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Il campione mondiale di taekwondo ai giovani calabresi: «Non siate passivi, trovate un obiettivo importante per la vostra vita»

Intervista a Simone Alessio. La scoperta dello sport, il trasferimento da Sellia a Roma per inseguire il suo sogno. Con famiglia (e cuore) sempre a Sud

Pubblicato il: 11/08/2023 – 7:00
di Emiliano Morrone
Il campione mondiale di taekwondo ai giovani calabresi: «Non siate passivi, trovate un obiettivo importante per la vostra vita»

Simone Alessio è un gigante di due metri, del taekwondo e dell’Italia. Pesa meno di 80 chili e nella propria categoria ha vinto la medaglia d’oro ai campionati europei, due titoli mondiali e i due distinti Grand Prix, oltre, in passato, a tutti i tornei italiani riservati ai minorenni. Ventitreenne di famiglia calabrese, ha trascorso l’infanzia a Sellia Marina e parte dell’adolescenza a Catanzaro, ma da tempo vive e lavora a Roma. Bandiera della nazionale di taekwondo, da 13 anni è nelle Fiamme Rosse, il gruppo sportivo dei Vigili del fuoco, corpo cui appartiene, e rappresenta gli atleti calabresi all’interno del relativo Comitato regionale della Fita, la federazione italiana dell’arte marziale in cui eccelle. Con Simone oggi parliamo del ruolo pedagogico e formativo dello sport; soprattutto in Calabria, in cui esistono risapute carenze strutturali, il radicamento della ’ndrangheta, un consumismo esasperato e una diffusa volontà di riscatto nelle nuove generazioni, che sempre più spesso si affermano in varie discipline sportive e raggiungono scene importanti, perfino mondiali. Come la taekwondoka Ilaria Nicoletti, undicenne di San Giovanni in Fiore in partenza per il mondiale dei cadetti a Sarajevo, che inizierà il prossimo 28 agosto.  

Simone, c’è chi dice che sei livornese e chi ti ritiene calabrese. Il campanilismo è un tratto distintivo della provincia italiana, perfino un elemento letterario, un vizio diffuso. In genere l’orgoglio identitario riemerge, a livello collettivo, quando qualcuno ha successo nella ricerca scientifica oppure nello sport. Intanto come ti definisci? 
«Italiano, senza dubbio. Livorno è la mia città natale perché mio padre, calabrese di Sellia Marina, in provincia di Catanzaro, lavorava lì nei carabinieri: faceva il paracadutista nel reggimento Tuscania. Quando avevo appena tre anni, però, ce ne andammo in Calabria, dove passai l’intera infanzia. Non ho ricordi della Toscana. La mia personalità, le mie esperienze da ragazzo e la mia crescita sono maturate in Calabria, terra cui sono tanto legato per ragioni familiari, affettive, formative. È vero che da Nord a Sud esiste ancora un certo campanilismo, per molti versi comprensibile. Se uno si afferma in qualche campo, è scontato che sia tirato per la giacchetta dalle comunità locali. Devo dire, però, che si tratta di un problema che non mi impegna». 

Passami la battuta, ora sei diventato romano?
«Mi sono trasferito a Roma da adolescente, a 16 anni. Ora ne ho 23, perciò, oltre alla cadenza nel parlare, ho preso anche il modo di vivere dei cittadini della capitale. C’è netta differenza quando passi da un piccolo paesino in provincia di Catanzaro a una metropoli come Roma. È ovvio che in un contesto urbano, culturale e sociale molto più grande, tu cambi il tuo modo di vivere e di relazionarti con gli altri, il tuo approccio rispetto agli eventi che ti toccano: quelli diretti, per esempio sportivi, o quelli lontani, penso nel merito alla crisi internazionale. Posso dirti, tuttavia, che tutto il mio carattere è nato, è cresciuto e si è sviluppato in Calabria. Della nostra terra porto la sua durezza e bellezza insieme, l’abitudine al sacrificio, la voglia di vincere». 

