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Lo sfogo del pentito di ‘ndrangheta: «La chiamano protezione ma è una detenzione domiciliare»

A TV7 la testimonianza di Emanuele Mancuso, rampollo della potente cosca vibonese e oggi collaboratore di giustizia: «Sono da solo con la mia bambina»

Pubblicato il: 03/03/2024 – 12:01
Lo sfogo del pentito di ‘ndrangheta: «La chiamano protezione ma è una detenzione domiciliare»

LAMEZIA TERME «La chiamano protezione ma nella sostanza la mia è una detenzione domiciliare a tutti gli effetti». A parlare ai microfoni di TV7 è Emanuele Mancuso, rampollo del casato di ‘ndrangheta dei Mancuso e oggi collaboratore di giustizia. In un servizio di Alessandro Gaeta, che già si era occupato della vicenda, lo storico settimanale di approfondimento del Tg1 Rai raccoglie la testimonianza che è però anche uno sfogo di Emanuele, figlio di Pantaleone Mancuso, alias “L’ingegnere”, ritenuto dagli inquirenti esponente di spicco dell’omonima cosca e nipote di Luigi Mancuso, alias “Il Supremo”, uno dei principali imputati nella maxi-operazione “Rinascita Scott”, condotta dalla Distrettuale Antimafia di Catanzaro. Una storia davvero tormentata, quella di Emanuele Mancuso, che decise di collaborare con la giustizia una settimana prima della nascita della figlia entrando inevitabilmente in rotta di collisione con la sua famiglia e anche con la moglie, Nensy Vera Chimirri, che a un certo punto verrà accusata dagli inquirenti di aver fatto pressioni su di lui per farlo ritrattare: «Il tribunale – dice – ci impone una mediazione ma non si poteva fare in nessun modo, io ero testimone dell’accusa, lei invece si difende, ci sarà sempre una conflittualità, lei è sempre rimasta difesa dagli avvocati che pagava la mia famiglia e questo aumentava il conflitto».

«La chiamano protezione ma è una detenzione domiciliare»

Su Tv7 Emanuele Mancuso poi racconta la battaglia per l’affido della figlia, «una battaglia lunga 5 anni», e soprattutto le difficoltà che anche le istituzioni frappongono al ritorno a una vita normale. Una vittoria a metà, la sua, perché – emerge dal servizio di TV7 – Emanuele Mancuso è riuscito a sottrare la figlia dal dominio della cultura mafiosa ma dall’altro conduce un’esistenza senza luci: «Faccio solo volontariato, lavoro non me lo trovano e se riesco a trovarlo per diversi motivi mi dicono sempre di no. La chiamano protezione ma nella sostanza la mia è una detenzione domiciliare a tutti gli effetti. Il livello di protezione – spiega il collaboratore di giustizia – è alto, il problema è fare qualcosa nella giornata, avere degli amici. Ci sono purtroppo anche disfunzioni del Servizio centrale che non riescono a reinserirti, non ti aiutano. Io sono da solo: io e la bambina. Ti fanno pagare tutto, anche la vita che respiri. I mille euro che ti danno non bastano. Ho una casa fatiscente, e la burocrazia… Faccio un esempio: proposta di cambio di generalità fatta l’anno scorso, il giudice cautelare dà l’autorizzazione ma è un anno che aspettiamo. Mesi e mesi per sbloccare la patente, avviene a fine 2023 ma dopo numerose proteste. A volte per avere un diritto devi puntare i piedi. Il rapporto tra quello che ho dato e quello che ho ricevuto – conclude Emanuele Mancuso – è pari a zero». (redazione@corrierecal.it)

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