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La riflessione

«Con il commissariamento di Rende è morto il civismo»

Qualche giorno fa’, l’onorevole Alfredo Antoniozzi ha condiviso sul Corriere della Calabria alcune considerazioni sopra lo scioglimento per infiltrazioni mafiose e il commissariamento del Comune d…

Pubblicato il: 28/09/2023 – 12:30
di Marta Petrusewicz
«Con il commissariamento di Rende è morto il civismo»

Qualche giorno fa’, l’onorevole Alfredo Antoniozzi ha condiviso sul Corriere della Calabria alcune considerazioni sopra lo scioglimento per infiltrazioni mafiose e il commissariamento del Comune di Rende.
Due di queste mi hanno fatto riflettere: la denuncia del silenzio dei partiti politici e l’annuncio della morte del civismo. La mia miliare distanza dalla parte politica rappresentata, oggi quanto ieri, dall’on Antoniozzi, non mi impedisce di riconoscere l’importanza dei temi da lui sollevati.
Come spiegare il silenzio? Antoniozzi, che lo ritiene un errore strategico dal punto di vista politico, lo attribuisce alla paura di tutti i partiti, con l’eccezione dei 5Stelle e Fratelli d’Italia, che un loro intervento politico, su un fatto così rilevante, possa essere letto come dare ragione ai pubblici ministeri. Anche l’ex sindaco Marcello Manna, in una bella intervista recente al Quotidiano, parla di un silenzio “assordante”, ma lo attribuisce alla progressiva assuefazione dei calabresi all’uso, ormai comune nella politica, di servirsi delle inchieste giudiziarie per togliere di mezzo molti politici autonomi. Si tratta di un fenomeno grave perché accentua la subalternità culturale e politica del Sud, con la complicità, o quanto meno acquiescenza, di una classe dirigente altrimenti assente.
Non c’è dubbio che un’azione così grave nei confronti della città di Rende, per antonomasia la città più colta e più moderna della regione, non avrebbe potuto passare in silenzio senza che il pregiudizio antimeridionale fosse stato interiorizzato dalla politica e dall’opinione pubblica meridionale. Questo pregiudizio, ormai completamente sdoganato in Italia, può essere riassunto in poche parole chiave: tutto il Sud è colluso con le organizzazioni criminali in un modo o un altro e questa collusione è dovuta ai suoi tratti così atavici da essere diventati genetici: familismo, clientelismo, furbetteria, assistenzialismo, scarsa capacità amministrativa e politica. Lo sostengono non solo i Calderoli di turno, ma anche non pochi governatori meridionali. Questo concetto di irrimediabile arretratezza, cioè l’inferiorità, ribadito ossessivamente, aggrava lo stato di smarrimento culturale già diffuso nella società meridionale, con la conseguente astensione dalla partecipazione politica e le ridicolaggini come l’elevazione allo status di eroi personaggi ego- e megalomaniaci del tipo del pm Nicola Gratteri, un miscuglio farsesco tra Robespierre e Bossi.
A stordire ulteriormente la società rendese, lo Stato ci ha messo di suo, con una messa in scena spettacolare, terrificante e al contempo ridicola: alle ore 4 del primo settembre 2022, sulla sede del nostro municipio discesero le forze riunite di Carabinieri, le Squadre Mobili di Cosenza e Catanzaro e del Servizio centrale Operativo di Roma, i Finanzieri, la Polizia Valutaria, muniti di automezzi ed elicotteri. Mancavano solo i carrarmati! Una maxioperazione della Dda di Catanzaro, coordinata – ça va sans dire – dal procuratore capo Nicola Gratteri. Ai registi dello spettacolo deve essere sfuggita la macabra coincidenza con l’attacco della Germania nazista su Varsavia, alla stessa ora del 1° settembre 1939, che diede l’avvio alla Seconda guerra mondiale.
Il successivo procedimento dello scioglimento del Consiglio comunale e del commissariamento del Comune il 28 giugno 2023, attinge invece a un copione diverso, immortalato oltre un secolo fa nel famoso Processo di Franz Kafka.
Lo “scioglimento” del Comune da parte del Presidente della Repubblica è stato decretato il 28 giugno 2023, acquisendo la deliberazione in materia del Consiglio dei Ministri, basata sulla relazione del Ministro dell’Interno, Piantendosi, di poco più di tre pagine, a sua volta basata sulla relazione, di pagine 73, della prefetta di Cosenza, Vittoria Ciaramella, basata, in turno, sulla relazione della Commissione d’accesso. Quest’ultima, si dice composta di 492 pagine, sebbene accessibile ad alcuni giornalisti, a noi è stata ripetutamente negata in quanto segretata!
