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il processo

Pugliese: «Bergamini ucciso per il calcioscommesse. Gratteri mi aiuti, rischio la vita»

Le parole in aula dell’ex pentito e killer di camorra, leader della curva del Napoli e amico di Maradona: «Denis? Bravo ragazzo, voleva starne fuori»

Pubblicato il: 13/02/2024 – 13:09
di Francesco Veltri
Pugliese: «Bergamini ucciso per il calcioscommesse. Gratteri mi aiuti, rischio la vita»

COSENZA «Denis Bergamini era un bravo ragazzo, lo hanno ucciso perché le partite erano truccate e lui voleva stare fuori dal giro del calcioscommesse. Ma se volete che vi dica di più dovete aiutarmi, il procuratore Gratteri deve proteggermi e darmi delle garanzie, io rischio la vita».
Può essere racchiusa tutta in queste parole l’escussione di Pietro Pugliese, 70 anni, ex collaboratore di giustizia e killer della camorra, ascoltato oggi nel tribunale di Cosenza nel corso della 55esima udienza del processo sulla morte nel 1989 di Donato “Denis” Bergamini.
Pugliese non si è presentato in aula ma ha chiesto di essere ascoltato da remoto, in collegamento da una caserma dei carabinieri di Napoli. A chiamare in causa nel processo un uomo che da anni parla di omicidio Bergamini, è stato il suo omonimo Angelo Pugliese, legale dell’imputata Isabella Internò (assente in aula) che, invece, dal 1989 sostiene la tesi del suicidio.
Lo stesso avvocato difensore, nel porre la sua prima domanda al teste di giornata, ha usato la parola “omicidio”, probabilmente per errore. «Ha detto bene – ha replicato Pietro Pugliese – omicidio Bergamini».
L’uomo, che ha finito di scontare da poco una condanna a 22 anni e mezzo di carcere, ha subito raccontato uno spiacevole episodio che lo ha coinvolto di recente: «Due, tre mesi fa, dopo essere uscito dal carcere, ho trovato la tomba di mio padre profanata, l’unica nel cimitero in quelle condizioni. Ho denunciato tutto ai carabinieri e al procuratore Gratteri. Ecco perché oggi non sono in aula, chiedo protezione, sono un bersaglio facile, se vogliono ammazzarmi non ci mettono niente. Nonostante io sia stato un collaboratore di giustizia che ha fatto arrestate tante persone, oggi sono in difficoltà, vivo in un dormitorio».

Borsellino, Maradona, lo scudetto del Napoli e la droga

Pugliese è stato condannato per cinque omicidi commessi nel Napoletano. «Li ho confessati», ha sottolineato oggi in aula. Dal 1991 al 1996 è stato collaboratore di giustizia, grazie alle sue dichiarazioni la Dia ha effettuato diversi blitz che hanno permesso di arrestare quindici presunti camorristi coinvolti nella “faida di Villaricca”. In quell’operazione venne coinvolto e poi sciolto il Comune del piccolo centro campano. Ma Pugliese, appartenente in passato ai clan Mallardo e Ferrara, nel suo intervento, è andato oltre le vicende relative al suo territorio, ripercorrendo anche alcuni passaggi della storia italiana degli ultimi trent’anni. A partite dalla strage di via D’Amelio a Palermo che nel 1992 costò la vita al giudice Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta. «Avevo saputo che Borsellino era stato ucciso affinché passasse la legge sui collaboratori di giustizia – ha detto Pugliese –. Poi, però, ho fatto un passo indietro e ho smesso di collaborare, non volevo più far parte di un sistema che aveva favorito la morte di Borsellino. Questa scelta me l’hanno fatta pagare a caro prezzo, facendomi fare 22 anni di carcere».
Negli anni ’80 Pietro Pugliese era una figura di spicco del direttivo del Commando Ultrà del Napoli. «Ero vicino a tutti i calciatori del Napoli di Maradona, con Diego avevo una amicizia speciale. Claudia, la sua futura moglie, mi invitò al loro matrimonio a Buenos Aires perché li aiutai a recuperare cinque orologi di Diego che erano stati rubati nel corso di una rapina in una banca a Napoli. Ma io ero nell’ambiente del calcio anche prima dell’arrivo di Maradona in città. Nello spogliatoio era ricorrente l’uso di cocaina, proprio a Buenos Aires, all’addio al celibato di Diego a cui non andai, so che fecero un grosso uso di droga. C’era anche Franco Califano, il cantante. In quegli anni io, Maradona e il suo procuratore Guillermo Coppola fummo imputati in un processo per droga». Pugliese ha fatto cenno anche agli episodi sul calcioscommesse in cui furono coinvolti i calciatori del Napoli. «Ci fu un processo per corruzione. Lo scudetto del 1987-1988 venne vinto dal Milan grazie a quelle dinamiche».

Le dichiarazioni su Bergamini e la sospensione dell’udienza

Quando le domande dell’avvocato della difesa Angelo Pugliese e della presidente della Corte Paola Lucente si sono concentrate sul caso Bergamini, Pietro Pugliese, che sulla vicenda era stato interrogato due volte in carcere (a Teramo e a Castrovillari) dall’ex procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla, ha chiesto maggiori garanzie prima di parlare. Anche se qualcosa alla fine ha detto. «Nel carcere di Castrovillari – ha ricordato – il boss Abruzzese mi disse che Bergamini fu ucciso perché voleva dissociarsi da quel sistema di corruzione sulle partite. Io questa cosa la dico da tempo perché si sta percorrendo una strada sbagliata, come hanno fatto con Borsellino». A questo punto al teste è stato chiesto se Ciro Muro, ex calciatore prima del Napoli e poi del Cosenza alla fine degli anni ’80 e Michele Padovano (anche lui ex Napoli e Cosenza), facessero uso di cocaina. «Mi fermo qui – ha replicato Pugliese – se non cambia qualcosa, più di questo non posso dire. Sanno dove sono, possono uccidermi quando vogliono. Se Gratteri mi dà delle garanzie, io vengo a Cosenza e dico tutto».
La sua testimonianza si è dunque interrotta prima che il pm Luca Primicerio e l’avvocato di parte civile Fabio Anselmo potessero fare le loro domande. Alla fine, sono stati acquisiti i due verbali delle dichiarazioni rilasciate da Pugliese negli anni scorsi.
La professoressa Emanuela Turillazzi (della sezione di Medicina Legale, Dipartimento di Patologia Chirurgica, Medica, Molecolare e dell’Area Critica dell’Università di Pisa) sarà ascoltata in udienza il prossimo 23 febbraio. Avrebbe dovuto essere sentita oggi ma non si è presentata per motivi di salute.

Anselmo: «Testimonianza grottesca e surreale»

A fine udienza l’avvocato Fabio Anselmo ha definito la testimonianza di Pietro Pugliese «grottesca e surreale». «Queste ultime udienze – ha continuato il legale – non hanno alcun peso. Il testimone di oggi ha detto di tutto, se avessi potuto – ha detto Anselmo con sarcasmo – gli avrei chiesto chi è stato il mandante dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy e lui probabilmente si sarebbe riservato anche di dire questo. La sua credibilità è nulla. La verità è che il cerchio intorno a Isabella Internò ormai si è chiuso». (f.veltri@corrierecal.it)

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