Ti sei ritrovato a Roma per ragioni sportive o per motivi di famiglia? 
«La mia famiglia è calabrese e rimarrà in Calabria. Mi sono stabilito a Roma perché qui c’è il centro sportivo che ospita la nazionale di taekwondo, che vuole utilizzare i propri atleti e in primo luogo farli crescere. Riguardo alla nostra disciplina, a Roma si tiene un raduno permanente e fra i 16 e i 17 anni gli atleti più talentuosi vengono a dimorare per migliorarsi, compatibilmente con gli oneri scolastici. Io ho studiato e mi sono diplomato a Catanzaro Lido: facevo su e giù ogni due settimane per coniugare i due impegni. Il mio trasferimento a Roma è dunque dipeso soltanto dallo sport. Mio padre ancora lavora giù in Calabria, la mia famiglia sta sempre lì». 

Quando e dove hai iniziato a praticare il taekwondo? 
«A Sellia Marina di base gli sport erano tre: danza, calcio e taekwondo. Lì, quando ero piccolo, le opzioni erano queste. Mio padre aveva già praticato il taekwondo, nella propria infanzia. Il fatto è stato per me una fortuna, oltre che una specie di retaggio. Il taekwondo è uno sport che ti forma caratterialmente. Devi imparare le regole della disciplina, che ti aiuta anche a non deviare, a non prendere una strada sbagliata. Considera che io ero alquanto irrequieto. I miei genitori mi mandarono subito a praticare: cominciai a quattro anni, quindi un anno dopo il nostro arrivo in Calabria e ben prima che iniziassi la scuola dell’obbligo. All’età di 13 anni, per gli allenamenti del taekwondo presi a spostarmi a Catanzaro da Sellia Marina: 23 chilometri di andata e altrettanti di ritorno. Tutti i giorni mio padre andava a lavorare in città, tornava, mi veniva a prendere e mi portava a Catanzaro perché mi allenassi in palestra. Lì partì la mia attività internazionale, con il maestro Francesco Laface. Poi ebbi modo di perfezionarmi anche all’interno del gruppo sportivo Fiamme Rosse, dei Vigili del fuoco, di cui faccio parte al momento e di cui il maestro Laface è direttore tecnico».

Perché hai scelto questo sport?
«Nel corso degli anni ho capito l’importanza del taekwondo per la mia vita. Da esordiente tirare calci mi divertiva, ma ero ancora troppo piccolo e non avevo realizzato che cosa il taekwondo potesse rappresentare per me. Con il passare del tempo, mi sono accorto che questa disciplina mi aveva forgiato parecchio a livello caratteriale. È uno sport che mi ha permesso da subito di fare esperienze diverse, di misurarmi con un ambiente che porta a maturare soprattutto interiormente. Quando combatti, sei solo sul quadrato, nonostante la vicinanza del tuo coach. Tuttavia, nella preparazione ti abitui a socializzare con gli altri, al rispetto dell’avversario, del tuo allenatore e di ogni compagno di squadra. Insomma, il taekwondo ti dà delle regole che saranno fondamentali per il resto della tua vita. E, quando ho intravisto la possibilità che diventasse un lavoro, allora è sorta la voglia di compiere un salto di qualità, di puntare ad una vita più intensa in quanto a sfide e soddisfazioni, a gratificazioni sportive, economiche, personali. A mano a mano, da collaborazioni tra palestre passammo agli allenamenti con altre persone nello stesso centro, poi alle strutture di Catanzaro, ai raduni regionali, alle gare nazionali e a quelle internazionali. Il taekwondo ha cambiato il mio modo di pensare, la mia visione, la mia capacità di giudizio, la mia prospettiva». 

Anche tu sei un emigrato?
«Se fossi rimasto in Calabria, molto probabilmente non avrei avuto la possibilità di conoscere persone e ambienti ancora più stimolanti e formativi. Oltre che un lavoro – perché, preciso, sono un vigile del fuoco –, questa disciplina sportiva è diventata per me una passione, una cifra di vita. Così sono cresciuto e mi sono posto obiettivi sempre più alti, con il desiderio di diventare il primo della categoria e con una voglia di sana competizione; anche per migliorarmi nella vita, per raggiungere livelli via via più alti e, se vuoi, per essere un esempio per i più giovani». 