Una mattina di primavera, Josef K., un rispettabile giovane in carriera, riceve la visita di una commissione d’inchiesta che gli notifica il suo arresto, senza dargliene alcuna ragione. Josef K. è sbigottito: “Di cosa parlavano? A che autorità obbedivano? K. viveva in uno stato legale, la pace era universale, tutte le leggi erano in pieno vigore, chi era che osava di fargli violenza?” “Mi pare che bisogna essere un malfattore pericoloso per vedersi capitare addosso una commissione d’inchiesta”, sostiene la bella signorina Bürstner, ma “dovrei sapere di che cosa si tratta”. Ma K. stesso non lo sa. Man mano, nei mesi che seguono, Josef K. scopre che “gli atti del tribunale, e soprattutto l’atto di accusa, sono inaccessibili all’accusato e alla sua difesa”, che “il processo è generalmente segreto, non solo per il pubblico, ma anche per l’accusato… L’accusato non può vedere gli atti del tribunale…”
Secondo questo copione, l’amministrazione comunale di Rende, oggetto di verifica da parte della Commissione di Accesso, non ha diritto di sapere di che cosa sia accusata e non ha alcuna possibilità di interloquire con i propri accusatori – presentare memorie, elementi a discarico, in breve, istaurare un contradditorio. La narrazione unilaterale del Prefetto e delle Commissioni di accesso stabilisce la verità unica.
Il secondo punto, la morte del civismo, è annunciata dall’on Antoniozzi in un modo perentorio. Non è questo il luogo per disquisizioni storiche sulle virtù civiche (il segreto del civismo “autentico” lo detiene, parrebbe, un nostro ex consigliere comunale). Parliamo, invece, dell’idea fondativa dell’esperienza amministrativa di Manna, il “laboratorio civico”. Il laboratorio è un erede creativo del “partito dei sindaci”, nato nei primi anni ’90 all’indomani di Tangentopoli, sulle ceneri della Prima Repubblica, quando la politica aveva raggiunto il livello più basso nella considerazione popolare. Compromessi tutti i partiti politici, scomparsi quasi dalla scena politica i corpi intermedi, divennero sindaci per la prima volta Antonio Bassolino a Napoli, Francesco Rutelli a Roma, Massimo Cacciari a Venezia, Leoluca Orlando a Palermo, Diego Novelli a Torino, Enzo Bianco a Catania, Riccardo Illy a Trieste, Adriano Sansa a Genova, Giacomo Mancini a Cosenza, una coalizione che governava il Paese dalla periferia al centro, dai piccoli comuni alle grandi città, dalle province alle regioni. Sindaci di diversa provenienza politica, anche se tendenzialmente di sinistra o centrosinistra, e dal patrimonio culturale diverso, ma capaci di fare sintesi e rappresentare i desideri e i sogni della maggioranza degli italiani, non a caso hanno goduto di un consenso generoso e largo.
Nato nel 2014, il Laboratorio Civico di Rende, da “erede creativo”, ha adottato dal suo predecessore l’attenzione alla territorialità, ai beni comuni, all’apertura vasta alla società civile, enfatizzando ulteriormente i temi di inclusione, riconnessione, sostenibilità, giustizia ed equità sociale, innovazione e partecipazione, stimolando la nascita di comitati di quartiere, assemblee popolari, consulte cittadine e apprendo il dialogo con tutte le associazioni e il volontariato. L’idea di condivisione ha dato, per la prima volta, concretezza al tema di “beni comuni” riconoscendo il diritto alla città come diritto collettivo. È solo logico che una tale proposta civica, a Rende come in tutto il paese, attingesse – “addirittura”, si scandalizza Antoniozzi che dalla DC approdò “addirittura” a Fratelli d’Italia! – alle elaborazioni teoriche ed esperienze militanti anche della sinistra radicale. In particolare, i temi della riflessione municipalista, della democrazia assembleare che sta nel cuore del rapporto sociale, della territorialità, del genius loci, dello spirito pubblico, dell’ora locale, devono molto al pensiero e all’esperienza politica di Mario Tronti, Alberto Magnaghi, Mario Alcaro, Franco Piperno, Carlo Cuccomarino, Massimo Cacciari e altri ancora, in un modo o un altro riconducibili al Potere Operaio.
Nello smarrimento generale, quel patrimonio, politico e umano, oggi sembra non esserci più, e tutti noi dobbiamo esaminare i nostri errori. Ma la Schadenfreude dei partiti politici, smarriti quanto o più dei cittadini, è prematura. Malgrado i loro tentativi di ferirla a morte servendosi dei mezzi di cui sopra, l’idea civica non è morta e Rende ne è, infatti, una testimonianza concreta. Una volta trasformato il palazzo in casa comune, accessibile sempre a tutti e tutte, una volta abituatisi i cittadini a una vita urbana fortemente democratica, non si torna più indietro. Il processo avviato non è riversibile.

*Storica ed ex assessore al comune di Rende

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