«Sarà perché in questo delicato, garbato, civilmente impegnato film del regista Riccardo Milani, il bravissimo Antonio Albanese mostra, parlandone, il mio “La restanza” per convincere gli abitanti del paese ad “adoperarsi” per tenere aperta l’unica scuola di un paese in spopolamento; sarà perché quella storia a lieto fine (la scuola resta aperta grazie all’arrivo di immigrati) in qualche modo alimentava la speranza che i piccoli centri potrebbero scongiurare la chiusura; sarà perché, da ogni parte dell’Italia interna, arrivano amare notizie di scuole e paesi che chiudono; sarà perché penso che solo una “restanza” attiva, dinamica, oppositiva, concreta, politica potrebbe in qualche modo “arrestare” il declino; sarò perché, in qualche modo, il mio libro (che, però, aveva avuto grande circolazioni e diffusione e vendite insolite per un libro di saggistica) veniva, spesso, associato a questo film; sarà per tanti altri motivi, ma la notizia che la scuola a cui si sono ispirati il regista e gli attori (compresi gli abitanti del paese) alla fine ha dovuto chiudere per mancanza di studenti mi sembra anche una sorta di “sconfitta” personale. La verità è che libri, analisi, romanzi, poesie, film – pure belli, pure necessari, pure “impegnati” civilmente e politicamente – non bastano a modificare lo stato delle cose. I paesi dell’interno – nonostante le mille forme di resistenza di tanti abitanti, associazioni, gruppi… – continuano a “morire”, a chiudere, ad essere a rischio estinzione.Per questo io penso sempre più che la “restanza” ha senso se diventa pensiero e pratica politica, se si traduce in lotta per i diritti, i servizi, le scuole, la sanità, le strade, il lavoro, i centri sociali e culturali, se diventa discorso e pratica sovversiva e si sgancia da ogni immagine retorica, edulcorata, strumentale. La “restanza” non è uno slogan, un proclama, un buono auspicio, ma deve diventare responsabilità, scelta etica, apertura al mondo, movimento culturale e politico, nuovo senso dei luoghi e tentativo di costruire una nuova comunità in luoghi che rischiano la desertificazione. Il mio grazie al regista, agli attori, agli abitanti di “Un mondo a parte” che hanno mostrato e sollevato un problema, di cui nessuno sembra volersi rendere conto, e che hanno comunicato che, in fondo, sognare un lieto fine è un fatto positivo (non di ingenuo ottimismo) e che quello che non è andato bene oggi, potrebbe andare (con altro impegno, altri progetti, altre politiche) bene domani. Siamo tutti in viaggio, sospesi, in cammino e la vita va vissuta, progettata, affrontata giorno dopo giorno, in questo mondo che non sembra preoccuparsi del “futuro” e che, anzi, sembra fare di tutto per buttarsi nel baratro».
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