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La Calabria di Giacomo Triglia parla una lingua universale

Il regista collabora con etichette blasonate come Sony, Universal e Warner ma vive a Marano Marchesato, vicino Cosenza

Pubblicato il: 27/02/2024 – 6:40
di Concetta Guido
La Calabria di Giacomo Triglia parla una lingua universale

I suoi video musicali sono opere d’arte. Poetici e ironici. Piccoli film con una storia dentro, che hanno un forte senso del glamour. Giacomo Triglia, 42 anni, regista e sceneggiatore, ha trascorso l’infanzia a Lazzaro, una frazione di Motta San Giovanni e ha studiato all’Accademia di Belle arti di Reggio Calabria, dove oggi insegna. Collabora con etichette blasonate come Sony, Universal e Warner e vive a Marano Marchesato, vicino Cosenza. Per lui la «Calabria è la comfort zone», il posto giusto dove poter scrivere e montare i suoi lavori.

La carriera

Guardi i suoi videoclip e capisci perché è richiestissimo dalle luminose star della musica italiana. Ligabue, Ornella Vanoni, Annalisa, J-Ax, Francesca Michielin, Samuele Bersani e tanti altri. Da qualche anno ha stretto un sodalizio artistico con Jovanotti. Nelle nostre case è entrato con gli spot del Mulino bianco e di Dolce & Gabbana. “Torna a casa” dei Måneskin oggi conta 180 milioni di views su YouTube. L’ultimo lavoro è “Levante Ventitré – Anni di voli pindarici”, disponibile su Paramount + da pochi giorni. «Un documentario di settantacinque minuti, praticamente un reportage su un anno molto importante per lei, attraverso foto, video, stralci di momenti intimi e preziosi, strappati dal dietro le quinte». Un’artista potente Claudia Lagona, in arte Levante, che aveva già lavorato con il regista reggino. L’ultimo video fatto insieme è “Canzone d’estate”, uscito lo scorso giugno.

Triglia entra nell’anima degli artisti, esalta la loro espressività e fa “recitare” anche i numerosi oggetti che popolano i suoi set. In “Calma rivoluzionaria” di Ornella Vanoni e Samuele Bersani, ci sono un vecchio ventilatore che spara bolle di sapone, danzatrici che simulano una corrida, pietre e fiori, una foto passata nel tritacarte e poi ricomposta. Restiamo ribelli ma con una forte calma interiore, sembra dire il regista. «Lavorare con la Vanoni è stato molto bello, perché lei si è anche interessata alla sceneggiatura. In una delle prime telefonate mi ha detto “fammi fare quello che vuoi, sono un’attrice”, confermandosi una donna simpatica e superpiacevole». Tutto è iniziato da “Come stai”, 2009, di Dario Brunori, col quale mantiene un legame forte. «Collaboriamo da sempre, ma soprattutto siamo molto amici. Ogni occasione è buona per fare una cena insieme». Un Supersantos, una chitarra, una statuina di San Francesco. Già allora rapiva lo spettatore con un particolare taglio cinematografico. Sono trascorsi centinaia di video e adesso ha girato anche un lungometraggio.

Il tuo ultimo film, realizzato con il contributo dalla Calabria Film Commission, è ispirato a un protagonista dei nostri mari: il pescespada. 

«È un lungometraggio che ho girato quest’estate tra Scilla, Bagnara e Roghudi vecchio. La pesca del pescespada viene usata come pretesto per narrare il viaggio di Peppe. Un viaggio introspettivo, tra sogno e realtà. È il personaggio interpretato da Peppe Voltarelli, che nel film lavora a un documentario su quel tipo di pesca. Adesso sono in una fase clou per la produzione e per decidere il percorso che dovrà avere, ad esempio nei festival».

Hai visitato recentemente il Giappone. Ti sei ritrovato nelle immagini di “Perfect days” di Wim Wenders?

«Sì e l’ho apprezzato ancora di più. È stato bellissimo rivivere, attraverso il film di Wenders, quelle viuzze vuote che avevo da poco visitato e riconoscere i suoni dei paesaggi urbani. Sono stato anche nel negozio di vinili dove va Hirayama, il protagonista, per vendere le sue preziose musicassette, e confermo: esiste davvero, identico a quello che vediamo in “Perfect days”».

Dalla patria dei robot hai portato dei souvenir per la tua poderosa raccolta di giocattoli vintage a cui dedichi anche un profilo Instagram?

«Certo. Ho acquistato un Doraemon, un Uomo tigre del 1981 e vari robot. A Tokyo ho scovato anche un negozio dedicato a “Star Wars”, dove ho comprato un poster originale dell’episodio cinque degli Anni ’80».

Perché hai scelto di vivere a Cosenza?

«Nel 2009 curavo la direzione artistica di un festival d’arte in provincia di Reggio e, in quell’occasione, ho conosciuto Brunori e altre persone di Cosenza. Rimasi colpito dalla loro vivacità artistica. In quegli anni ero autore e regista di una video rubrica che si intitolava “Avatar Bros”, con deejay Albertino e Giorgio Prezioso, trasmessa da All Music. C’era, quindi, la possibilità di andare a vivere a Roma, ma il fatto era che non volevo lasciare la Calabria. E quando ho conosciuto Brunori e gli altri mi sono trasferito a busta chiusa, dalla mattina alla sera. È andata proprio così. Se mi sono pentito? No».