A proposito di giovani, che cosa ti senti di dire a quelli che vivono in Calabra? 
«Giù ho tantissimi amici con cui mi sento, con cui sono cresciuto. Conosco molti calabresi che non hanno avuto la fortuna, o che non sono andata a cercarsela, di individuare uno scopo, un obiettivo, una strada per impostare bene la propria vita. Le difficoltà esistono dappertutto; forse nella nostra regione ce ne sono un po’ di più. Ma ai giovani della nostra terra dico di focalizzare un obiettivo, per quanto difficile sia, e di cercare di raggiungerlo. Non ci si può abbandonare all’improvvisazione, all’attesa passiva degli eventi, al vuoto consumismo del presente, che non è diverso in altri luoghi, al Nord o all’estero. È bene perseguire da subito un obiettivo importante per la propria vita. Per quanto mi riguarda, penso di averlo cercato da piccolo, già dall’età di 13 anni».

Ma di solito i ragazzi di 13 anni hanno altri pensieri, altri stili di vita. 
«Vero. Però raccomando ai tredicenni di non sprecare tempo, di non cadere nella spirale di una quotidianità insensata, della fragilità esistenziale indotta da paradigmi sbagliati. Ragazzi, sforzatevi di raggiungere un obiettivo, qualsiasi esso sia, sia sportivo che di vita. Questo è l’unico messaggio, molto semplice, che per la mia esperienza mi sento di mandare ai minori». 

In merito allo sport in generale, secondo te che cosa la politica dovrebbe o potrebbe fare per la Calabria? 
«Per rispondere con cognizione, dovrei saperne di più. Non mi sono mai occupato di politiche sportive in favore della Calabria. Vivendo fuori e dovendo viaggiare, ho altre preoccupazioni. Posso dire, però, che in Calabria ci sono diversi talenti in ogni sport, che ciascuno di loro ha grande voglia di affermarsi. Ho conosciuto centinaia di persone che, rimaste nella nostra regione, fanno e danno tanto. Molte tra queste lamentano mancanza oppure carenza di strutture e di sostegno. Perciò potrei soltanto consigliare di ascoltare più in profondità le persone in ogni ambito sportivo; nel mio campo, i maestri che lavorano nel territorio, i quali possono essere molto più utili di me nel dire che cosa serve per migliorare lo sport in Calabria». 

L’Italia sta crescendo nel taekwondo? 
«Sì, molto. E sta crescendo la nazionale, in cui ci sono stati grandi campioni, prima della nuova generazione, tra cui Carlo Molfetta, che vinse l’oro olimpico nel 2012. Questa crescita si vede alle olimpiadi e nelle altre competizioni. Negli ultimi quattro anni, abbiamo portato tre medaglie d’oro ai campionati mondiali e due agli europei. Ora c’è un ventaglio un po’ più ampio di atleti, magari prima c’erano solo tre o quattro campioni. Nel prossimo settembre andremo a fare una gara di coppa del mondo in cui rientrano solo i primi 32 del pianeta. Prima della nuova gestione tecnica, il massimo lì raggiunto era più o meno di quattro persone. Ora, invece, andremo con otto persone: una per categoria. Quindi, a livello nazionale l’Italia sta crescendo tanto. Pure a livello calabrese sta crescendo in maniera chiara. Prima di me, ci sono stati atleti che hanno fatto in modo che il nome della Calabria risuonasse a livello italiano. Ora il nome della Calabria si sente un po’ di più; ne vado fiero. Porto sempre il mio nome dietro a quello della Calabria. Anche dopo di me ci sono e saranno tanti campioni della nazionale. Tutto il taekwondo italiano sta crescendo, anche grazie al nostro presidente federale Angelo Cito, al direttore tecnico Claudio Nolano e all’intero staff. Per quanto riguarda la crescita della realtà calabrese, il merito va ai maestri che lavorano nel territorio e a quelli della squadra della regione, come al nostro presidente regionale, Giancarlo Mascaro».

