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I clan all’assedio della Capitale: il commercialista vibonese Betrò «referente della cosca Mancuso di Limbadi»

Le accuse nelle carte dell’inchiesta firmata dal gip e l’intercettazione: «Se gli bussano le guardie gli danno 20 anni»

Pubblicato il: 10/07/2024 – 19:03
di Giorgio Curcio
I clan all’assedio della Capitale: il commercialista vibonese Betrò «referente della cosca Mancuso di Limbadi»

ROMA Incarichi formali, contatti diretti e indiretti, e un impegno profuso sia alla creazione delle società, sia al mantenimento delle attività che, a Roma, erano legate al fiorente business del petrolio e degli idrocarburi su cui le più importanti organizzazioni criminali avevano messo le mani, spartendosi le fette di una torta ghiottissima. Tra le carte dell’inchiesta “Assedio” della Distrettuale antimafia di Roma, condotta dagli agenti della Dia e culminata con 18 arresti, salta fuori anche il nome di noto commercialista vibonese: Andrea Betrò, classe 1983 di Tropea, finito nell’elenco degli indagati. A Betrò, in particolare, la Dda della Capitale contesta il reato di concorso in associazione mafiosa.

Gli affari per conto dei Mancuso

Secondo gli inquirenti, e come riportato dal gip nell’ordinanza, «Betrò avrebbe reso possibili le decisioni strategiche indicate da Antonio Brigandì per conto del clan Mancuso e di Macori». Quest’ultimo è considerato il perno di tutti gli affari romani sugli idrocarburi e figura di riferimento per tutte le famiglie malavitose interessate, l’altro, invece, è un altro vibonese – anche lui tra gli indagati – considerato «rappresentante della famiglia Mancuso di Limbadi» e colui che «avrebbe curato i rapporti con Macori e la struttura societaria facente capo a Piero Monti, occupandosi degli investimenti della famiglia e della raccolta dei proventi derivanti dalle attività illecite realizzate attraverso frodi IVA e accise».

Le società e il commercialista vibonese

Passaggio chiave dell’inchiesta “Assedio” è la fondazione di una società, la “Mediolanum Holding Spa” costituita a Milano a marzo del 2019 con oggetto sociale «l’assunzione e gestione di partecipazioni in altre società, nonché il coordinamento tecnico finanziario e gestionale delle società o enti cui partecipa». Nel Cda farebbero parte un socio di maggioranza con il 90% delle quote e, con il 5% ciascuno, anche Luca Orlando Rumor (tra gli indagati) e proprio il vibonese Betrò. Le loro – scrive il gip nell’ordinanza – sarebbero «quote aziendali fittizie, in luogo rispettivamente di Piero Monti (finito agli arresti domiciliari) e Antonio Brigandì, il quale a sua volta rappresenta gli interessi della cosca Mancuso». Il dedalo di società si arricchisce, poi, con la creazione (sempre a marzo 2019) della “Mediolanum Oil s.r.l.”, della quale la Mediolanum Holding spa detiene il 99 % delle quote, mentre Betrò è socio con il restante 1%. Un mese dopo la società fondata a Mirano (VE), con un contratto di locazione di ramo di azienda, controlla di fatto il deposito “F.lli Vianello”, la cui proprietà del deposito è in capo alla “Mediolanum Holding spa”. In questo scenario, le risultanze investigative avrebbero permesso di inquadrare il ruolo di Betrò «quale referente della cosca Mancuso di Limbadi», riporta il gip nell’ordinanza. «… lui è Mancuso… sono calabresi…» dirà, invece, Mecori in una intercettazione. 

Il nome del commercialista vibonese era già saltato fuori anche in un articolo del “Domani” dedicato a “Dillingernews”, sito balzato agli onori delle cronache dopo le notizie diffusa da Fabrizio Corona sulle scommesse calcistiche che hanno investito la Serie A. Andrea Betrò, infatti, è stato il socio unico di “Dillinger Srl” (ora in liquidazione ndr). A dirigere la testata c’era Luca Arnaù, amico comune di Betrò e dell’editore Domenico Maduli, che ricopre lo stesso ruolo a “LaCityMag”, testata targata “Diemmecom”, società dell’editore di LaC, emittente calabrese. Ma Andrea Betrò è stato socio nella “Multijet srl” con Domitilla Strina (tra gli indagati nella nuova inchiesta romana) la quale avrebbe poi ceduto la sua partecipazione nel 2020. Strina è la figlia dell’ex showgirl Anna Bettozzi, condannata nel processo d’appello “Petrolmafie” ad 11 anni di carcere, con l’esclusione dell’aggravante mafiosa.

