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I cento anni de “L’Unità” e le sue pagine calabresi amarcord del giornale comunista

Una piccola ricognizione calabrese attraverso l’Unità, giornale centenario. Il quotidiano “che durava al di là del giorno” ha scritto il compagno Pietro Ingrao

Pubblicato il: 13/02/2024 – 16:39
di Paride Leporace
I cento anni de “L’Unità” e le sue pagine calabresi amarcord del giornale comunista

Il 12 febbraio 1924 in una stamperia di Milano veniva stampato, il giorno prima, la prima copia dell’Unità, giornale fondato da Antonio Gramsci. Il leader dei comunisti lo aveva immaginato come un giornale degli operai e della sinistra. Da qui il nome come prospettiva politica. In pieno fascismo la pubblicazione dura poco per passare alla stampa clandestina che costerà carcere e confino a militanti e dirigenti. Quelli di oggi dell’Unità sono tempi grami. Dopo anni di sospensione della pubblicazione, oggi la testata esiste ancora legata alla direzione di Piero Sansonetti che del giornale comunista fu già condirettore e inviato. L’ultima rifondazione ha avuto il suo battesimo nelle presentazioni a Cosenza l’anno scorso a marzo anche per un sostegno alla linea antigiustizialista dato alla testata con adesione militante da Enza Bruno Bossio e i suoi seguaci. Tempi e linea editoriale diversi per un giornale dalla lunga storia e organizzazione che ha sempre dedicato attenzione e pagine alla Calabria con molti giornalisti di stretta osservanza comunista, come richiedevano le regole d’ingaggio del tempo.
Nell’ambito del centenario mi sembra d’obbligo richiamare la recente pubblicazione del calabrese Natale Pace che con una fatica di Sisifo ha raccolto in due volumi le recensioni e le critiche teatrali che Leonida Repaci scrisse per l’Unità tra il 1924 e il 1925 corredandole di note e commenti.

Una testimonianza preziosa per gli studiosi di teatro leggere gli articoli dedicati a Eleonora Duse e altre leggende con un punto di vista ideologico ben marcato da parte dello scrittore di Palmi; il quale a Milano aveva ricevuto da Gramsci quell’impegno da terza pagina che aveva già avviato nel precedente giornale comunista dell’Ordine nuovo. La storia dell’Unità è anche una storia di firme illustri della cultura italiana, anche quella in chiave calabrese è molto vasta. Ho avuto la fortuna di incontrarla di persona lavorando al Quotidiano di Calabria per lunghi anni alle strette dipendenze del direttore Ennio Simeone che nell’Unità aveva rivestito importanti ruoli quale redattore delle pagine delle “Cronache del Mezzogiorno” e anche da inviato del giornale per coprire, per esempio, la lunga e difficile Rivolta di Reggio Calabria nel 1970. Simeone in Calabria ritrova corrispondenti dell’Unità che tornavano a essere suoi giornalisti di testata. E’il caso di Camillo Mazzone, decano dei cronisti della Locride, per cui Simeone volle scrivere nel 2016 l’appassionato tombeau: “Aveva solo due preoccupazioni: la prima era quella di far costare il meno possibile la telefonata al giornale del partito (“sono soldi sudati dei compagni”), la seconda era quella di comunicare il numero di copie dell’Unità da far mandare in più quel giorno a Grotteria per diffonderle”. Stesso afflato con Antonio Gigliotti corrispondente da Lamezia Terme che aveva avuto un percorso molto simile.
Una storia vasta, quella dell’Unità in Calabria, che non ho la pretesa di circoscrivere ma di rievocare con una ricognizione a volo d’uccello rispetto alle pagine conservate nel mio archivio.
Curiosa la pagina d’inserzione pubblicitaria del 6 aprile del 1978. Tempi di politica di unità nazionale, il quasi compromesso storico. Il Pci ha organizzato il primo convegno sullo sviluppo turistico del Mezzogiorno, il partito in Calabria è all’opposizione ma l’assessore Sergio Scarpino, democristiano di sinistra, illustra, si presume a pagamento, il suo progetto politico con un articolo incastonato tra un lungo memorandum di notizie di servizio e la pubblicità con il claim: “Calabria per sciare su neve e mare”. Decisamente più vibranti le pagine monotematiche in occasioni di mobilitazioni. È il 3 luglio del 1977 e a Reggio Calabria arrivano i segretari sindacali dell’epoca Lama, Macario, Benvenuto. Nel catenaccio di apertura spicca la cronaca della preparazione “assemblee e riunioni del nostro partito nei principali centri”. La cronaca è firmata da Enzo Lacaria che per lunghi anni coprirà per il giornale la Calabria. Tra editoriali e stelloncini anche un intervento della responsabile della Commissione femminile (era anche inutile aggiungere del Pci) titolato “Perché sono le donne a pagare di più”. La firma è di Rita Commisso che nella seconda Repubblica diventerà parlamentare. Altra pagina dell’anno prima, 1976. Campagna elettorale che auspica il sorpasso nazionale sullo Scudo crociato. Apertura dedicata a una lunga intervista al segretario regionale calabrese del Pci, Franco Ambrogio. Non firmata dall’autore. Non sappiamo se per regola o dimenticanza. Titolone: “La Calabria può rinnovarsi e salvarsi soltanto se si ridimensiona la Dc”. Di spalla in evidenza i comizi in zona del compagno Giorgio Napolitano. Compare un lungo appello di intellettuali che invitano a votare Pci. A nomi prevedibili come quello di Augusto Placanica oggi risaltano le firme di numerosi magistrati che all’epoca non dovevano nascondere di essere toghe rosse. Oloferne Carpino – in futuro approderà alla Rai – da Cassano Jonio riferisce delle comunali auspicando “una giunta rispettabile e onesta”. Si pubblica anche la lista dei candidati e il cronista dell’oggi constata accanto a nome e cognome la specifica rilevante di operaio, bracciante, ferroviere, pensionato, studente.

