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“Faccia da Mostro” «partecipe all’organizzazione dell’omicidio» del cacciatore di latitanti

L’accusa della Procura Generale al termine della requisitoria del processo sul duplice omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie

Pubblicato il: 01/03/2024 – 17:28
di Fabio Benincasa
“Faccia da Mostro” «partecipe all’organizzazione dell’omicidio» del cacciatore di latitanti

REGGIO CALABRIA «Con questa faccia qua». Giovanni Aiello mostra il volto all’inviato delle Iene Gaetano Pecoraro, partito da Milano e giunto a Montauro in Calabria per incontrare l’ex poliziotto reggino considerato uomo dei servizi segreti. Capelli lunghi, «occhi strani», volto segnato da una cicatrice: il nome di Aiello compare più volte nella vicenda legata alla morte di Nino Agostino. «Lo vidi una volta, venne a casa mia a carcere mio figlio, non posso dimenticare il suo volto ha una faccia da mostro», racconta Vincenzo Agostino padre di Nino Agostino, poliziotto siciliano esperto nella caccia ai latitanti. Che salvò la vita al giudice Giovanni Falcone e morì in un agguato il 5 agosto del 1989. sotto i colpi di due sicari, insieme a sua moglie Ida Castelluccio ed al bimbo che quest’ultima portava in grembo. Una esecuzione in piena regola, un fatto di sangue che a distanza di 35 anni ancora non ha un colpevole. Per questo motivo, Vincenzo Agostino ha giurato dinanzi alle bare del figlio, della nuora e del futuro nipotino di non tagliare barba e capelli fino a quando quella verità non sarebbe venuta a galla. Il 2024 potrebbe essere l’anno giusto.

“Faccia da Mostro”, «una storia inventata»

«Quella su di me, sul coinvolgimento nell’omicidio di Nino Agostino è una storia inventata, come quella dei servizi segreti che non c’entrano niente», ribadisce Aiello all’inviato delle Iene, in una intervista rilasciata poco prima di morire – il 21 agosto del 2017 a Montauro – stroncato da un infarto. Il giorno del suo funerale, celebrato nella piccola chiesa di Montauro, in molti decidono di concedere l’ultimo saluto all’uomo di mare diventato pescatore. Alle esequie erano presenti la sorella, il fratello, anche la prima moglie e la figlia. Mentre su Montauro scendeva la cenere dell’ennesimo incendio tra i tanti che hanno consumato la Calabria, non si spegnevano i dubbi sul suo presunto coinvolgimento nell’omicidio del poliziotto Agostino. A tentare di allontanare qualsiasi sospetto sul conto di “Faccia da Mostro” sarà anche sua moglie Ivana Orlando, in una testimonianza resa nel processo in corso sulla morte di Agostino. «Mio marito non poteva essere dei servizi segreti perché una moglie queste cose le sa» e poi «lui ha sempre negato, non era tipo, era troppo pigro». «Aiello viveva in quella che definivamo una baracca in riva al mare. Faceva attività da diporto e portava le persone a mare facendosi pagare», racconta l’allora Tenente Colonnello dei Carabinieri, Adolfo Angelosanto, in passato impegnato a Catania in una attività ricognitiva di elementi già acquisiti sul conto dell’ex poliziotto di Montauro. Più dure le affermazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia. «Giovanni Aiello faceva parte dei servizi segreti deviati. Io l’ho visto più volte in vicolo Pipitone, all’Acqusanta. Veniva spesso nel periodo tra l’84 e l’85, fino all’arresto di Madonia». E’ la confessione nel corso del processo d’appello sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio, resa dal pentito di mafia Vito Galatolo. Incalzato dalle domande di Pecoraro sulle dichiarazioni rese dai pentiti, Aiello risponde: «I pentiti sono pagati, ma quale servizio segreto».

L’intreccio con la morte di Nino Agostino

Ma perché Giovanni Aiello compare nel delitto Agostino? E con quale ruolo? Secondo l’accusa: «processiamo Gaetano Scotto ma, se non fosse morto, ci sarebbe qui un altro imputato, Giovanni AielloAnello di congiunzione, ancora una volta, fra il mondo di Cosa nostra e l’ambiente dei servizi segreti deviati che sullo sfondo di questo dibattimento abbiamo messo in evidenza e in chiara luce». A parlare è la procuratrice generale di Palermo Lia Sava, che ha dato il via alla requisitoria del processo celebrato davanti alla Corte d’Assise di Palermo sulla morte del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, uccisi in un agguato il 5 agosto del 1989. Il 20 febbraio 2024 si è chiusa la requisitoria con le richieste di pena avanzate dall’accusa: ergastolo per Gaetano Scotto e assoluzione per Francesco Paolo Rizzuto. La procura generale, rappresentata anche dal sostituto Umberto De Giglio, viene richiamata la figura dell’ex poliziotto calabrese. «Tutte le direzioni delle diverse visuali dalle quali si può analizzare il duplice omicidio si incrociano proprio sulla posizione della figura di Scotto. Tutte le traiettorie probatorie ci portano a Scotto» (…) non solo in quanto esponente di vertice del mandamento di Resuttana, in stretti rapporti con Nino Madonia, ma anche in ragione dei rapporti particolari che Scotto intratteneva con uomini delle istituzioni come Giovanni Aiello». Nino Agostino «è stato ucciso anche per evitare che potesse rivelare quelle informazioni che aveva raccolto in merito ai rapporti esistenti tra esponenti mafiosi ed alcuni uomini dello Stato, appartenenti alla Polizia o ai servizi segreti», sostiene l’accusa «sebbene non sia possibile affermare con certezza che nella decisione di uccidere l’agente Agostino abbiano concorso soggetti esterni a Cosa nostra, né è stato possibile individuare con certezza questi soggetti, risulta accertato che uno di quei personaggi che si trovava in quello spazio di connessioni illecite, svolgendo una funzione di collegamento operativo tra mafie e servizi, è Giovanni Aiello.
Il quale ha partecipato all’organizzazione dell’omicidio dell’agente Agostino». Una ricostruzione che ricorda la frase lapidaria pronunciata dall’ex mafioso palermitano e collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo: «D’Agostino è morto perché faceva il poliziotto». Aiello – secondo la ricostruzione dell’accusa riportata anche dalle Iene – avrebbe aiutato i due killer di Agostino di disfarsi della moto con la quale avevano compiuto l’agguato mortale per poi consegnargli una macchina pulita per fuggire via. Dopo 35 anni, la verità sembra più vicina.
(f.benincasa@corrierecal.it)


“Faccia da mostro”, l’attesa nella baracca a Montauro e le intercettazioni interrotte

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