Gli investimenti dei Mancuso

Dalle indagini è stato possibile ricostruire come il clan ‘ndranghetista dei Mancuso abbia investito nelle iniziative imprenditoriali di Monti, con l’intermediazione di Macori, importi per qualche centinaio di migliaia di euro «attraverso Antonio Brigandì nonché versamenti da parte di Francesco Addesi (sempre per conto del clan Mancuso)» annota il gip nell’ordinanza. Un primo conferimento di 100 mila euro ed un secondo di 200 mila euro. Secondo l’inchiesta, e come riportato dal gip, «Monti si sarebbe impegnato a riconoscere mensilmente al clan Mancuso la somma di euro 100mila euro come “guadagno” rispetto all’investimento iniziale, oltre alla piena partecipazione di Brigandì alla fase costitutiva della “Mediolanum Holding spa” accanto a Monti», scrive ancora il gip. «(…) poi ci stanno sti cazzo de Mancuso… mò stasera vengono e gli dico: “Anto’ che dovemo fa?” Stanno su ar deposito con tigre… dico io devo lavora’… mo stasera ce faccio un ber discorso…». «Piero s’è comprato du depositi, su al nord, s’è accavallato, gl’ho presentato la famiglia Mancuso… il nipote viene domani qua che me vo’ pala’… me bacia, me mannano… dico: “oh! Dovete sta’ lontani… e sta su’ con Piero e fanno tutta l’operazione”». È questo uno stralcio delle intercettazioni captate dagli inquirenti. A parlare è il mediatore Macori, con particolare riferimento al business avviato con l’aiuto economico dei Mancuso.

petrolio roma 'ndrangheta

Le difficoltà e le “paure”

Qualcosa però va storto e iniziano i primi malumori. In particolare, quello di Brigandì. «(…) sono calabresi… c’hanno un’altra mentalità… un altro tipo di famiglia… Se gli dici A, deve essere A perché, se tu gli dici “ti do 100.000 euro al mese”, gli devi dare 100mila euro al mese…». E ancora: «(…) a casa mi dicono che cazzo stai a fa’, torna a casa che andiamo a fa’ noi le cose in giro… c’è mio zio che mi prende a schiaffi…». Macori, come riporta il gip, si impegna ad essere neutrale, attribuendo a Monti la responsabilità della situazione: «… perché io gli ho levato la Calabria… guarda che prima che arrivavi te hanno chiesto dei soldi a certi di Cosenza e non glieli hanno restituiti… mi sò messo in mezzo io, ma c ‘avevano ragione quelli… ma scusa ti presto i soldi e non me li ridai, sono intervenuti… un ca**o, il pirata un ca**o… il figlio di Michele glielo abbiamo levato dal ca**o, voglio di’…». 
La situazione con Monti non si sblocca e così – come riporta il gip nell’ordinanza – la cosca Mancuso acquisisce «il completo controllo delle operazioni tra il 31 luglio 2019 ed il 2 agosto 2019, attraverso Andrea Betrò, il quale diventa titolare della maggioranza delle quote della Mediolanum Holding spa ed inserisce nel CdA persone di sua fiducia». «Macori – annota il gip – teme che senza un aggiustamento l’epilogo sia scontato, con inevitabili conseguenze per tutti compreso il Betrò, il quale, responsabile del deposito fiscale F.lli Vianello non potrà negare il proprio coinvolgimento nei fatti». E, in una intercettazione degli inquirenti, è proprio Macori a confessare i suoi timori: «…vuoi sapere come va a finire?… te la dico io la fine… ci bevono pure a noi e pigliano pure a loro… Andrea Betrò quando le guardie vanno lo sai che gli dicono? “Ti diamo 20 anni”. Sai che dice? Piero ha fatto questo… questo …questo…». (g.curcio@corrierecal.it)

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