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«Il vizio del cinema in salsa calabrese»

«Ad Tersicorem Virginesque Musas. La scritta campeggiava sul frontespizio del palcoscenico del Cinema-Teatro Politeama di Catanzaro che fu abbattuto nel 1992, assieme all’adiacente Mercato comunal…

Pubblicato il: 15/01/2024 – 9:36
di Bruno Gemelli*
«Il vizio del cinema in salsa calabrese»

«Ad Tersicorem Virginesque Musas. La scritta campeggiava sul frontespizio del palcoscenico del Cinema-Teatro Politeama di Catanzaro che fu abbattuto nel 1992, assieme all’adiacente Mercato comunale, per far posto all’attuale teatro, progettato da Paolo Portoghesi, che fu inaugurato nel 2002 dal presidente Ciampi, con un concerto dell’orchestra dell’Arena di Verona.
Una struttura, quella demolita, che ha rappresentato una sorta di Araba Fenice del capoluogo, rinata per ben tre volte. La prima volta il teatro, che all’epoca si chiamava “Real Teatro San Francesco”, aprì il 1830 e venne abbattuto nel 1938. Nella seconda versione aveva la caratteristica del tetto apribile con motore elettrico.
Ne raccontò la storia il regista Gianni Amelio in un suo romanzo scritto 2016, “Politeama” (Mondadori, pag. 176), in cui egli racconta di aver trascorso tante giornate al cinema da bambino, scoprendo la sua fascinazione per la settima arte.
L’esordio letterario di Amelio fu recensito da Corrado Augias che scrisse: «L’esordio narrativo di Gianni Amelio è uno struggente romanzo di formazione, tenero e crudele, disperato e solare, che non assomiglia a nessun altro. Sostenuto da una scrittura essenziale che punta al cuore delle cose, svela, nel filo della sua trama, un sentimento d’incrollabile fiducia nella forza della diversità, nella lucida follia che aiuta ogni essere umano a sopravvivere, anche quando sembra che stia calando una notte senza alba».
In realtà Gianni Amelio aveva già scritto un altro saggio, “Il vizio del cinema” (Einaudi, 2004, pag. 318), nel quale raccontò, come disse egli stesso, «il cinema che tutti amiamo: quello classico, da “Quarto potere” a “Casablanca”, e quello di anni più recenti, affascinante e spettacolare come le opere di Spielberg, Coppola o Scorsese. Una piccola storia della “settima arte” ricca di curiosità inedite, ma anche un ritratto del cinema “dall’interno”, un diario fitto di aneddoti divertenti che insegna come si fa un film».
Gianni Amelio, sceneggiando e dirigendo il film “Il primo uomo” (tratto dal romanzo incompiuto di Albert Camus pubblicato postumo nel 1994, in Italia da Bompiani), entrò nella stanza degli specchi. Jacques Cormery, l’io narrante del film, era evidentemente Camus così come sua era l’infanzia algerina raccontata nel libro e tragicamente suo il rapporto con un padre mai conosciuto, morto in guerra. Dunque un fortissimo coinvolgimento emotivo dell’autore. Una situazione nella quale Gianni Amelio parve riconoscersi, si specchia, si emoziona. Ma con distacco.
Perché, mentre nella “Battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo c’è una lettura contro il colonialismo francese in Algeria, in Amelio c’è il tentativo di interpretare la coesistenza tra francesi e algerini.
Scrisse Paolo Mereghetti, critico cinematografico del Corriere della sera, «Ora questa storia Amelio la distilla, la raffredda, la “allontana da sé” cercando in tutti i modi (questa, naturalmente, l’impressione personale) di renderla il più possibile “oggettiva”. Inventando, per esempio, una cornice storica che nel romanzo non esiste e che ci mostra da subito il protagonista adulto (l’ottimo Jacques Gamblin) atterrare nell’Algeri del 1957, costretto a fare i conti con le tensioni indipendentistiche che hanno spinto gli arabi del Fronte di liberazione nazionale anche verso il terrorismo». Da qui gli specchi e quella parte autobiografica dell’opera.
