“Reset”, a Rende «nessun accordo elettorale politico-mafioso». Le motivazioni della sentenza
Per il collegio giudicante «l’istruttoria dibattimentale non ha offerto elementi di prova certi in ordine alla sussistenza del presunto patto»

COSENZA Nella costruzione dell’indagine “Reset” e nel corso del processo scaturito dalla maxi inchiesta contro la Confederazione di ‘ndrangheta cosentina, la Dda di Catanzaro ipotizza l’esistenza di un’area grigia dove avrebbero trovato posto uomini e donne, imprenditori, politici e professionisti ritenuti più o meno vicini ad ambienti torbidi dell’hinterland cosentino. In questo contesto viene associata la vicenda che ha visto coinvolto anche l’ex sindaco di Rende, Marcello Manna: assolto all’esito del processo di primo grado (leggi qui). Secondo l’accusa «il candidato a sindaco del Comune di Rende per le elezioni amministrative del 26 e 27 maggio 2019 (e già primo cittadino del medesimo comune), accettava la promessa da parte di Adolfo D’ambrosio e Massimo D’Ambrosio di procacciare voti in favore dello stesso Manna». Il 9 gennaio 2026, sono state rese note le motivazioni legate alla decisione del collegio giudicante di assolvere l’ex amministratore rendese.
Le accuse e il processo
Al capo 171, veniva contestato a Marcello Manna «di aver stipulato, anche per il tramite di intermediari, un patto elettorale politico – mafioso con Adolfo e Massimo D’Ambrosio, nella loro qualità di vertici e promotori del sodalizio criminale. I D’Ambroso, secondo l’impostazione accusatoria, avrebbero procurato (o, in ogni caso, promesso di procurare) voti utili alla elezione dell’allora candidato sindaco «avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano e, in cambio, Manna avrebbe promesso l’utilità consistente nell’affidamento del Palazzetto dello Sport di Rende». Il riferimento all’ex sindaco di Rende si coglie in una comunicazione intercettata il 19 aprile 2019, nel corso della quale, durante gli squilli in ambientale, si sente la voce di Massimo D’Ambrosio, il quale parla con altre persone vicino a lui e dice testualmente: «Io sto portando a Manna e Munno». Già all’esito del ricorso con esito favorevole espresso dal Riesame nei confronti di Manna, i giudici avevano sottolineato come «tale frase appare totalmente priva di contesto (…) non può ricavarsene con sufficiente grado di probabilità il significato che l’interlocutore intendeva attribuirle».
Nel corso di una conversazione confidenziale intercorsa con la moglie, Massimo D’ambrosio riporta indirettamente le parole che sarebbero state pronunciate dall’allora candidato sindaco in merito al presunto «rilascio forzato dei locali dove era ubicato il Bar Colibrì».
La sentenza e la motivazione
Nell’elenco delle persone assolte al termine del processo di primo grado scaturito dall’inchiesta “Reset” figura, oltre a Marcello Manna anche Pino Munno, ex assessore del Comune di Rende. Il loro coinvolgimento aveva scatenato il terremoto politico-giudiziario poi conclusosi con lo scioglimento dell’Ente deciso dal ministro dell’Interno dopo la relazione redatta dalla terna commissariale nominata per verificare l’esistenza o meno di infiltrazioni mafiose.
Il collegio giudicante non ha evidentemente ravvisato la presenza di sussistenti prove per procedere con la condanna dei due imputati per i quali l’accusa aveva invocato una pena pari a 10 anni in relazione al presunto rapporto intrattenuto con alcuni uomini della criminalità. Per i giudici «l’istruttoria dibattimentale non ha offerto elementi di prova certi in ordine alla sussistenza del patto elettorale politico-mafioso» basato su un presunto accordo tra «Pino Munno e Massimo D’Ambrosio» e tra «Marcello Manna e i fratelli Massimo e Adolfo D’Ambrosio, quale corrispettivo del procacciamento di voti in vista delle competizione elettorale del 26 e 27 maggio 2019». Nelle motivazioni della sentenza viene spiegato come la documentazione prodotta dalla difesa in relazione alla procedura di gara per l’affidamento dei lavori di ristrutturazione del Palazzetto dello Sport di Rende e la successiva gara per la gestione della struttura, dimostri «in maniera inequivoca» come la gara si fosse conclusa in una fase antecedente. In buona sostanza, deve escludersi – annotano i giudici, «che Manna potesse avere assunto un impegno serio, concreto e vincolante a fronte del sostegno offerto da D’Ambrosio per la campagna elettorale. Inoltre, le intercettazioni richiamate dall’accusa a sostegno della tesi proposta nella fase delle indagini e nel corso del procedimento «non consentono di ricostruire in maniera certa ed inequivoca i termini dell’impegno che sarebbe stato assunto da Manna rispetto all’affare del Palazzetto dello Sport». (f.benincasa@corrierecal.it)
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