Ultimo aggiornamento alle 19:23
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 7 minuti
Cambia colore:
 

inchiesta assedio

Il business del petrolio a Roma spartito tra clan: gli appetiti della ‘ndrangheta e i “contrasti” con i napoletani

Fatta luce sul “sistema” costituito da gruppi diversi della criminalità locale, campana e calabrese. «La politica a Roma è la mafia» dice un indagato

Pubblicato il: 10/07/2024 – 6:58
di Giorgio Curcio
Il business del petrolio a Roma spartito tra clan: gli appetiti della ‘ndrangheta e i “contrasti” con i napoletani

ROMA A tratti sembra di ripercorrere i dettagli dell’inchiesta “Petrolmafie”, quella che aveva svelato gli interessi dei Mancuso nel settore petrolifero e degli idrocarburi. Anche nell’inchiesta della Distrettuale antimafia di Roma, quella che ha portato all’arresto di 18 persone, ritorna prepotente la criminalità organizzata calabrese ma, come avviene da qualche decennio, in affari con tante altre realtà criminali che nel frattempo si sono spartite intere zone della Capitale. Il “sistema” messo in luce dagli inquirenti della Dda di Roma ha coltivato aderenze nelle Istituzioni e ha messo in piedi e affinato tecniche di riciclaggio attraverso la costituzione di società ‘cartiere’, mere scatole vuote per emettere false fatture, il tutto reso possibile dalle connivenze di imprenditori, liberi professionisti e uomini con compiti di manovalanza. «(…) perché la politica là è la mafia… la politica là è in mezzo la via la politica è a Roma…». Per gli inquirenti è questa la migliore sintesi e la offre Umberto Luongo nel corso di una conversazione con Salvatore Pezzella, entrambi finiti in carcere nel blitz “Assedio” eseguito dalla Dia.

Gli affari degli idrocarburi

Come sottolineato dal gip, infatti, il mercato del commercio dei carburanti costituisce un settore economico appetibile per la criminalità organizzata che lo ha utilizzato nelle attività di riciclaggio e reimpiego di ingenti capitali. Nell’ultima inchiesta, in particolare, gli inquirenti hanno individuato alcune figure chiave come Alberto Coppola (finito in carcere) e Piero Monti (ai domiciliari) quali «principali organizzatori delle operazioni, portate a termine insieme ai fratelli Pezzella (finiti in carcere) e con la costante intermediazione di Roberto Macori (finito in carcere)». Gli indagati – come riportato dal gip nell’ordinanza – avrebbero «impiegato numerose società cartiere ed acquisito depositi funzionali alla realizzazione delle attività illecite».

Gli intrecci di Macori

Nel corso dell’inchieste sono numerosi gli incontri monitorati in cui salta fuori il nome di Macori insieme ad elementi della criminalità vicina alla Camorra, sullo sfondo degli affari petroliferi, in quanto si occupa «della complessiva gestione degli investimenti delle organizzazioni criminali mafiose napoletane e calabresi nel settore dei petroli». Ma – come emerso dall’inchiesta – la vera forza «emerge dalla possibilità di stare a stretto contatto con le famiglie calabresi dei Mancuso e dei Mazzaferro» che, secondo l’inchiesta, a Roma sarebbero state rappresentate «da Antonio Brigandì accusato del reato di concorso in associazione mafiosa e Nicola Sfara, 30enne di Locri, passando per l’imprenditore Piero Monti» annota il gip, attraverso l’acquisizione di importanti depositi di carburanti (la fratelli Vianello s.r.l.) e la fondazione del gruppo Mediolanum, progetti nei quali i clan calabresi hanno direttamente investito.  

Il tentativo di estorsione

È in questo contesto che gli inquirenti inseriscono il tentativo di estorsione subito da Piero Monti ad opera di alcuni esponenti del clan dei casalesi, i quali avrebbero chiesto mezzo milione di euro dovuti in ragione delle attività illecite svolte nel territorio di loro influenza. «… me li sono inculati quei due cessi… si sono accatenati con l’amico tuo del bar, quello di Casalpalocco con la barba… un paio di mesi fa hanno provato a fare una coattata con il tigre (ndr Piero Monti) hanno fatto una pippa…» «(…) sono due scemi, due pezzi di merda sono due pezzi di merda padre e figlio…». Questo il tenore della conversazione intercettata in cui Macori spiega l’episodio ad un altro soggetto. Dopo l’episodio, Macori decide di assumere una guardia del corpo per Monti tale Savioli «soggetto con una carriera criminale di rilievo», annota il gip nell’ordinanza. «(…) è con lui che stiamo facendo tante cose insieme… quello del petrolio… è lui che ti ho detto lo hanno messo ai lavorativi… con quello stiamo andando… pure la vecchia ho coinvolto…» spiega ancora a proposito della figura di Monti. Savioli, in seguito, acquisisce anche un ruolo più operativo negli affari che Macori porta avanti con Monti per conto delle varie organizzazioni criminali e prende parte anche agli incontri propedeutici alla nascita della “Mediolanum Holding s.p.a.”.

