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Calabria che verrà

Cersosimo: «Il futuro della regione? Un laboratorio di sviluppo sostenibile»

L’economista traccia lo stato di salute socio-economica e ipotizza: «Occorre una visione strategica. Si sperimentino idee per aree demograficamente rarefatte»

Pubblicato il: 14/01/2024 – 7:00
di Roberto De Santo
Cersosimo: «Il futuro della regione? Un laboratorio di sviluppo sostenibile»

COSENZA Anche l’anno che si è appena concluso è stato caratterizzato in Calabria da una forte asimmetria tra segnali negativi e aspettative. In cui i primi – costituiti da fattori drammatici come lo spopolamento, la disarmonia economica e l’incremento dei divari territoriali e di genere – sono prevalsi sui secondi. Così se qualche indicatore ha evidenziato nel corso del 2023 dati congiunturali in ripresa, non è stato tale da creare le condizioni per imprimere quell’accelerazione di cui la regione avrebbe necessità per innestare la marcia della sua crescita socio-economica. È questa in sintesi l’analisi che l’economista Domenico Cersosimo, già professore Unical, delinea dell’anno che abbiamo alle spalle.
Per l’autore di saggi economici e ricerche scientifiche di interesse nazionale, «la Calabria mostra un divario civile scandalosamente elevato rispetto alle altre regioni del Centro nord e l’Europa» per cui la risposta non può che derivare «dall’applicazione della Costituzione». D’altronde, secondo Cersosimo, la dotazione di servizi essenziali è precondizione per creare sviluppo in Calabria seguendo una formula di causa ed effetto. Da qui la richiesta di priorità da mettere in campo usando le tante risorse economiche giunte o che arriveranno in regione: «Occorre accrescere il benessere dei calabresi “restanti” attraverso il potenziamento quanti-qualitativo dei servizi pubblici».Una sorta di imperativo categorico, quello formulato da Cersosimo, per contrastare la vera povertà della Calabria: quella civile.

Fonte: Istat

Professore, in un recente articolo apparso su “il Mulino” lei definisce la Calabria come “Italia estrema”, un’area in accelerato spopolamento e con un tessuto economico-sociale in sgretolamento, soprattutto nelle aree interne. Ma c’è anche il tema della speranza nel suo saggio. Quali dei due aspetti, o come lei chiama dei “due movimenti”, hanno caratterizzato l’anno che si è chiuso?
«In Calabria, tragedia e speranza convivono da sempre. La tragedia, il tratto largamente dominante da oltre mezzo secolo, è il movimento dello spopolamento, dello sfilacciamento di economie e di tessuti produttivi minuti, del declassamento civile, della negazione del diritto al lavoro per donne e giovani, dell’emorragia irrefrenabile di studenti universitari e lavoratori nel “fiore dell’età”, dell’indignazione sterile, della rappresentazione stereotipata persistente. La speranza, all’opposto, è il movimento, tenue e talvolta impercettibile, di ciò che si muove a livello micro, delle eccellenze puntiformi, delle esperienze sociali vitali disperse, dei frammenti di innovazione, delle opportunità potenziali. Ciò che più preoccupa è la forte asimmetria tra tragedia e speranza. La prima è il carattere distintivo di lungo periodo, della china scivolosa verso equilibri socio-economici regionali sempre più bassi e precari; la seconda da noi è soprattutto “rumore”, accadimenti temporanei e isolati, rondini senza primavera. Il doppio movimento vale anche per la congiuntura dell’anno appena passato. Qualche rumore transitorio si è visto, qualche successo si è manifestato, ma il quadro complessivo della nostra regione rimane inchiodato su “segnali” di contrazione, fragilità e sfarinamento di comunità, economie, territori. Per capire la Calabria odierna e le sue prospettive bisogna osservare i segnali decennali: guardare le serie storiche dell’occupazione a tempo pieno e indeterminato e non al rumore fatuo di Amedeus-Rai del Capodanno crotonese, che al più garantisce audience sui social e forse qualche voto in più ai suoi promotori, ma non certamente nuovi flussi turistici. A dispetto degli illusionisti della tabula rasa, il passato dei luoghi influenza il suo presente. Peraltro la nostra regione è, strutturalmente e congiunturalmente, debole dal momento che la sua evoluzione economica e sociale dipende in maniera pervasiva e pressoché esclusiva dal settore pubblico allargato che, come è noto, cambiando poco nel breve periodo funge da stabilizzatore del ciclo. È del tutto evidente che lo Stato in Calabria da sovrastruttura sia diventato struttura, l’attore pressoché unico dei destini dei calabresi, sicché per trovare il “mercato” bisogna frequentare soprattutto le stanze degli assessori regionali, dei sindaci, dei ministeri».