Berlinguer a Cosenza

Divertente il corsivo al vetriolo dello stelloncino “Senza campanile” che prende di mira Piero Ardenti, direttore del manciniano Giornale di Calabria per il suo salace commento in occasione del comizio di Berlinguer a Cosenza. Nella stessa rubrica ritrovo un reperto del 1980 dedicato alla famiglia Laganà, non meno tenero nei toni e nelle analisi.
La pagina del 18 ottobre del 2005 la ricordo bene. Archivio di lavoro, ero sul campo. Hanno ucciso a Locri il vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno. E’ cerchiata con il pennarello la notizia del giorno esclusiva legata al munizionamento della pistola. A 48 ore dal delitto “brancoliamo ancora tutti nel buio” attorno al cadavere eccellente. La firma è di Aldo Varano. Cronista di razza e fine analista di politica, Varano all’Unità a Roma ha ricoperto ruoli da redattore nazionale di grande prestigio e responsabilità. In quella pagina anche un’intervista al presidente regionale degli industriali calabresi, Pippo Callipo, che iniziava già allora il suo mantra: “Che aspetta Pisanu (ministro dell’Interno) che gli industriali scappino?. Di taglio basso una scheda sulla ‘ndrangheta di Enrico Fierro, cronista campano che metterà radici in Calabria raccontando molto bene quell’affaire (bello il suo libro “Ammazzati l’onorevole) passando poi al Fatto Quotidiano e legandosi con passione alle vicende della Riace di Mimmo Lucano, purtroppo scomparso prima di vedere chiuso l’infame processo.
Tra i ritagli anche il reportage come inviato di Filippo Veltri che racconta con linguaggio fluente il primo raduno degli ultrà italiani a Fuscaldo dopo l’Heysel organizzato da Padre Fedele. Un reportage elettorale del 1980 dalla Locride è firmato invece da Gianfranco Manfredi che non manca di riferire sulle alleanze ad Africo gestite dal celebre prete Don Stilo. Dalla cartella tiro fuori diversi reportage, tanti quelli estivi per colmare l’assenza di notizie. Nel 2010 Marco Giovannelli in vespa da Tropea a Reggio Calabria denota che “tanti hanno cercato fortuna al Nord ma tornano sempre”. Era già restanza. Lo scrittore Andrea Di Consoli nell’agosto del 2003, da par suo, per la serie “paesi immigrati” tratteggia “Il rinascimento di Corigliano”. Utile rileggerlo. Nel 1985 era stato Michele Serra a viaggiare estivo come inviato. Tappi calabresi a Scalea (“ma chi ha permesso che si sviluppasse in un modo così selvaggio?”), a Reggio Calabria (“più dei Bronzi affascina il campionario dei souvenir”) e a Crotone cerca di penetrare in un villaggio Valtur nonostante il divieto di accesso da parte della direzione.
Una piccola ricognizione calabrese attraverso l’Unità, giornale centenario. Il quotidiano “che durava al di là del giorno” ha scritto il compagno Pietro Ingrao. Perché veniva conservata dal suo lettore: «E si poteva leggere all’alba, ancora assonnati, sul seggiolino di un autobus, oppure a tarda sera, tra un boccone e l’altro della cena prima di andare alla riunione di sezione, o anche a letto, sull’orlo del sonno». L’ha scritto l’Unità, si diceva a quei tempi. Come il bambino che, per difendere una sua certezza, affermava “L’ha detto la maestra”.

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