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il racconto

Piani di Pollino: elogio della follia. E dei pini loricati

di Francesco Bevilacqua

Pubblicato il: 25/09/2023 – 7:41
di Francesco Bevilacqua*
Piani di Pollino: elogio della follia. E dei pini loricati

Mentre viaggiamo verso nord, di primo mattino, Marisa mi domanda: “Quante volte lo hai visitato?”. “Molte volte – rispondo -, per ogni via possibile, in tutte le stagioni, con ogni condizione atmosferica.” È un luogo – quello dove siamo diretti, con i miei amici “erranti” – che vive dentro di me, non mi abbandona mai. Luoghi così hanno una doppia vita: una là fuori, fisica, geografica; l’altra qui dentro, psichica, interiore.

A Colle dell’Impiso il supermarket della montagna è già in moto. Le situazioni di emulazione non mi piacciono. Ma non dò giudizi morali: è così ormai per tutto. Ci si può sottrarre alla omologazione. Quello che ho scelto io è vivere da “disadattato”. Certo, sono anche razionale, ho una vita fatta di lavoro, responsabilità, compromessi, ma certamente sono un po’ folle. A volte, quando sono con i miei “erranti”, penso alla congrega di matti che Jack Nicholson fa evadere dal manicomio in “Qualcuno volò sul nido del Cuculo” di Milos Forman. Lì era il mare il luogo della fuga. Per noi è la montagna, un luogo in cui i disadattati non si sentono prigionieri dai savi, sorvegliati, lobotomizzati, normalizzati. “In quella che chi ne abusa ama chiamare Vita Reale – scrive J.R.R. Tolkien in un saggio sulle fiabe –, l’Evasione può persino essere eroica. Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se ritrovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa?”

Eccoci, dunque “a casa”, quando, superata la sorgente di Spezzavummule sbuchiamo sul Piano di Gaudolino nella polvere d’oro del mattino. Le altre comitive proseguono verso il M. Pollinello. Noi, invece, tagliamo per il sentiero che supera la cresta nord del M. Pollino e si ricongiunge alla via normale di Vacquaro. Entriamo su Piano Toscano, la grande conca circondata dalle cime più elevate del Pollino, dal basso, come uscissimo dal rifugio sicuro dell’utero materno e ci trovassimo improvvisamente esposti al mondo. Dobbiamo salire gradualmente sulle pendici pietrose ad est per poter godere interamente della bellezza del luogo. Quando arriviamo al balcone con i pini loricati, gli amici che vengono qui per la prima volta hanno un tuffo al cuore. Lo avverto dai loro sguardi, dalle loro bocche, dai loro volti. Vaghiamo senza meta sui Piani di Pollino, poi pieghiamo a nord, verso Serretta della Porticella. Ci accolgono altri pachidermi dalla corteccia composta da un mosaico di esagoni grigi. Tronchi imponenti protendono i rami verso il cielo come uomini in preghiera. Queste creature, vecchie mille anni, sono sfuggite all’invadenza dei faggi sino a salire oltre i duemila metri di quota dove nessun altro albero riuscirebbe a vivere. Si sono isolati. Si sono estraniati. Anche loro sono “folli”, rifiutano di essere “normalizzati”. Ci avviciniamo poi alla cresta nord di Serra di Crispo con una vaga idea di salire in cima verso il Giardino degli Dei. Ma un richiamo misterioso ci sospinge su un affaccio favoloso sull’alta Valle del Raganello. La grande foresta della Fagosa, a destra, mostra già le prime striature rossastre dell’autunno. In fondo il triangolo del M. Sellaro. A sinistra le grandi timpe di roccia che si ergono indomite. Nell’imbuto centrale scorre il fiume prodigioso, che scava da millenni il suo canyon.

Sostiamo estasiati, con in primo piano il tronco calcinato di un pino che si contorce obliquamente nel vuoto. Osservo quel corpo abbacinante, forte e fragile, duro e tenero nello stesso tempo, che pare indicare una direzione sconosciuta e penso alla follia che ci ha portati in questo misterioso travaso d’anime. “Ciò che distingue il savio dal folle – scrive Erasmo nel suo famoso “Elogio della follia” – e che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione”. E riferendosi ai savi: “Com’è bello il loro delirio quando costruiscono mondi innumerevoli; quando misurano, quasi col pollice e il filo, il sole, la luna, le stelle, le sfere; quando rendono ragione dei fulmini, dei venti, delle eclissi e degli altri fenomeni inesplicabili, senza la minima esitazione, come se fossero a parte dei segreti della natura artefice delle cose, come se venissero a noi dal consiglio degli dei. La natura, intanto si fa grandi risate, su di loro e sulle loro ipotesi.” Anch’io sorrido, fondendo il mio sorriso con quello della montagna, certo di non appartenere più, da tempo, al mondo dei savi.

 *Avvocato e scrittore

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