Nel corso della pandemia si era sviluppata l’idea del south working come soluzione per ripopolare anche la Calabria

La pandemia aveva posto al centro dell’attenzione della società una sorta di nuova filosofia dello sviluppo. Una ricerca anche di ritrovare e ripopolare aree lontane dalle metropoli. Si è parlato del South Working in cui la Calabria avrebbe potuto recitare un ruolo. Cosa è rimasto di quell’idea? Ritiene che possa rappresentare ancora oggi una potenzialità per la nostra regione?
«
Anche il lavoro da remoto è assimilabile a rumore. Poche decine di calabresi che lavorano lontano dalle sedi dei loro uffici extraregionali non cambiamo il quadro consolidato, tanto più se l’organizzazione del lavoro è rimasta la stessa. Diverso sarebbe stato se si fosse perseguita, ad esempio, la proposta del Forum Disuguaglianze e Diversità sulle “officine municipali”, che prevedeva la costruzione di luoghi, discussi e progettati insieme ai sindacati dei lavoratori, per rimodulare i tempi di lavoro, per rompere il confinamento domestico, per praticare scambi orizzontali tra lavoratori e forme efficaci di reciproca formazione, con effetti economici e sociali positivi nei processi di rivitalizzazione dei territori. Ma di tutto questo da noi, e assai debolmente anche altrove, non c’è traccia. Nuove forme di sviluppo non si inventano dal nulla, da eventi eccezionali, dal caso, anche se suggestivi e intriganti come il lavorare da Sud per il Nord».

Il lento spopolamento delle aree interne è sempre più legato alla chiusura di servizi essenziali per i cittadini

Quella terra “estrema” di cui parla è caratterizzata dalla lenta privazione di infrastrutture di base. Rarefazione di servizi essenziali come le farmacie, l’ufficio postale o addirittura la presenza del medico di base. Quali iniziative potrebbero rigettare le basi per restituire diritti a questi territori, fin da subito?
«Nel suo insieme, la Calabria mostra un divario civile scandalosamente elevato nei confronti delle regioni del Nord e di quelle europee; un gap inaccettabile più di quello economico. Da troppo tempo bambini, anziani, ammalati, studenti sono costretti a fare i conti quotidianamente con un’offerta quanti-qualitativa di servizi fondamentali di cittadinanza, scadenti e comparativamente declinanti: basti pensare allo stato spesso drammatico dei nostri ospedali, alla fragilità delle strutture di medicina territoriale, alla scarsa qualità degli edifici scolastici e della formazione scolastica, dell’assenza e inefficienza cronica dei trasporti pubblici locali. Chi vive nelle aree interne, la maggioranza della popolazione, oltre che per la scomparsa sistematica di presidi pubblici essenziali (farmacia, pediatra, caserma dei carabinieri, guardia medica, sportello bancario) soffre per la scarsa accessibilità ai servizi collocati nei centri urbani: i tempi lunghi di percorrenza e delle strade inadeguate e insicure abbassano, sovente, le prestazioni degli studenti e dei lavoratori pendolari, quando non mettono a rischio la vita stessa degli ammalati acuti. In questo campo non bisogna fare altro che applicare la Costituzione: dare a tutti i calabresi, a prescindere dal loro reddito, dalla loro residenza e dalla famiglia di appartenenza, servizi pubblici di base in quantità e qualità comparabili con quelli delle regioni più ricche e sviluppate. I servizi di cittadinanza non possono dipendere dal reddito o dalla regione dove si risiede; sono servizi universali a cui tutti dovrebbero poter accedere: il diritto ad una buona vita non può essere derubricato a lotteria! Nel passato si è a lungo pensato che la crescita economica avrebbe risolto ogni problema, anche quello della dotazione e della qualità dei servizi pubblici essenziali. Da qualche tempo si è capito che non esiste una connessione meccanica tra crescita economica-dotazione-qualità dei servizi; al contrario, la presenza adeguata di servizi pubblici fondamentali è diventata una condizione che accompagna lo sviluppo e, sempre più spesso, tende a precederlo»

