Calabria, però ora può bastare con lo storytelling
La Calabria non ha bisogno di essere venduta come un sogno. Ha bisogno di essere governata come una realtà

C’è un momento in cui anche la narrazione più paziente si spezza. Perché l’eccesso di storytelling finisce per produrre l’effetto opposto: non valorizza, indebolisce. È quello che è accaduto con il concertone di Capodanno Rai a Catanzaro e con i soldi pubblici spesi dalla Regione Calabria per un’operazione che avrebbe dovuto rafforzare la reputazione e che invece l’ha trascinata in un mare di polemiche. Riesumando anche spirito razzista e discriminatorio verso una città e dunque una regione.
Per onestà intellettuale c’è da dire che l’idea che basti una grande vetrina televisiva, qualche cartolina emozionale e un’artista chiamata a fare da testimonial – Nina Zilli, apparsa più costretta che convincente nel ruolo di ambasciatrice – per ribaltare percezioni stratificate è parte di quella malattia senile della comunicazione di cui ha scritto Claudio Velardi qualche giorno fa sul Riformista: lo storytelling come surrogato della realtà.
Il problema non è l’evento in sé. Il problema è l’illusione che l’evento sostituisca il lavoro. Che l’immagine prenda il posto delle politiche pubbliche. Che la narrazione venga prima – e invece che dopo – i fatti. C’è del buono, buonissimo in Calabria, ma non si può reagire stizziti alle critiche. La distanza tra racconto e realtà può diventare allora un boomerang.
Siamo arrivati al capolinea anche con la serie infinita di slogan autoassolutori: “abbiamo la cucina migliore del mondo”, “abbiamo l’ospitalità migliore del mondo”. Forse sì, forse no. Ma non è questo il punto. Nessun territorio si salva a colpi di superlativi, nessuna reputazione si costruisce con tramonti e spiagge inquadrati in loop, come se bastasse la bellezza naturale a compensare tutto il resto. È una scorciatoia comunicativa che oggi non funziona più, perché il pubblico – e i mercati – chiedono coerenza, non favole.
È anche un momento storico particolare. Guardando al caos globale c’è da convincersi che è arrivato il momento di seppellire l’idea che bastino le narrazioni per piegare la realtà: vale per la geopolitica, per le guerre, per l’Europa che scopre di non poter vivere solo di soft power. Vale anche, in scala diversa ma non meno seria, per li piccoli territori, per la nostra Calabria. Pensare che la reputazione si “compri” con un grande evento mediatico è la versione locale della “pace in 24 ore”: una promessa seducente, destinata a scontrarsi con la durezza dei fatti. Uno sforzo produttivo della Rai avrebbe dovuto prevedere collegamenti con le piazze di Cosenza e Reggio, ad esempio. Troppo faticoso, più facile mandare Rocco Hunt registrato e lasciare la piazza locale con il palco per un po’ a secco. L’idea, dunque, è che il pubblico, i cittadini, siano strumento del messaggio televisivo. Figuranti. Che lo spettacolo non sia destinato innanzitutto alle persone accorse in piazza, ma agli altri. La metrica della contemporanea della cultura e dello spettacolo, nel frattempo, è cambiata. La questione enorme, e traslata, è questa: come trovare una sana mediazione tra la il lavoro “domestico” e quello “estero”. A cosa stiamo puntando? Al benessere dei cittadini calabresi o all’abbuffata degli arrivi? Attenzione ai modelli di sviluppo turistico già usurati altrove in Italia. La Calabria è in tempo per sperimentare modelli più sostenibili.
La nuova sfida è il realismo. Un sano pragmatismo. Raccontare meno e fare di più. Investire in servizi, infrastrutture, competenze, amministrazione. E solo dopo – molto dopo – comunicarlo. Accettare che la complessità è faticosa, che non tutto è instagrammabile, che la credibilità nasce dalla coerenza nel tempo e non dall’effetto speciale. La Calabria non ha bisogno di essere venduta come un sogno. Ha bisogno di essere governata come una realtà. E forse, proprio da qui, può finalmente ricominciare a essere raccontata meglio. (redazione@corrierecal.it)
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