I Comuni calabresi tra intimidazioni e ‘ndrangheta. La sfida è «rompere ogni zona grigia»
Giuseppe Politanò, coordinatore regionale di Avviso Pubblico: «Non si può più restare spettatori. La ‘ndrangheta si alimenta di ambiguità e rassegnazione»

La Calabria è una delle regioni dove è più complesso amministrare. Sindaci e amministratori locali si trovano spesso alla guida di enti segnati da profonde criticità strutturali in un difficile contesto in cui la ‘ndrangheta si è radicata nel corso degli anni, alimentando spesso un clima di tensione e violenza e tentando costantemente di infiltrarsi nelle istituzioni. Lo dimostrano i dati: è la seconda regione per intimidazioni agli amministratori negli ultimi 15 anni ed è la più colpita dagli scioglimenti per infiltrazioni mafiose da quando, nel 1991, è stata istituita la legge. Un quadro che, nell’anno appena trascorso, non mostra segni di inversione: tra gli ultimi e il più eclatante atto intimidatorio il lancio di una molotov all’interno del Comune di Gioia Tauro.
Amministratori sotto tiro in Calabria
A confermarlo è Giuseppe Politanò, coordinatore regionale e dallo scorso novembre nella segreteria nazionale di Avviso Pubblico. Tra le pubblicazioni dell’associazione i rapporti “Il male in Comune” e “Amministratori sotto tiro” sugli scioglimenti e sugli atti intimidatori nei confronti delle istituzioni. Per il 2025 in Calabria mancano ancora i dati ufficiali, ma «la cronaca e le segnalazioni territoriali mostrano una continuità preoccupante. In Calabria è tornata a manifestarsi, con modalità diverse e sempre più insidiose, una violenza che non colpisce solo i singoli amministratori ma il cuore stesso delle istituzioni locali e il tessuto sociale ed economico delle nostre città». Politanò sottolinea il lavoro di magistratura e forze dell’ordine in Calabria, ma un impegno che non può restare isolato: «Le comunità locali non possono rimanere indifferenti o impassibili: serve un fronte civile unito e consapevole, capace di reagire con fermezza e dignità. Le istituzioni non si difendono da sole; hanno bisogno della vicinanza dei cittadini, della responsabilità condivisa e di una partecipazione attiva che restituisca fiducia e senso di tutela del bene comune». Per questo il 2025 non è un anno “di passaggio” o di tregua, ma si inserisce «in una tendenza che resta alta e che continua a generare un clima di pressione diffusa. Una pressione che non riguarda solo chi amministra, ma che interroga l’intera società calabrese sul proprio ruolo di difesa della democrazia locale».

«Territorio vulnerabile se la politica è debole»
Ad essere più colpiti, come emerge nel dossier di Avviso Pubblico, sono i piccoli comuni: è qui che avviene oltre la metà delle intimidazioni. Difficoltà ancora più evidenti in Calabria, spesso etichettata come la “trincea” dei sindaci. «Ma non parlerei di territori condannati per natura» precisa Politanò. «Ogni territorio può diventare vulnerabile quando la politica è debole, quando mancano reti istituzionali solide e quando non si riesce a chiamare le cose per nome, a sfidare apertamente i fenomeni di infiltrazione e di ’ndrangheta diffusa. Le aree più esposte sono quelle in cui il sindaco resta solo, senza una comunità amministrativa coesa, senza un raccordo stabile con Prefetture, forze dell’ordine, scuola, associazioni e mondo produttivo. È in questi vuoti che si insinua la pressione criminale, che non sempre assume la forma dell’intimidazione plateale, ma spesso quella di condizionamenti quotidiani, silenziosi, difficili da raccontare». Una vulnerabilità che però non è solo geografica, ma «istituzionale e culturale: dipende dalla capacità di fare squadra, di rendere visibili i problemi e di costruire alleanze civiche che rompano l’isolamento degli amministratori. Dove questo non accade, il rischio cresce, indipendentemente dalle dimensioni o dalla collocazione del Comune».
