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Spiegateci se la ’ndrangheta ha spinto per Turandot

Il caso Arena di Verona: il fiuto delle ’ndrine per i soldi, lo storytelling che alimenta confusione tra i ruoli. La lirica finisce sotto processo

Pubblicato il: 25/06/2024 – 7:34
di Lucia Serino
Spiegateci se la ’ndrangheta ha spinto per Turandot

Mai dire mai. Ma la ‘ndrangheta avrà un suo direttore d’orchestra? Una bacchetta d’oro o anche un’ugola d’oro pagate bene per un’aria di Puccini cantata in solitaria per il capoclan latitante? Chissà. Per ora sappiamo che i compari capiscono bene dove stanno i soldi. Diciamo che non è un novità, sono i più esperti. Sappiamo che hanno capito subito che montaggio e smontaggio di scenografie e palchi, cioè appalti e manovalanza pesante, nell’allestimento di un’opera lirica, rendono più di una sofisticata e discussa regia teatrale. La ‘ndrangheta va dove stanno i soldi, l’appalto può riguardare un ospedale o un’opera lirica, il dettaglio è indifferente. Sarebbe il caso, dunque, di tranquillizzare subito gli appassionati  di Aida e Turandot e tutti i melomani del mondo, proprio ora che la lirica italiana è diventata patrimonio dell’umanità. Anche per carità di patria verso il ministro della Cultura che ha già problemi di orientamento storico-geografico, per i fatti suoi. La ‘ndrangheta, poiché è intelligente e capisce di business, all’Arena di Verona, a meno di omissis che non conosciamo, si è tenuta alla larga da Kaufmann e Netrebko. I compari sapranno sicuramente chi è Tosca o Violetta perché studiano e sono ricchi, ma per nostra fortuna non hanno spinto per Puccini o Wagner, non hanno rotto l’embargo ai grandi direttori d’orchestra putiniani per fare un favore allo zar, non hanno chiesto di mettere il Trovatore in programma, non hanno spinto per un premio Cilea nel tempio della grande musica.

La costruzione di un pregiudizio

Però, c’è poco da ridere. Perché il famoso “giornalismo di precisione” che associa l’immagine del più grande teatro lirico all’aperto del mondo, tout court, alla ‘ndrangheta non è per nulla divertente. In fondo siamo agli archetipi di un’opera lirica, nel dramma, tutto contemporaneo, tra realtà e finzione, verità e post verità, disorientamento totale della parola e del pensiero. Il giornalismo di precisione è una rottura ed è poco divertente, questo sicuro. Ma creare confusione su un tema così fortemente italiano e identitario alimenta solo lo storytelling di un’Italia pizza e calibro 9. L’Italia ha un bel repertorio mafioso di cinema, sceneggiate e neomelodici e oggi è utile interrogarsi anche sul successo di “Malavita” dei Coma Cose. Interroghiamoci anche su come si costruisce un pregiudizio. A proposito, le scenografie di Sandokan a Lamezia tutto ok? Sembra strano che sia tutto ok. (redazione@corrierecal.it)

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