogiorno, i divari avvertiti dalle imprese

Che cos’è il Mezzogiorno per le imprese?  Le indagini sull’economia meridionale si concentrano su indicatori di attrattività reale e certificano la scarsa avvenenza delle imprese. 
In uno studio che poggia la sua ragion d’essere sulle statistiche e sui flussi di investimenti diretti si evince che le “migrazioni di imprese” e i dati delle analisi delle criticità a livello infrastrutturale, istituzionale e dei servizi pubblici spesso sono dovuti alla scarsa capacità delle imprese.
Conoscere la valutazione e la percezione degli imprenditori è fondamentale per comprendere la realtà, oltre che per identificare i fattori esplicativi la cui carenza incide sulla scarsa attrattività di un territorio. Pertanto è necessario esplorare come vengono visti i “diversi Sud”, ovvero come vengono valutati i territori dal punto di vista socio-economico e ambientale.
Una ricerca su dove localizzare le nuove imprese, condotta dal “CERTeT”, getta luce su alcuni aspetti. Nell’indagine è stato chiesto ad un gruppo di imprenditori di valutare le regioni e le province del nostro Paese nelle quali avviare investimenti produttivi. I risultati più importanti sono stati tre con riferimento al Sud: innanzitutto la conferma delle imprese circa la scarsa attrattività del Meridione, specie se messa a confronto con quella delle regioni del Centro e del Nord.
Disaggregando poi i dati per sede di impresa, è emerso che il divario di attrattività è percepito non solo dagli imprenditori centro-settentrionali, ma anche da quelli meridionali. Un altro aspetto riguarda il “rating” medio delle regioni italiane per possibili localizzazioni di investimenti produttivi.
Dall’indagine è emerso che le imprese hanno individuato grandi fattori alla base della scarsa attrattività di regioni e province meridionali: sia per causa di carenze infrastrutturali dei servizi di trasporto, sia per la logistica e sia anche per la povertà, oltre che per la clientela e, più in generale, per la ristrettezza del mercato. Infine, ma non ultima, per la presenza della criminalità organizzata!
Più modesta la rilevanza di altre condizioni, come il capitale umano, la mancanza di  strutture di ricerca, le politiche pubbliche, l’attività della Pubblica Amministrazione.
Risultati interessanti, perché “demitizzano” l’imprescindibilità della eliminazione della sola criminalità per la realizzazione di investimenti produttivi. È certo che la presenza della mafia rimane una questione drammatica oltre che dal punto di vista sociale, anche per l’economia, per la convivenza civile e per la vivibilità.
È anche vero che i risultati sono strettamente legati a quelli che tipicamente inficiano l’attrattività del Sistema-Paese, come l’istruzione e l’efficienza della Pubblica Amministrazione.
Per gli imprenditori italiani non sembrano esistere “tanti Sud”, bensì un unico Sud che è considerato molto poco attrattivo. In altre parole, salvo qualche eccezione, i vantaggi localizzativi delle imprese nel Mezzogiorno non presentano differenze territoriali importanti: localizzare un’impresa a Reggio Calabria è considerata la stessa cosa che realizzarla a Catania, ad Avellino o a Matera. Ciò, secondo l’indagine, non è altrettanto vero nel caso del Centro-Nord, dove le imprese osservano differenze molto significative. Anche le più semplici statistiche economiche, come la varianza interna del Pil, mostrano ampie divergenze interne al Sud.
Le conseguenze di questi risultati sono gli investimenti in infrastrutture e i servizi di trasporto (in particolare per quello ferroviario, quello portuale e delle piattaforme logistiche), che sono considerate un pilastro preminente per migliorare non solo l’accessibilità con l’esterno (centro-Nord ed altri paesi) ma anche quella interna, ovvero l’integrazione delle reti meridionali, elemento spesso poco considerato tanto da fare avvantaggiare le criticità delle interconnessioni con l’esterno. 
Secondo l’indagine anche le politiche industriali, ridefinite, devono rimanere un punto di riferimento per il Mezzogiorno, visti  gli insuccessi del passato, sia perché lo sviluppo rimane la via irrinunciabile per il processo evolutivo delle regioni, sia per impedire che si verifichino quei processi di desertificazione industriale che contribuiscono a indebolire l’attrattività dei territori meridionali e, dunque, il benessere sociale.
Secondo gli esperti è necessario, infine, rafforzare la ricerca e la conoscenza sui “diversi Sud”. Lo si può fare attuando politiche di marketing territoriale mirate; il che renderebbe visibili le aree del Sud con migliori performance per rafforzare l’attrattività del Mezzogiorno. Chi si occupa di questi problemi? L’esperienza ci insegna che gli Enti pubblici e la classe politica che avrebbe l’obbligo di farlo, secondo tradizione “scrollano le spalle”. Forse non farebbe male se ogni tanto i cittadini se ne ricordassero, soprattutto quando si trovano nel seggio elettorale, soprattutto dopo la recente decisione del Governo di cancellare il “Reddito di cittadinanza” con l’invio di un “sms” sia all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, che alle 169.000 famiglie che lo percepivano.
*giornalista

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