Comuni a rischio infiltrazioni mafiose
Amministrare in Calabria significa lottare per evitare infiltrazioni della ‘ndrangheta. Un rischio che oggi «non è affatto diminuito, ma si è spostato di piano». La ’ndrangheta «agisce in modo sempre più silente, dentro i gangli della macchina amministrativa, sfruttando procedure, relazioni, fragilità organizzative. Se in passato il segnale era l’intimidazione plateale, oggi il pericolo principale è il condizionamento strutturale: appalti orientati, affidamenti ripetuti agli stessi soggetti, servizi esternalizzati senza reale controllo, reti di imprese che sembrano pulite ma che costruiscono posizioni dominanti nei territori. È una presenza che non fa rumore, ma che altera le decisioni pubbliche e impoverisce la qualità della democrazia». La risposta – continua – non può essere solo repressiva, ma deve essere «politica e sociale: significa rafforzare la capacità amministrativa dei Comuni, rendere trasparenti i processi decisionali, sostenere i sindaci che non accettano scorciatoie, e costruire comunità che non delegano la legalità solo alla magistratura o alle forze dell’ordine. Contrastare la ’ndrangheta oggi vuol dire soprattutto questo: ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, chiamare i fenomeni con il loro nome, non normalizzare ciò che non è normale e non lasciare soli gli amministratori che scelgono di governare senza compromessi. È su questo terreno che si gioca la vera sfida».
Rendere più efficace la legge sullo scioglimento
Il rischio di infiltrazioni si lega a quello di scioglimento. La Calabria è la prima regione per enti sciolti da quando, nel 1991, è stata istituita la legge che, però, «oggi mostra limiti evidenti». «Resta uno strumento imprescindibile di tutela democratica, soprattutto in regioni come la Calabria» aggiunge Politanò. «È sbagliato e pericoloso parlare di cancellazione o svuotamento di questo strumento, come qualcuno oggi propone. Come ha ribadito più volte il presidente Roberto Montà, il tema non è abolire lo scioglimento, ma renderlo più efficace e più giusto, perché resta una delle poche misure di prevenzione capaci di spezzare il legame tra mafia, politica e amministrazione. La riforma non è più rinviabile. Servono procedure più rapide, commissari selezionati per competenze specifiche e dotati di risorse adeguate, strumenti reali per intervenire sugli apparati burocratici compromessi e un accompagnamento vero delle comunità nel periodo successivo al commissariamento». Serve la cosiddetta “terza via” per i casi meno pervasivi «basata su forme di affiancamento che consentano di risanare l’ente senza azzerare automaticamente la rappresentanza democratica». Bene, dunque, mettere in discussione la legge «ma per rafforzare e aggiornare questo presidio di legalità, non per smontarlo. Qui non è in gioco una norma tecnica, ma una scelta politica di campo: decidere se lo Stato vuole continuare a difendere la democrazia locale nei territori più fragili oppure arretrare proprio dove la presenza delle mafie è più insidiosa».
La lotta alle mafie diventi pratica ordinaria
Questo appena iniziato – conclude Politanò – «deve essere l’anno della rottura con la rassegnazione. In Calabria non basta più gestire l’emergenza: serve una presa di posizione politica netta contro l’idea che la ’ndrangheta possa continuare a condizionare amministrazioni, economia e vita quotidiana come se fosse un fatto normale». La sfida centrale è «trasformare la lotta alle mafie da fatto straordinario a pratica ordinaria di governo. La criminalità organizzata prospera dove ci sono inefficienza, clientelismo, opacità e solitudine istituzionale. Per questo dobbiamo investire su amministrazioni forti, su regole chiare e controllabili, su competenze, su trasparenza e su una partecipazione civica reale che renda ogni Comune meno permeabile alle pressioni criminali». In questa direzione va anche il protocollo di intesa tra Avviso Pubblico e Anac, che «rafforza il fronte istituzionale sulla prevenzione della corruzione, sulla trasparenza degli atti e sul supporto concreto agli enti locali più fragili. Non è un accordo simbolico, ma uno strumento politico e operativo per aiutare i Comuni a reggere l’urto delle infiltrazioni». Ma nessuna riforma funzionerà «se non si afferma una verità semplice: la legalità è una scelta politica, non una bandiera da sventolare solo quando accade un fatto grave». «Non si può più restare spettatori. Difendere i Comuni significa difendere i diritti, i servizi, la dignità delle comunità. Serve costruire adesso un fronte civile e istituzionale che rompa ogni zona grigia, che renda impossibile convivere con pratiche opache, silenzi comodi e scorciatoie amministrative. Perché la ’ndrangheta non si alimenta solo di violenza, ma soprattutto di ambiguità, complicità e rassegnazione. Se non spegniamo queste tre cose, continueremo a contare ferite invece di costruire futuro». (ma.ru.)
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