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l’intervista

A Cetraro è tornata la paura, Cennamo: «Lo Stato non ci lasci soli, noi combattiamo la mafia»

A Telesuonano gli interventi del sindaco della cittadina tirrenica e di Gaetano Bencivinni. «Si apra la caserma di carabinieri»

Pubblicato il: 07/12/2023 – 7:01
A Cetraro è tornata la paura, Cennamo: «Lo Stato non ci lasci soli, noi combattiamo la mafia»

LAMEZIA TERME «A Cetraro c’è una situazione esplosiva che ci preoccupa. Prima di arrivare all’efferato omicidio di Alessandro Cataldo (leggi qui, ndr), c’erano stati dei segnali, ma una cosa del genere non accadeva da vent’anni grazie anche alle brillanti operazioni della Dda di Catanzaro e delle forze dell’ordine che avevano arrestato tutte le persone che avevano creato tanta preoccupazione nella nostra città. Da qualche anno, purtroppo, c’è una recrudescenza criminale che abbiamo segnalato al prefetto. Abbiamo creato quattro comitati provinciali sull’ordine pubblico, tra l’altro uno con deroga a Cetraro dopo il tendato omicidio al concittadino Guido Pinto. La nostra comunità ha sempre reagito, dalla chiesa alle grandi associazioni, le scuole con i nostri licei che ospitano oltre mille ragazzi e mettono in piedi continuamente manifestazioni contro l’illegalità, contro la criminalità. Però tutto questo non basta. Sono stato costretto a scrivere al ministro Piantedosi per chiedergli di prendere in mano la questione Cetraro». Sono amare le parole del sindaco di Cetraro Ermanno Cennamo, ospite insieme al giornalista Gaetano Bencivinni (coordinatore di numerose associazioni di grande valore che si sta battendo moltissimo per la rinascita civile e legale di Cetraro) di Telesuonano, il programma de L’altro Corriere Tv condotto questa settimana da Ugo Floro.
L’omicidio di Cataldo, avvenuto meno di un mese fa nella zona portuale della cittadina del Tirreno cosentino, ha sconvolto l’intera comunità. «Noi abbiamo un presidio – ha ricordato Cennamo – costruito oltre dieci anni fa, che è la caserma dei Carabinieri, un segnale forte contro la criminalità organizzata. Stiamo chiedendo a gran voce che venga aperta. Abbiamo portato avanti questa battaglia alla presenza di onorevoli senatori, assessori regionali, presidente di giunta regionale, però non si capisce perché non si riesca a raggiugere questo obiettivo. È veramente un dramma per la comunità, per il territorio. Costruire una struttura e vederla lì, chiusa, per motivi a noi sconosciuti, fa male».

Il delitto Losardo e la differenza tra la Cetraro di ieri e quella di oggi

Ma esiste un rischio concreto che Cetraro torni agli anni più bui della sua storia, in special modo a quel 1980, in cui il sindaco Giovanni Losardo venne ucciso dalla ‘ndrangheta? Per Gaetano Bencivinni, che bene conosce il territorio cetrarese, «tra gli anni ‘80 ed oggi ci sono notevoli differenze, perché ovviamente sono passati quarant’anni e si è creata una sorta di esperienza culturale antimafiosa anche nella nostra cittadina. Dopo l’assassino di Losardo nel mondo politico, nei consigli comunali, c’è stata una forte solidarietà contro ogni forma di infiltrazione mafiosa nelle istituzioni. E sono state fatte anche tantissime iniziative, come ad esempio il premio Losardo assegnato per tanti anni a personalità di prestigio nazionale che ovviamente hanno dato un contributo notevole al processo di approfondimento conoscitivo del fenomeno. C’è stata anche la Dda di Catanzaro che con Nicola Gratteri ha svolto un lavoro strepitoso negli ultimi anni decapitando la cosca che dominava Cetraro. Queste sono delle novità importanti che fanno pensare che è difficile che si possa ritornare proprio a quella conflittualità omicida con i tratti distintivi del far west che c’è stata tra il ‘79 e il 1985».
Ma qual è la differenza tra quel tipo di criminalità e quella di adesso? «Attualmente – ha detto ancora Bencivinni – si sono create le condizioni analoghe a quelle che c’erano nel ‘79 quando c’è stato il primo omicidio di Romualdo Montagna. Fu un segnale forte, nel senso che si passò dalle bande giovanili alla cosca. Quella situazione si sta riproponendo oggi perché anche in questo momento possiamo parlare di una fascia di giovani che oscilla tra i 20 e i 40 anni che sta cominciando a contendersi, attraverso bande giovanili più o meno organiche, il controllo del territorio, le pratiche estorsive, l’attività dell’usura, ma soprattutto si stanno contendendo la gestione del traffico degli stupefacenti. Cetraro rappresenta una sorta di anello di congiunzione tra i traffici che partono da Gioia Tauro, Reggio Calabria e poi vanno verso il nord e ci sono dei collegamenti da approfondire tra le penetrazioni ‘ndranghetiste e le penetrazioni camorriste. La situazione è complessa. Ma Cetraro più che un paese di mafia è un paese che lotta contro la mafia. Complessivamente la società civile è sana e si tratta di contrastare questa penetrazione che avviene attraverso giovani più o meno manipolati da queste forze ‘ndranghetiste o camorriste che controllano il traffico degli stupefacenti».

