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La “Repubblica delle disuguaglianze”

D’Azeglio disse che «fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani». Oggi dobbiamo amaramente riconoscere che gli italiani non sono stati ancora fatti

Pubblicato il: 26/01/2024 – 12:35
di Ennio Stamile
La “Repubblica delle disuguaglianze”

Una delle espressioni inventate dalla letteratura nella seconda metà del XIX secolo, che ha avuto un enorme successo è “La repubblica delle banane”. Oltre a essere riferita a diversi Stati del Sud America e dell’Africa, sovente, viene riferita ad alcuni Paesi Occidentali, Italia compresa. Viene utilizzata in gergo politico per descrivere nazioni in cui è alta la corruzione, vi è sostanziale mancanza di democrazia, è forte la svalutazione monetaria, è consolidata la collusione tra Stato e interessi monopolistici dove i profitti possono essere privatizzati e le perdite socializzate. Orbene, dopo l’approvazione in Senato del Ddl Calderoli sull’Autonomia differenziata, dovremmo dire che la nostra cara Italia, oltre a essere diventata ormai da svariati decenni, la “repubblica delle banane”, può essere considerata a buon diritto anche la “repubblica delle disuguaglianze”. Un bel risultato dell’attuale governo che, stante anche il cognome della premier e la grande produzione dei frutti delle cucurbitaceae che si ha nel nostro bel Paese, credo sia più confacente descriverlo – anche per sintetizzare le due espressioni ricordate – come “la repubblica dei meloni”. Da svariati decenni, quasi tutti i politici che si alternano nei governi, ci hanno ormai abituati ad ascoltare le loro idee, per poi ribadire l’esatto contrario una volta che si sono comodamente adagiati sugli scranni di Palazzo Chigi. Non è da meno la nostra Premier, che per molti anni è stata leader dell’opposizione e ora continua a fare opposizione all’opposizione. Nello specifico, a proposito del Ddl Calderoli ricordato sopra, l’oracolo meloniano in un’intervista rilasciata nel 2013 si pronunciava così: «non c’è alcun rischio di appiattimento sulle posizioni leghiste. Siamo qui stamattina per ribadire le nostre posizioni sfidare Salvini e sfidare anche Lega, per dire che vogliamo abolire le regioni, perché il regionalismo in Italia ha fallito perché ha moltiplicato occasioni di malaffare, ha moltiplicato poltrone, ha moltiplicato la spesa pubblica, facciamo una proposta completamente diversa dalla Lega: 36 distretti e dare più peso ai comuni, restituire autorevolezza allo Stato centrale. Su questi temi sfidiamo, ovviamente, anche la Lega; poi su altri temi, invece, facciamo le battaglie in comune: quella contro l’euro, quella contro l’eurocrazia e quella contro l’immigrazione incontrollata le condividiamo, altre no». Fermo restando il disastro che questo decreto “spacca Italia”, provocherà su temi delicati come sanità, scuola, fisco e molti altri, credo valga la pena di soffermarsi se pur brevemente ad ascoltare le opinioni di chi, come Anna Falcone, che sappiamo essere libera da certi condizionamenti partitici, ci aiuta ad analizzare il dato meramente politico. L’aspetto che dovrebbe far maggiormente riflettere è che vi sono gruppi di parlamentari meridionali che hanno tradito il Sud. A molti esponenti politici non riguardano gli interessi territoriali, ma sono unicamente impegnati a difendere le loro poltrone e le bandiere di partito. Anna Falcone, a tal proposito, sottolinea che ciò è stato possibile grazie ad “una legge elettorale totalmente inadeguata che consente ai partiti di scegliere e calare dall’alto i candidati per i territori e non viceversa”. Andrea Camilleri, in un articolo apparso su L’Unità del 21 gennaio 2008 si espresse così: «quando fu fatta l’unità d’Italia in Sicilia avevamo 8000 telai, producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa». Il Regno delle Due Sicilie che possedeva, nel 1860, una quantità d’oro pari al doppio dell’oro di tutti gli altri stati della penisola italiana messi insieme, 60 volte superiore a quello dei Savoia, ancora una volta viene derubato. Anche ora, come allora, assistiamo a un movimento elitario che intende indebolire e impoverire ulteriormente il Sud. Massimo D’Azeglio ebbe a dire che “fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani”. A distanza di oltre un secolo e mezzo, dobbiamo amaramente riconoscere che gli italiani non sono stati ancora fatti.

*Rettore UniRiMI

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