Gli equilibri mafiosi e lo scontro tra napoletani e calabresi

Per gli inquirenti è chiaro: l’aspetto più importante è che “l’interesse” non attiene solo ai proventi che si possono ricavare, ma alla incidenza sugli equilibri tra i diversi clan mafiosi e la possibilità di accesso a canali di riciclaggio privilegiati. È il 12 marzo 2019 quando, grazie alle immagini delle telecamere della Stazione Termini e nei pressi dell’abitazione di Macro, gli inquirenti intuiscono l’interesse di più gruppi criminali: dai Senese e quello delle ‘ndrine calabresi dei Mazzaferro e dei Mancuso ed è presente in tale contesto di affari, anche se più spostati sulle attività del Coppola, il clan D’Amico-Mazzarella e il clan dei Formicola, attraverso Salvatore Pezzella. Ma è ancora più emblematico l’episodio legato ad un conflitto sfociato «nelle minacce che il gruppo dei napoletani avrebbe rivolto a Macori», si legge nell’ordinanza «per interessi di natura economica e il controllo della società “Istituto Servizi Italia srl”». Macori, accordandosi prima con Muscariello e poi con Nicolò Sfara in qualità di rappresentate dei Mazzaferro, «si attiva per organizzare una risposta idonea a contenere le minacce» scrive il gip. Nonostante l’incontro e l’intervento dei calabresi, il responsabile delle minacce, indicato come vicino al clan D’Alessandro di Castellamare di Stabia, non arretra e «per raggiungere il proprio scopo non esclude affatto il ricorso alla violenza» annota il gip. «(…) ad Enzo Senese gli è arrivata l’email… ma mo mi vado a pigliare a Piero Monti, me ne vado a prendere uno alla volta, li voglio vedere che fanno…». E ancora: «(…) poi ho chiamato Enzo… ma io giovedì faccio fare ‘mbasciata a suo padre in carcere… lo sai cosa gli ho detto: “io prima avviso a tuo padre e poi uccido pure a te!». Come ricostruito dagli inquirenti, dunque, agli occhi di Vitaglione «Vincenzo Senese è il soggetto al quale imputare il comportamento sleale verso le famiglie napoletane e, soprattutto, il nemico la cui potenziale reazione va smorzata» annota il gip, riportando una conversazione emblematica: «(…) devo uccidere a un paio di loro che stanno vicino a Enzuccio…».

«La società è dei calabri!»

Altra svolta nella vicenda è la detenzione di Macori: al suo posto subentra Alessandro Tancioni, diventando il suo vice «presentandosi agli appuntamenti in nome e per conto del Macori», riporta il gip nell’ordinanza, ma non solo: Tancioni «avrebbe assunto un ruolo determinante nella vicenda della contrapposizione tra napoletani e calabresi» quando Macori lo incarica di andare a parlare con una terza persona affinché intervenga a soluzione della controversia. L’incontro si terrà il 15 marzo 2019 e sul buon esito sarà proprio Tancioni a confermarlo a Macori. «(…) solo per completezza di informazione… è andato tutto a posto che vuol dire?» chiede quest’ultimo che poi spiega a Tancioni: «(…) è dei calabri, è tornata ai calabri…». E poi fa riferimento all’intervento fatto sui “parenti” di Vitaglione intendendo il clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia e precisa – come annota il gip – che i calabresi «non avevano mai dato la piena disponibilità» e che il “fraintendimento” che aveva poi generato la reazione dei napoletani, era stato risolto grazie all’intervento del vertice della cosca calabrese che aveva interloquito a pari livello. «(…) ma non gliel’hanno mai data… quella era solo una proposta che aveva fatto quello e non avevano potuto fare niente… ha creato un macello…». (g.curcio@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato  

Argomenti
Categorie collegate

Corriere della Calabria - Notizie calabresi
Corriere delle Calabria è una testata giornalistica di News&Com S.r.l ©2012-. Tutti i diritti riservati.
P.IVA. 03199620794, Via del Mare, 65/3 S.Eufemia, Lamezia Terme (CZ)
Iscrizione tribunale di Lamezia Terme 5/2011 - Direttore responsabile Paola Militano
Effettua una ricerca sul Corriere delle Calabria
Design: cfweb

x

x