Infatti, nel tuo portfolio c’è il videoclip della canzone di Eugenio Finardi “Passerà”, girato in quel periodo con tutti attori cosentini e si riconosce anche un giovanissimo Brunori.

«Sì, abbiamo girato in una fattoria di Montalto Uffugo e ho messo dentro tutti i miei amici. Come attori c’erano Ernesto Orrico, Paolo Mauro, Marisa Casciaro e qualche altro, ma per il resto ho distribuito vari compiti e ruoli a circa quaranta amici. È stato divertente».

Parliamo di “Futura”, l’Official video uscito dopo la morte di Dalla. Una bimba bionda che “aspetta senza avere paura domani”. Emozioni forti.

«Durante il quarantennale dell’album “Dalla”, la Sony si rese conto che non esisteva il videoclip ufficiale di “Futura” e allora mi contattarono e mi chiesero: “Ti va di farlo?”. “Direi proprio di sì!”, risposi. In origine doveva essere girato a Berlino, perché la sceneggiatura narrava la storia di due innamorati divisi dal muro, poi è arrivato il Covid e ho spostato tutto a Bologna. Ho immaginato che Futura diventasse mamma e ho raccontato la storia della figlia».

Un documentario straordinario è “Sahara Jam. Una settimana in Niger” con Jovanotti, visibile su Raiplay. Cherubini è stato ospite del Festival dell’Air della cultura tuareg, invitato dal cantautore nigerino Bombino, su un massiccio di oltre mille metri in mezzo al deserto. È stato difficile realizzarlo?

«Sarebbe stato impossibile se non avessimo avuto la protezione presidenziale. In Niger non potevi uscire dalla città di Niamey senza una scorta. Per il sito “viaggare sicuri” della Farnesina è uno dei posti più pericolosi al mondo nonostante sia un luogo ospitale, perché sono i paesi confinanti a rappresentare il pericolo per gli occidentali. Lo scorso luglio, pochi mesi dopo il nostro “Sahara Jam”, c’è stato il golpe militare che ha deposto il presidente.

Mohamed Bazoum, che appare con la sua famiglia, forse tra le ultime immagini come Capo di Stato, prima della prigionia. Colpisce anche l’atmosfera intima, che sei riuscito a restituire, del raduno delle tribù in mezzo al deserto.

È stata un’esperienza incredibile. Immagina una festa di duecento persone che si riuniscono in mezzo al nulla ed esprimono la propria cultura, con i loro abiti colorati, i cammelli, le gare di abilità, i canti, le danze e naturalmente la musica. Tutto questo senza turisti. Come occidentali c’eravamo soltanto noi e qualche volontario delle onlus. Il nostro viaggio aveva anche uno scopo benefico: la realizzazione di una scuola di musica per i giovani dei popoli Tuareg».

“Alla salute” di Jovanotti, oltre ad essere un bellissimo videoclip, è stato uno degli spot più efficaci di tutti i tempi per la Calabria. Un ritmo travolgente, la banda di paese. Poi il colpo di scena della tovaglia sfilata e dei bicchieri in frantumi.

«Quella scena è una mia citazione di un film: “Du Levande” del regista svedese Roy Andersson. Poi ce ne sono anche altre, c’è il ballo di “Novecento” di Bernardo Bertolucci, c’è Celentano del “Bisbetico domato”. Con Lorenzo abbiamo scritto la sceneggiatura a quattro mani».

Hai portato spesso i cantanti in Calabria.

«L’ho fatto soprattutto agli inizi perché, quando mi contattavano mi veniva naturale invitarli qua, poi non è stato più possibile. Fino a “Torna a casa” dei Måneskin, infatti, curavo anche l’aspetto organizzativo, poi quando i progetti si sono ingigantiti ho delegato alle varie case di produzione e da allora mi sono occupato della sceneggiatura, della regia e del montaggio».

Hai sempre desiderato fare il regista musicale?

«Da ragazzo mi divertivo a fare video con gli amici. Credo che, poi, abbia molto influito l’essermi appassionato al cinema. E’ stata tutta “colpa” di Enrico Ghezzi, passavo le notti a vedere “Fuori orario”. Quando guardi quattro film di seguito è normale che ti viene voglia di farne uno. Ho iniziato con alcuni lavori sperimentali. Ad esempio, nel 2004 sono stato selezionato da Torino Film Festival con il cortometraggio “JØrgen’s Son”. Alla fine, è venuto tutto naturale. Non ho mai programmato nulla nella vita».

Quali film ti hanno lasciato un segno?

«Senza scomodare mostri sacri, come Stanley Kubrick o Terrence Malick, posso citare “Elephant” di Gus Van Sant oppure “Dogtooth” che è stato il primo film di Yorgos Lanthimos e ancora prima i film dei danesi del movimento “Dogma ‘95”, Lars von Trier e Thomas Vinterberg».

Giacomo Triglia ha il cinema nello sguardo e la Calabria è un felice luogo d’ispirazione.  E’ autore dello spot “Verso Sud”, con Elisabetta Gregoraci, per la campagna promozionale della Regione e prodotto dalla Film commission, ma anche in molti suoi videoclip ci sono scorci di paesaggi calabresi come non si erano mai visti. Una nuova vecchia Calabria che parla una lingua universale.

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