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‘Ndrangheta a Cosenza, «evidenze e rapporti tra alcuni imputati coperti da segreto istruttorio»

Il dato è emerso durante il controesame di un teste nel processo “Reset”, contro la mala cosentina

Pubblicato il: 20/04/2024 – 13:26
di Fabio Benincasa
‘Ndrangheta a Cosenza, «evidenze e rapporti tra alcuni imputati coperti da segreto istruttorio»

COSENZA «Rapporti pregressi o rapporti successivi a questa vicenda, che poi sarà durata meno di 24 ore, tra il mio assistito Armando De Vuono e Porcaro Roberto ne avete censiti?». E’ questa la domanda posta in sede di controesame dall’avvocato Matteo Cristiani al maresciallo maggiore Massimo Spinelli – in forza al Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Cosenza – chiamato a testimoniare nel processo con rito ordinario scaturito dall’inchiesta denominata “Reset” contro la ‘ndrangheta cosentina e in corso dinanzi al Tribunale di Cosenza, in composizione collegiale.
Nell’aula bunker di Lamezia Terme, nella quale si svolge procedimento, il maggiore risponde così: «Abbiamo censito altri rapporti, però non posso riferire in questa sede perché ancora coperto dal segreto istruttorio». Quanto dichiarato suggerisce un possibile e suppletivo approfondimento investigativo in terra bruzia, nei confronti del presunto gruppo riconducibile a Roberto Porcaro, ritenuto in passato reggente del clan degli “Italiani” e sul rapporto tra alcuni soggetti coinvolti nella inchiesta “Reset”.
Il teste ribadisce in altre due occasione, quanto sostenuto. Lo fa nel momento in cui risponde sollecitato, sempre in sede di controesame, dall’avvocata Fiorella Bozzarello. «Ha l’Arma dei Carabinieri rilevato condotte di pregnanza investigativa compiute da Caputo Carmine rispetto al collegamento anche parentale con Greco Francesco (oggi collaboratore di giustizia, ndr) ? «Si e purtroppo non le posso rispondere perché è ancora coperto dal segreto istruttorio questo aspetto con…quello che lei mi sta chiedendo adesso». Il teste fa un terzo riferimento al segreto istruttorio, quando a porre la domanda è l’avvocato Luca Acciardi. «Gli elementi in questo senso che lei ritiene siano coperti da segreto istruttorio li posso dedurre dalle dichiarazioni di Greco. Perché Greco forse è l’unico del cosiddetto gruppo Porcaro che parla di qualche rapporto di Porcaro con il gruppo Presta. Ma prima delle dichiarazioni di Greco sino ad oggi un contatto tra il gruppo Porcaro e il gruppo Presta l’avete censito? «Ci sono state delle evidenze che sono attualmente coperte da segreto. Non posso rispondere a questa domanda».

Francesco “Checco” Greco e il rapporto con Porcaro

Più volte richiamato nel corso dell’udienza, Francesco Greco è uno degli ultimi collaboratori di giustizia. «Ho iniziato a collaborare con Roberto Porcaro dedicandomi al compimento di attività illecite di diversa natura: spaccio di droga, usura, danneggiamenti ed estorsioni. Con riferimento alle estorsioni mi occupavo del posizionamento delle bottigliette incendiarie nei vari esercizi commerciali destinatari delle richieste estorsive». Inizia così il primo racconto di “Checco” Greco, deciso a saltare il fosso dopo il coinvolgimento nell’inchiesta “Reset“. Era il primo agosto 2023 quando ai magistrati della Dda, il pentito forniva informazioni e dettagli in merito all’attività di Roberto Porcaro. Il collaboratore ammette, in un secondo verbale, di essere stato il braccio destro del presunto boss. «Posso riferire di una serie di atti intimidatori a scopo estorsivo che ho commesso insieme a Roberto Porcaro (…) posizionando una bottiglietta incendiaria davanti agli esercizi commerciali».

Le dichiarazioni (attese) di Gianluca Maestri

Un nuovo impulso all’attività della Distrettuale potrebbe darlo Gianluca Maestri, uno degli ultimi a saltare il fosso, in passato considerato «promotore ed organizzatore dell’associazione degli “Zingari”». Secondo l’accusa «si occupa principalmente di organizzare e condurre molteplici attività estorsive», il suo ruolo di partecipe si eleva ad organizzatore e “reggente” nel dicembre 2019, quando, a seguito degli arresti seguiti ad una operazione della Dda di Catanzaro, «si occupa di gestire l’utile prosecuzione delle principali attività illecite lasciate in sospeso dai suoi sodali, divenendo una decisiva ed insostituibile cerniera tra la compagine “Italiana” e quella degli “Zingari” dei Banana».
Sono diversi gli episodi contestati al pentito nell’inchiesta “Reset“, quasi tutti legati al ricorso a minacce e «alla prospettazione dell’esposizione ad un pericolo concreto ed attuale della incolumità di imprenditori e dei loro beni», per richiedere denaro e portare a termine l’attività estorsiva.

Roberto Porcaro, il carcere duro e la lettera

Recluso nel carcere di Terni, Roberto Porcaro ex reggente del clan degli “Italiani” è passato recentemente al 41 bis. Il carcere duro è stato deciso per l’x pentito cosentino, che nel corso del processo “Reset” – che lo vede coinvolto – aveva inviato una missiva al tribunale di Cosenza asserendo di non essere un affiliato. «Io, in tutte le dichiarazioni che ho reso ho solo detto bugie, frutto della lettura delle ordinanze, in più leggevo i giornali online, a questo ho aggiunto la fantasia esagerata. Spero solo che chi continua a dire bugie si passi la mano sulla coscienza e dicesse la verità», scrive l’ex pentito che aggiunge una precisazione sul suo presunto ruolo nella ‘ndrangheta cosentina. «Io non faccio parte di nessuna associazione, non ho alcun gruppo, non sono mai stato affiliato».
(f.benincasa@corrierecal.it)

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