Lento pede. Vivere nell’Italia estrema (Donzelli 2023), a cura di Domenico Cersosimo e Sabina Licursi

All’interno dei processi di spopolamento, che interessano ormai non solo le aree interne ma anche centri ritenuti più vitali della Calabria, c’è il tema della partenza dei giovani spesso più talentuosi. È un fenomeno ineluttabile?
«La rarefazione demografica sembra ormai un destino incontrovertibile della Calabria, e non solo. Da diversi decenni perdiamo residenti sia per lo squilibrio abnorme tra decessi e nascite sia per un saldo migratorio nullo quando non negativo. L’Istat stima che nel 2080, tra meno di un sessantennio, i residenti in Calabria saranno poco più di un milione, oltre 800 mila in meno di quelli odierni. Non sarà soltanto una Calabria più piccola, sarà anche una Calabria diversa, con molti anziani e pochi bambini, con meno occupati e più pensionati, con città demograficamente asfittiche e con vasti territori senza presenza umana. Come è sempre accaduto, i giovani “migliori” lasceranno la Calabria per destinazioni più promettenti sotto il profilo delle occasioni di lavoro e, non meno importante, per l’opportunità di realizzare piani di vita più densi e gratificanti. Sfidiamo paradossalmente una delle poche leggi ferree dell’economia: quanto più un bene è scarso tanto più è alto il suo valore; abbiamo pochi ragazzi e giovani, e sempre meno ne avremo nei prossimi decenni, ma li svalorizziamo, li marginalizziamo, non ce ne occupiamo, li lasciamo partire senza fare nulla per indurli a restare. Una recente ricerca empirica realizzata nella Scuola superiore di scienze delle amministrazioni pubbliche del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Unical, ha verificato che anche nelle aree interne calabresi all’incirca un terzo dei giovani, resterebbe a vivere nei paesi di origine se si creassero le condizioni adeguate a condurre una vita lavorativa e sociale dignitosa».

La valorizzazione dei beni architettonici come propulsore di uno sviluppo sostenibile

Allo stesso tempo lei parla di sperimentazione, di nuovi percorsi da attivare e rafforzare per valorizzare quelli che sembrano punti di debolezza. Ritiene in questo senso che la Calabria potrebbe divenire una sorta di laboratorio sociale ed economico di resilienza?
«A mio parere, la Calabria non ha alternative alla sperimentazione, all’ideazione e implementazione di vie nuove. Il Novecento è finito da un pezzo, il mondo è cambiato in modo radicale e nuovi cambiamenti rilevanti stanno emergendo. Transizione tecnologica, intelligenza artificiale e digitalizzazione annunciano un nuovo paradigma produttivo e sociale. Stare fermi significa arretrare. Come è arretrata la Calabria nel primo ventennio di questo nuovo secolo sia rispetto alle altre regioni europee che a quelle italiane e meridionali. La nostra regione potrebbe diventare un laboratorio nazionale per sperimentare approcci e modelli sostenibili per aree demograficamente rarefatte. Sperimentazioni per l’intero paese nel campo sociale e produttivo, deragliando dall’approccio normocentrico oggi dominante. Con pochi bambini non è possibile comporre classi standard, è necessario attrezzare piccole classi con insegnanti e programmi adeguati alla nuova organizzazione scolastica e rimodulare di conseguenza un’offerta formativa accademica coerente con le competenze didattiche di maestri,  che dovranno lavorare in contesti caratterizzati da scarsità di alunni. Analogamente si potrebbero sperimentare forme e strutture produttive compatibili con i piccoli numeri, valorizzando multifunzionalità, produzioni di nicchia, economie circolari. Ancora, si potrebbero progettare turismi del “silenzio”, o della contemplazione, della connessione umana con i cicli naturali, della ricerca di nuove forme di esistenza “lento pede. E ancora, progettare e manutenere “fabbriche di carezze”, ossia luoghi densi di socialità e di relazioni comunitarie, demercificati, delle piccole cose che, se opportunamente coltivate, potrebbero “fiorire” e diventare grandi e non far perdere “il cielo di vista” anche in contesti difficili, ostili, vulnerabili. Imitazioni e inseguimenti, caratteristiche cruciali dei sentieri di crescita del capitalismo novecentesco, non sono più riproponibili. Lo sviluppo oggi, e tanto più nel futuro, presuppone altri sforzi cognitivi, altra immaginazione sociale. È difficile ma non impossibile; si può “imparare facendo”».