Gaetano Bencivinni

«Cetraro non può combattere da sola, ha bisogno dello Stato»

In 40 anni a Cetraro è cambiato tanto, compresi i motivi di scontro. Prima c’era il pesce, adesso il narcotraffico. «Purtroppo – ha affermato Cennamo – da quando sono sindaco ho fatto tre o quattro manifestazioni di interesse per dare la gestione del mercato ittico, ma sono andate a vuoto, non ha risposto nessuno. Questo ci ha fortemente preoccupato. Si era trovata una soluzione con la Prefettura di Cosenza, c’era infatti un’associazione di pescatori che aveva interesse a gestire il tutto, ma qualcuno di questi pescatori aveva problemi giudiziari e non siamo andati avanti».
Quindi il condizionamento sul pesce è ancora forte in quel territorio? «Non credo sia una questione di condizionamento – ha precisato il primo cittadino di Cetraro – perché ormai da anni la gestione è libera, tranquilla, nel senso che i pescatori riescono a fare la propria vendita nel porto senza problemi. Ma dobbiamo trovare l’attrazione in grado di avvicinare gli imprenditori nell’ambito della vendita del pesce».
La continua escalation di attentati, incendi, bombe, va avanti dal 2020. Una scia di episodi inquietanti che però non abbatte la società che combatte e si indigna. Indubbiamente tutto ciò negli ha pesato non poco sulle prospettive turistiche di Cetraro come capitale strategica del turismo nel tirreno cosentino. «Da sempre – ha detto Cennamo – indossiamo questa maglia nera e non riusciamo a togliercela, la maglia nera della mafia. Nonostante la reazione del mondo politico, della chiesa, delle scuole, delle associazioni e della cittadinanza, dei commercianti anche subito dopo l’ultimo omicidio, siamo ancora qui a parlare di questo fenomeno. Cetraro ha sempre combattuto la mafia e non è un caso che la pubblica amministrazione non sia mai stata collusa con questi ambienti». «Io mi sarei aspettato – ha evidenziato Cennamo – dal sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, oltre all’intervista rilasciata al Tgr Calabria, anche una sua visita a Cetraro, una telefonata. Ad oggi non ho avuto risposte alle mie sollecitazioni neanche dal ministro Piantedosi sulla tenenza dei carabinieri.Se non diamo risposte ai cittadini, poi questi si rinchiudono. Una città a vocazione turistica che dovrebbe esplodere per le proprie potenzialità, penso al Porto, a Palazzo del Trono, al centro storico, uno tra i più belli della Calabria, non può lottare da sola, ha bisogno dell’aiuto dello Stato».

Caserma e centro ittico

Caserma e centro ittico. Ma perché queste due realtà sono importanti a Cetraro? «Sono realtà importanti – ha spiegato Bencivinni – perché noi siamo nella fase in cui il problema della lotta alla mafia non è soltanto culturale o di impegno sociale, ma è anche per la sua fase repressiva che deve essere forte. Cetraro non è dominata dall’alta mafia dei colletti bianchi, a Cetraro dominano bande giovanili che in questo momento cercano di fare la scalata per diventare loro gli organizzatori della malavita e del controllo del traffico degli stupefacenti. Attenzione però, l’azione repressiva non si fa con il numero dei poliziotti, con il numero dei carabinieri soltanto, ma si fa con le competenze investigative adeguate di contrasto al fenomeno mafioso, e non solo quando ci sono gli omicidi. Se lo Stato sottovaluta o trascura questa fase così come sta facendo, dopo sarà troppo tardi per intervenire. La mafia cambia pelle, la mafia si trasforma e noi dovremmo trasformare anche le nostre strategie. La cultura mafiosa a Cetraro non c’è, nessuno si vanta di essere amico dei mafiosi. Questo è un valore importante che noi abbiamo tutelato nel corso di tutti questi anni attraverso tante iniziative di legalità. Di recente abbiamo incontrato come associazione cittadina “Legalità e memoria” il presidente dell’antindrangheta regionale che ovviamente ci ha assicurato tutta la sua disponibilità. Però ha evidenziato un dato che in un certo senso ci ha un po’ preoccupato, e cioè la carenza di fondi di cui dispone appunto la commissione. Si parla di 130 mila euro per fronteggiare il fenomeno della ‘ndrangheta in Calabria. È una dotazione sicuramente inadeguata».