«Il primo uomo – disse Amelio al sottoscritto in una intervista esclusiva – non è un libro d’invenzione ma è un libro autobiografico e da qui nascevano tutti i problemi e, soprattutto, di opportunità di farne un film». Che è stato incubato per 15 anni. «I diritti del libro li abbiamo avuti nel 2003 – continua Amelio – abbiamo cercato di impostare la lavorazione; e devo dire la verità: siamo arrivati in Algeria anche con una certa difficoltà dopo aver tentato altre strade. Si tratta di una storia molto scottante sia per i francesi che per gli algerini. L’argomento, sia da una parte che dall’altra, era delicato da affrontare. Il libro racconta addirittura il primo sbarco dei francesi in Algeria nel 1848. E io la prima cosa che ho dovuto fare è stata la scelta degli argomenti, una selezione perché altrimenti sarebbe venuto fuori un film di sei ore. E, quindi, la strada che ho cercato di percorrere e che poi ho percorso è stata un po’ quella di una doppia autobiografia. Cioè di fare in modo che, alla biografia di Camus, coincidesse la mia biografia».
Da qui un rivivere la propria adolescenza attraverso quella di Camus. E viceversa. Gianni Amelio è nato a San Pietro Magisano, alle porte di Catanzaro dove ha studiato e dove ha scoperto l’amore per il cinema. «L’Algeria e la Calabria – continua il regista – sono in qualche modo vicine, lo stesso colore, la stessa atmosfera. C’è una scena dell’uscita dal cinema in cui il bambino e la nonna, che cammina svelta seguita dal nipote, – un episodio realmente accaduto a me con mia nonna, uscivamo dal cinema Masciari di Catanzaro – mia nonna che non aveva amato il film, ero stato io in qualche modo a costringerla a vedere il film; l’avevo consigliato io, e lei mi accusava di tutte le nefandezze, dicendomi: quest’anno vai a lavorare, la scuola ti fa male; e io rispondevo: ma il professore mi dice di continuare. E lei: il professore ci mandi i suoi figli, alla fine: quando prendi un pezzo di carta che ci fai?».
Il primo uomo è, dunque, un film mediterraneo che racconta un mondo di poveri in cui si possono riconoscere tutti. Aggiunge Amelio: «I paralleli poi tra la mia vita e quella di Camus, sono tanti. Entrambi abbiamo sofferto l’assenza del padre, il suo era morto in guerra, il mio emigrato in Argentina, entrambi eravamo poveri».
Il film uscì il 20 aprile 2012 in Italia e in Francia nell’autunno dello stesso anno. E il regista spiegò: «Siamo andati a Toronto dove abbiamo avuto anche un buon successo ed un premio della Critica. Ora mi concentro sull’uscita italiana, anche perché un’uscita in sole 70 copie ha bisogno di tutta la mia attenzione; in Francia mi risulta, da quel poco che ne è stato scritto fin ora, il film viene letto come pro Algeria e questo mi preoccupa un poco, perché l’accoglienza d’oltralpe dipende proprio da questo. Venezia non lo ha voluto dopo averlo selezionato… Era in concorso, poi invece lo hanno cancellato due giorni dopo… A quel punto la Detassis mi ha detto che se volevo poteva andare a Roma e io ho detto: No, grazie. A Toronto non sono andato, perché secondo me il film doveva andare a Berlino… Un festival poi non serve a nulla se un film non esce immediatamente dopo. Tutto qui».
La conversazione finì sul giudizio che fece la figlia di Camus: «Non sono stato scelto come “camussiano”. Non sono stato scelto nemmeno da Catherine Camus [figlia di Albert Camus n.d.r]. Avevamo anzi una clausola contrattuale per cui lei aveva la possibilità di ritirare il nome del padre e il titolo se la pellicola non avesse rispettato la figura del padre. Figuratevi l’ansia del produttore e anche la mia. Beh, l’abbiamo accettata ed ora eccoci qua… Lei era molto concentrata sull’aspetto personale. Non accettava giustamente che la figura del padre o della nonna, fossero interpretate in maniera distorta dall’attore o attrice di turno. Il padre non era una persona convenzionale e come tale voleva che risultasse».

*Giornalista

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