Il Corriere della Calabria ha dato la notizia della recente convocazione in nazionale di Ilaria Nicoletti, atleta calabrese di 11 anni che nei prossimi giorni parteciperà ai campionati mondiali di Sarajevo. Si tratta di esperienze uniche, intanto per la formazione personale?
«Incominciai a fare gare interregionali a dieci anni. Ora a 11 anni vanno ad un campionato del mondo. Il primo campionato del mondo io l’ho fatto a 14 anni. Significa che piano piano si sta abbassando l’età degli atleti che gareggiano in competizioni di livello. E ti dico, allora, che a 23 anni sono già vecchio. Se dovessi pensare al mio percorso, sarei al giro di boa con le olimpiadi di Parigi, perché poi ci sarebbero le olimpiadi di Los Angeles. Quindi, credo che sia di 27 o 28 anni l’età massima per competere a gare mondiali. Lo sport ti porta a modificare la tua formazione. C’è differenza di mentalità fra un ragazzo di 11 anni che non fa questo sport e uno della stessa età che si accinge a partire per un campionato del mondo. E c’è differenza tra un comune ragazzo di 14 anni e uno di pari età che nel taekwondo ha già vissuto esperienze in ambito interregionale e internazionale, che ha fatto raduni di vari giorni in cui ha dormito, mangiato e avuto momenti di confronto con persone provenienti da altre regioni. In questi ambiti sportivi si può crescere molto meglio in tutti i sensi. E poi c’è il discorso della disciplina, delle regole, del metodo». 

Oggi i più grandi consumatori sono i ragazzini, che tendono a comprare molti beni inutili e a vivere una vita plasmata dal capitalismo contemporaneo. Se il taekwondo potesse entrare nella scuola, sarebbe un gran bene? 
«Sarebbe molto utile, spero che qualcuno ci ascolti». 

A proposito di formazione delle nuove generazioni, della Calabria si discute spesso in termini di opposti: le bellezze della natura e gli orrori della ’ndrangheta, l’animo poetico e la cattiveria, la storia gloriosa e il presente carico di difficoltà. A te che cosa fa pensare la Calabria, a che cosa la associ, in quali termini ne potresti parlare ai più giovani? 
«La Calabria risente di una serie di pregiudizi e generalizzazioni che spesso non aiutano a costruire né smuovono alcunché. Ribadisco, una persona che ha un obiettivo di livello, e quindi anche tante responsabilità, si circonda di persone positive che possano aiutarlo a crescere. Io mantengo ricordi bellissimi della nostra terra, perché quando ritorno mi affianco a persone che hanno degli obiettivi e si divertono in maniera sana. Per il mio stile di vita, questo è ciò che vado a ricercare all’interno della Calabria. Da piccolo avevo incrociato anche altre persone, ma ora posso scegliere chi frequentare. Vorrei che i più giovani si soffermassero su questa possibilità di scelta, che dipende molto dagli obiettivi che si vogliono raggiungere. A livello emotivo, mi piace ricordare che i calabresi hanno raggiunto traguardi straordinari, in Italia e nel resto del mondo, e sono accoglienti e teste dure, caratteristiche che mi hanno aiutato ad affrontare le sfide e le difficoltà della vita». 

Quali sono i tuoi prossimi impegni agonistici? 
«Tre gare di coppa del mondo, riservate ai primi 32 atleti in classifica. In questo momento occupo la prima posizione del ranking mondiale e siamo al giro di boa del 2023 per chiudere la qualifica olimpica. Sarò a Parigi nel primo fine settimana di settembre, poi in Cina nel secondo fine settimana di ottobre e in quello di dicembre a Manchester». 

Che cosa ti manca?
«Ho fatto quasi tutte le gare interregionali più il Kim e Liù, nello specifico per tre anni di fila, vincendo le prime due edizioni e nella terza piazzandomi al secondo posto. A 13 anni ho iniziato a gareggiare nella categoria Juniores, vincendo quattro volte di fila la Coppa Italia e due titoli italiani. Devo dire che ho anche perso due campionati d’Italia. Poi sono passato alla categoria Senior, vincendo quattro campionati italiani. A mio avviso, i cinque titoli più importanti sono: campione d’Europa; campione del mondo; olimpiade; Grand Prix, che sarebbe coppa del mondo; Grand Prix Final, che sarebbe una coppa del mondo ristretta ai primi 16 atleti mondiali. Io ho conquistato tutte e quattro le medaglie d’oro, quindi mi manca solo quella olimpica, che inseguo. Se riuscissi a conquistare il titolo olimpico, sarei l’unico atleta italiano ad aver vinto tutte e cinque le riferite competizioni». (redazione@corrierecal.it)

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