Lo scontro tra maggioranza e opposizione

Va detto che in un momento così delicato per Cetraro, sarebbe utile che le forze politiche procedessero in un’unica direzione. Di recente, invece, non sono mancati i momenti di tensione tra maggioranza e opposizione. «Mi preoccupa – ha sottolineato il sindaco Ermanno Cennamo – che dopo un efferato omicidio si fa in modo spregiudicato una polemica sull’inadeguatezza dell’ordine pubblico o sulla mancanza di luce in qualche contrada. Tutto ciò è avvilente e serve a qualcuno a prendere qualche voto in più in vista delle prossime elezioni. A Cetraro abbiamo sempre fatto discorsi inclusivi e mai di chiusura, non solo sull’ordine pubblico. Per esempio ultimamente abbiamo creato una commissione paritetica sulla sanità e abbiamo sempre messo sul tavolo quelli che erano anche i fondi Pnrr per creare una cabina di regia. Gli slogan delle minoranze sembravano andare verso una direzione di condivisione e unità, poi però ci siamo seduti a un tavolo e si sono create divergenze e polemiche di basso profilo, soprattutto se paragonate all’omicidio che ha colpito la nostra comunità di recente. Ciò significa che non si vuole bene alla città. In questo momento serve trovare unità d’intenti tra le varie forze politiche».

Il dialogo tra politica e associazioni

Ma le associazioni a Cetraro dialogano con la politica? «C’è un’idea – ha affermato Bencivinni – che è partita dalla politica e che e corrisponde a quelle che sono le esigenze delle associazioni cittadine, sto parlando di un comitato unitario antimafia. Il Comitato Unitario Antimafia era stato uno strumento fortissimo negli anni ottanta, aveva messo insieme il Pci dell’epoca con il Movimento sociale. Partiti in netta contrapposizione hanno dato vita a manifestazioni importanti. Voglio solo ricordare quella che si è fatta l’11 gennaio del 1983 che ha visto per la prima volta nella storia di Cetraro, ma credo anche dalla Calabria, il segretario regionale del Pc, Fabio Mussi, con il vescovo dell’epoca, monsignor Lauro. Ed è stato quello un segnale fortissimo per l’opinione pubblica perché hanno partecipato tremila persone guidate dalle vedove della mafia. Oggi la situazione non è analoga a quella perché non ci sono più le ideologie, c’è la possibilità di collaborare. Noi abbiamo dato vita a una rete delle associazioni cittadine che hanno l’obiettivo di intervenire nel settore della cultura e della formazione e riteniamo che in questo contesto la cultura è fondamentale per una lotta consapevole contro la mafia».

Il dialogo con la Regione

«A livello regionale – ha detto Cennamo – ho avuto l’opportunità di interloquire e incontrare spesso il presidente Occhiuto e pur rappresentando partiti diversi, abbiamo parlato di tematiche importanti come per esempio il porto che ha il problema dell’insabbiamento. Devo dire che per ben tre anni è intervenuto a livello economico per darci la possibilità di tenerlo aperto. Ultimamente Occhiuto ci sta stando vicino anche dal punto di vista sanitario perché stiamo cercando di aprire il punto nascita all’ospedale di Cetraro che è chiuso da oltre quattro anni. Bisogna dire che undici anni di commissariamento hanno demolito la sanità pubblica calabrese. Oggi, da quando è commissario Occhiuto, abbiamo avviato un’interlocuzione con lui ma anche con i commissari provinciali che hanno messo in campo alcune iniziative per mettere in moto quello che si è perso. Certo, non è facile mettere mano alle macerie che hanno trovato».

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