Intravede nell’anno che si è appena affacciato qualche potenzialità da sfruttare al meglio per rilanciare il percorso di sviluppo anche diverso della nostra regione?
«Ai trend correnti, il 2024 non sarà dissimile dal 2023, dal 2022… Nuovi rumori occasionali e temporanei si verificheranno, in particolare quelli legati agli investimenti del Pnrr, che da quest’anno si intensificheranno. Il Pnrr è una “grande” occasione che rischiamo di svaporare in una miriade di piccoli progetti ordinari, diffusi, replicanti, senza legame e senza portata strategica. Una somma disordinata di investimenti finirà inevitabilmente per produrre crescita-rumore non sviluppo. Si può fare qualcosa? Certamente: si potrebbe dare organicità alla molteplicità informe, coordinare e dare un senso economico, sociale e territoriale ai singoli investimenti Pnrr, legando ciò che dall’alto arriva slegato, connettendo le risorse e i progetti del Piano alle risorse e ai progetti degli altri fondi europei per lo sviluppo regionale, a quelli aggiuntivi nazionali e a quelli ordinari. Ma prima di tutto ci vorrebbe una visione, che manca da tanto. Che Calabria vogliamo? Come immaginiamo la nostra regione nel 2030? Prefigurare il futuro è importante soprattutto per i riflessi sul presente, per i condizionamenti sull’azione quotidiana, per misurare giorno per giorno l’avanzamento verso la meta della Calabria che si desidera. Il “destino” è un catalogo di esiti possibili: si può scegliere, lottare e pretendere il futuro desiderato, indipendentemente dalle probabilità e dei freddi algoritmi previsivi. Eppoi ci sarebbe una marea di cose da fare per estendere ed elevare la qualità dell’offerta di servizi pubblici fondamentali. La Regione potrebbe fare moltissimo per migliorare dotazione e standard dei servizi sanitari, dei trasporti e dell’insieme dei servizi collettivi. La priorità assoluta e di lungo periodo, a mio parere, è accrescere il benessere dei calabresi “restanti” attraverso il potenziamento quanti-qualitativo dei servizi pubblici. I diritti di cittadinanza sono negati e calpestati quotidianamente nella nostra regione, soprattutto i diritti delle persone e delle famiglie più fragili e povere, con tutto ciò che ne consegue in termini di abbassamento della tempra civile individuale e sociale, della partecipazione nell’arena pubblica, di astensionismo elettorale, di sfiducia istituzionale sistemica, di emigrazione, di passività e rassegnazione, di scoraggiamento della “voice” e di incoraggiamento dell’”exit”. Negazione dei diritti, assenza di azione collettiva e deficit di sviluppo vanno di pari passo e si rafforzano vicendevolmente. La vera povertà della Calabria odierna, ancor prima di quella economica, è la povertà civile, l’impossibilità per molti di vivere una vita sicura, degna di essere vissuta al meglio. Per questo, io penso, dovremmo occuparci più dell’“ingegneria sociale” che dell’“ingegneria industriale”; e preoccuparci più dei calabresi che della Calabria». (r.desanto@corrierecal.it)

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