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‘Ndrangheta, il declino dei Piscopisani: dal “rimpiazzare” i Mancuso agli oltre 3 secoli di carcere

La faida contro i Patania, le mire espansionistiche e le condanne. Le inchieste della Dda che hanno disarticolato la ‘ndrina

Pubblicato il: 12/10/2024 – 11:28
‘Ndrangheta, il declino dei Piscopisani: dal “rimpiazzare” i Mancuso agli oltre 3 secoli di carcere

VIBO VALENTIA Espandersi in tutta Italia, con ramificazioni in Piemonte, Emilia-Romagna e Sicilia, e, contemporaneamente, “rimpiazzare” i Mancuso a Vibo, forti anche delle “amicizie” nel Reggino. È il quadro completo emerso dalle sentenze d’appello, sia in abbreviato che in ordinario, contro il clan dei Piscopisani. Quasi 300 anni di carcere comminati a circa 31 imputati, tra cui nomi pesanti della ‘ndrangheta vibonese e, in particolare, di quella di Piscopio, la cui consorteria è stata riconosciuta dal Crimine di Polsi. Pene alte per coloro che sono ritenuti al vertice del clan: 19, 17 e 12 anni in abbreviato per Rosario Fiorillo, Sacha Fortuna e Michele Fiorillo (cl.86), mentre 28 anni e 3 mesi per Rosario Battaglia che ha scelto il rito ordinario. Le sentenze di Rimpiazzo si aggiungono ad altri processi che hanno “disarticolato” la ‘ndrina di Piscopio, da Minotauro a Crimine.

Le sanguinose faide

Una storia, quella dei Piscopisani, fatta di violenza, omicidi e faide. Soprattutto, quella con il clan Patania, «alleato dei Mancuso» e alla cui guida ci sarebbe stato Fortunato Patania, deceduto nel 2011 in un agguato. Per il suo omicidio sono stati condannati in via definitiva a 30 anni di carcere proprio Rosario Battaglia, Rosario Fiorillo e Francesco La Bella (condannato in Rimpiazzo a 8 anni). Una faida contro i Patania «sostanzialmente etero diretta dalla famiglia dei Mancuso» interessata a «bloccare le mire espansionistiche del nuovo gruppo operante su Vibo Valentia», quello capeggiato da Francesco Scrugli (ucciso in un agguato poco tempo dopo) e dal collaboratore Andrea Mantella. È intorno al 2010 che i Piscopisani, «insofferenti allo strapotere del clan di Limbadi» e approfittando dello stato detentivo di alcuni membri, cercano di “rimpiazzare” i Mancuso sul territorio vibonese. Proprio dal clan di Limbadi erano «fortemente osteggiati» per la loro appartenenza a quella rete criminale (che comprendeva gli Anello-Fruci, i Bonavota e i Vallelonga-Emanuele) con cui condividevano proprio «l’insofferenza alla loro egemonia ed al loro strapotere».

L’alleanza anti-Mancuso e gli omicidi di «figure strategiche»

Da questa alleanza anti-Mancuso sono scaturiti diversi omicidi nei confronti di «figure strategiche» legate alla famiglia di Limbadi, come quello dei fratelli Loielo avvenuto nel 2002. Il momento di massima tensione si raggiunge proprio con l’omicidio di Fortunato Patania, al quale i Mancuso, insieme alla famiglia di Stefanaconi, reagiscono con un forte interesse «nell’eliminazione di tutti coloro che, aderendo al gruppo dei Piscopisani» e al nuovo gruppo criminale di Vibo «rappresentavano per loro una minaccia». Tra questi, anche Raffaele Moscato, scampato «miracolosamente» alla morte e poi divenuto collaboratore di giustizia decisivo per i processi contro la ‘ndrangheta vibonese. La faida tra i Piscopisani e i Patania lascerà 6 morti in strada in meno di due anni, tra il 2011 e il 2012, e altrettanti tentati omicidi: l’assassinio più “barbaro” avviene sulla spiaggia di Bivona il 6 luglio 2012, quando davanti alla famiglia viene ucciso Davide Fortuna, fratello di Sacha Fortuna, secondo gli inquirenti entrambi vicini ai Piscopisani. Proprio lì, lungo l’area costiera vibonese che va da Porto Salvo a Vibo Marina, il clan di Piscopio aveva individuato la zona in cui provare a creare una breccia nel potere dei Mancuso, approfittando del patto con i Tripodi.

Una lunga scia di morti e le minacce dal carcere

Tripodi e Piscopisani da una parte, Mancuso e Patania dall’altra. Il tutto parte dall’omicidio di Michele Mario Fiorillo, ucciso il 16 settembre 2011, che sarebbe stato «ordinato da Fortunato Patania», come racconta Raffaele Moscato. «Una cosa inaccettabile» sia per il rapporto di parentela tra la vittima e Zarrillo, sia perché «era venuto a sparare a Piscopio senza autorizzazione». «Fortunato Patania doveva morire entro le 48 ore, perché se fosse stato per i Piscopisani, sarebbe morto un’ora dopo». La “vendetta” arriva nei tempi indicati da Moscato: Patania viene ucciso il 18 settembre, dando il via definitivo alla “guerra” di ‘ndrangheta. Passano pochi giorni e Rosario Fiorillo viene raggiunto da una raffica di colpi di pistola «sparati da uno con la casacca della Dia». In meno di due anni vengono uccisi Giuseppe Matina, Francesco Scrugli e, infine, Davide Fortuna sulla spiaggia di Bivona. Scrugli, ritenuto al vertice del gruppo criminale di Andrea Mantella, era già stato vittima di un tentato omicidio: proprio quel giorno, a pochi chilometri di distanza, Michele Fiorillo, informato della vicenda, prometteva che «una volta uscito dal carcere l’avrebbe fatta pagare a tutti quanti».

Il lavoro delle forze dell’ordine e il pentimento di Moscato

Nella sanguinosa contesa tra le due famiglie si è, però, inserito il lavoro delle Procure e delle forze dell’ordine: la svolta arriva con due collaborazioni, quella di Emanuele Mancuso e di Raffaele Moscato. Il 9 aprile 2019 scatta l’operazione Rimpiazzo: 31 gli arresti tra Vibo e Bologna, dove i Piscopisani avevano creato una vera e propria sottoarticolazione dedita al narcotraffico. Cinque anni dopo oltre 300 anni di carcere complessivi nei confronti della ‘ndrina di Piscopio. «Mi sono sentito marcio, non appartenevo più a quella vita ed ho preso questa scelta» raccontò Raffaele Moscato, indicando la cruenta faida tra i motivi alla base del pentimento avvenuto nel 2015. «Quella vita da… da rischiare dalla mattina alla sera di essere ucciso oppure da stare con un ergastolo…». (Ma.Ru.)

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