Maltempo, buio e strade dissestate. Storie dei rider che sbarcano il lunario senza tutele
Abid che vendeva rose, Toni che studia all’Unical e gli altri. «Le mance? Non ne parliamo proprio, i cosentini non ne lasciano mai…»

COSENZA Abid fino a qualche mese fa vendeva le rose. Si aggirava tra i tavoli dei ristoranti del corso, incassava pochi euro e parecchi insulti, qualche volta lo hanno anche fatto uscire dal locale. Suo cugino, che vive a Roma, a un certo punto gli ha detto: comprati una bici e cambia lavoro, ti aiuto io. Con i soldi messi da parte Abid ha preso una bici elettrica usata e adesso fa il rider, consegna cibo a domicilio. «Non guadagno tantissimo – sorride – ma di sicuro sto meglio di prima, è faticoso, ma l’importante è poter restare in Italia, perché in Pakistan non ci voglio tornare».
Davanti alle porte di vetro del Mc Donald’s i riders si radunano in attesa della chiamata sul cellulare che li smisterà nei vari quartieri. In questo momento, da qualche parte, qualcuno in ciabatte, sul divano, ha voglia di un Crispy mc bacon.
Appena l’ordine arriva bisogna scattate, perché ogni secondo è prezioso: su Deliveroo e su Glovo come nella vita, il tempo è denaro. Due minuti e in cucina sono già pronti i panini, i ciclofattorini infilano i sacchetti negli zaini termici e corrono in bici seguendo le indicazioni del navigatore che li condurrà davanti al numero civico. Effettuata la consegna, si ritroveranno di nuovo davanti al Mc, in attesa di un nuovo bip sul telefono. E così fino alla fine del loro turno. Mance? «Non ne parliamo proprio – ride – i cosentini non ne lasciano quasi mai».
Abid lavora per una delle due più importanti società di food delivery che gestisce i riders attraverso una piattaforma on line. «Ci sono giorni in cui va bene, faccio tante consegne e guadagno anche 20 o 30 euro, altre giornate in cui le chiamate sono poche e magari piove, fa freddo e correre in bici col brutto tempo è faticoso». Soprattutto nelle zone della città buie e piene di buche, dove diventa davvero pericoloso effettuare le consegne. «Queste strade fanno parecchi danni» sbotta Toni, un giovane collega di Abid che sta ascoltando la nostra conversazione. È cosentino, studia all’Unical e da quattro anni si mantiene facendo consegne.

«Lo stato della viabilità è certamente una criticità in questo lavoro – spiega –. Usiamo i nostri mezzi, che siano bici, monopattini e auto e ognuno di noi ha dovuto fare i conti con i danni causati dai dossi e dalle buche. C’è poco da aggiungere, siamo lavoratori poco tutelati e per molti aspetti praticamente invisibili. I sindacati? Qui a Cosenza quasi nessuno di noi ha tessere ed è una scelta, perché fino ad ora abbiamo visto pochissimo impegno per la nostra categoria. Corriamo in bici su strade senza illuminazione, ci capita anche di cadere e farci male, ma ci rialziamo pregando che non sia accaduto nulla al cibo che dobbiamo consegnare. Abbiamo il tarlo della velocità – continua – i tempi di consegna vengono registrati e influiscono sul nostro punteggio sulla piattaforma, solo se sei scattante puoi fare questo lavoro. E tra noi ci sono anche persone adulte, padri di famiglia. Siamo “appesi” agli ordini, se non ci sono ordini non si lavora e se non si lavora non si guadagna. Fortuna che tra di noi abbiamo stabilito dei buoni rapporti, in molti casi di vera amicizia, anche se c’è una concorrenza che in alcuni casi diventa scorrettezza. C’è chi è disposto a tutto, anche a rischiare di farsi male, questa non è flessibilità, siamo persone e lavoratori, dovremmo lottare compatti per rivendicare i nostri diritti. Ma non c’è tempo e spesso neanche voglia, perché tra noi ci sono persone che se non lavorano non mangiano e questo rende più complicato portare avanti le rivendicazioni. Io per esempio ci ho rinunciato» dice con amarezza. Squilla il telefono, nuova consegna, anche Toni saluta e si dilegua.
Intanto è già buio, le borse termiche catarifrangenti si allontanano attraverso le strade più brevi per arrivare a destinazione, fortuna che in città ci sono le piste ciclabili. Abid deve rimettersi in sella per l’ultima consegna della serata, l’applicazione indica che si trova a 1,3 Km da qui, ha ricominciato a piovere. Zaino in spalla, cellulare a vista sulla bici per seguire le indicazioni. E il casco? «No, quello non lo mettiamo mai, si perde troppo tempo a metterlo e a toglierlo. Ma faccio attenzione, stai tranquilla».
