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IL CONTRIBUTO

Matteotti con le stellette al confino politico di Messina

Il 10 giugno 1924 i fascisti uccisero Giacomo Mattotti. In questi ultimi giorni si sono infittiti i ricordi, i commenti, i suffragi per il martire laico. Egli, che fu il più grande avversario di M…

Pubblicato il: 10/06/2024 – 8:30
di Bruno Gemelli
Matteotti con le stellette al confino politico di Messina

Il 10 giugno 1924 i fascisti uccisero Giacomo Mattotti. In questi ultimi giorni si sono infittiti i ricordi, i commenti, i suffragi per il martire laico. Egli, che fu il più grande avversario di Mussolini, trova oggi la considerazione generale e l’intensità mnemonica che durante tutti questi lunghi anni gli è stata negata e/o purgata per ignoranza e/o malafede. Il contatto più ravvicinato che ebbero i meridionali con lui fu quando Giacomo Matteotti, in quanto pacifista e antimilitarista, fu mandato al confino politico di Messina. Vicenda poco conosciuta. Accadde il 9 agosto 1916. Le autorità militari richiamarono alle armi Matteotti, nonostante il diritto all’esenzione dal servizio, e lo mandarono il più lontano possibile dal fronte, per impedirgli di continuare nell’attività di sobillazione antibellicista. Fu assegnato alla 97.ma Compagnia del 4° Reggimento artiglieria da fortezza. «Scrivono – come ricorda la Fondazione Matteotti – nella motivazione dell’allontanamento dalla città che essendo Rovigo “in Stato di guerra” è “assolutamente pericoloso” che questo “pervicace, violento agitatore, capace di nuocere in ogni momento agli interessi nazionali continui a rimanere in una zona tanto delicata». La pratica fu aperta il 6 giugno, il giorno dopo il suo discorso sulla guerra. Lo mandarono a Verona, poi a Cologna Veneta. Quindi a Messina, prima in città poi nella caserma della frazione di Campo Inglese, sulle montagne messinesi, dove rimase fino alla primavera del 1919. Nel gennaio del 1917 la moglie di Giacomo Matteotti raggiunse il marito a Messina. Il confinato leggeva, studiava, pubblicava alcuni saggi sulla Rivista penale e sulla Rivista di diritto e procedura penale, tentando di fare scuola ai soldati analfabeti. Durante il soggiorno forzato di Messina ebbe contatti con Gaspare Ambrosini, allora professore all’Università di Messina, che poi sarebbe diventato uno dei padri costituenti della futura Repubblica italiana. Il professor Filippo Occhino dell’Università di Messina ha scritto: «Non mi sono dato per vinto e, spulciando tra vari siti Internet, sono venuto a conoscenza di un volume sulla corrispondenza epistolare tra Matteotti e la moglie Velia Titta, sorella del famoso baritono Titta Ruffo (pseudonimo di Ruffo Cafiero Titta). Il volume, intitolato “LETTERE A VELIA”, era stato pubblicato a cura del Prof. Stefano Caretti. Finalmente avevo trovato l’unico valido strumento che potesse darmi la certezza, attraverso un qualche riferimento ai luoghi, sul servizio militare espletato a Messina dallo stesso. Purtroppo nelle librerie e nelle biblioteche messinesi il volume era inesistente e, dopo alcuni mesi di attesa sono riuscito a farmelo recapitare dalla casa editrice Nistri-Lischi di Pisa. Sfogliando le pagine del libro ho avuto la lieta novella della presenza dell’illustre Socialista non solo al forte di Larderia, ma anche in altri forti umbertini del messinese, in quanto arruolato nella 97.ma Compagnia del 4° Reggimento Artiglieria da Fortezza nel periodo che va dall’agosto 1916 al marzo del 1919, con la qualifica di goniometrista assegnategli nel settembre 1916». Aggiunge il professor Pasquale Hamel dell’Università di Palermo: «La decisione di assegnarlo alla città dello stretto era stata presa per allontanarlo dalle “zone di guerra” in modo da impedirgli di “predicare” e praticare apertamente le sue concezioni antimilitariste e il pacifismo in un momento in cui l’esaltazione bellicista aveva contagiato perfino intellettuali di sinistra come il socialista Gaetano Salvemini. A proposito del pacifismo di Matteotti, Piero Gobetti, nel suo pamphlet gli ha dedicato, ne ricorda il discorso tenuto a Rovigo il 2 maggio del 1915, nel corso del quale, di fronte ad una folla “fremente di spiriti di dannunzianesimo e di piccolo cinismo machiavellico” ebbe il coraggio di sostenere “l’inutilità della guerra” con un “linguaggio da cristiano”. La compagnia alla quale Matteotti era stato assegnato si trovava a “Campo Inglese”, distante 15 chilometri da Messina, un luogo isolato che, scrive il nostro, “si trova in una bellissima posizione”. In Sicilia Matteotti rimase quasi tre anni e, nel corso di questo lungo e forzato soggiorno, ne poté apprezzare la conturbante bellezza ma ebbe anche l’opportunità di confrontarsi con le sue evidenti contraddizioni a cominciare da quella fra ricchissimi latifondisti e poverissimi lavoratori della terra, tema che lo coinvolgeva emotivamente fino a farlo soffrire visto che il suo status gli impediva di svolgere attività politica. In questo periodo, è interessante sottolinearlo, si fa una idea non molto positiva della psicologia dei siciliani che “portano rispetto al forestiero e non al proprio compaesano”. Proprio tale constatazione gli fa scrivere con amarezza alla moglie “peccato però, perché sarebbero intelligenti e guidati bene e guidati bene potrebbero essere anche buoni”. È ancora a Messina quando, nel maggio del 1918, riceve la notizia della nascita del primogenito Giancarlo che, in ricordo di una gita con la moglie Velia a Stromboli, da lui scherzosamente, viene chiamato “Strombolicchio” […]».

P.S.

Dalla rivista “Famiglia Cristiana” del 06/06/2024: «Nello stesso momento in cui si dedica un francobollo a Giacomo Matteotti, ne viene emesso uno in ricordo di Italo Foschi, fascista della peggior specie, che tra l’altro sostenne la legittimità dell’omicidio del deputato socialista. A denunciare lo scandalo il politico Carlo Giovanardi, che fa parte della Consulta filatelica: “Nessuno aveva chiesto il nostro parere”». Tuttavia, in questa fase, sono stati molti i libri dedicati a Matteotti che era soprannominato “Tempesta”.

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