Il fatalismo magnogreco sul dissesto idrogeologico e il solito magna magna
Vite parallele tra Mancini e Salvini, tra legge ponte e Ponte sullo Stretto

Nessuno è andato a cercare Liliana Bianco e suo figlio, unici abitanti rimasti a Cavallerizzo, vecchia frazione Arbëreshë di Cerzeto, che nella notte tra il 6 e il 7 marzo del 2005 vide fuggire dal paese i suoi 300 abitanti. Come a Niscemi, anche a Cavallerizzo «tutti sapevano che era necessario controllare e incanalare le acque che alimentavano la frana, ma l’incuria e le inadempienze delle istituzioni hanno “risvegliato il drago”». Parole che trascrivo dal bel libro-inchiesta di Vito Teti, Il risveglio del drago. Cavallerizzo: un paese mondo tra abbandono e ricostruzione, scritto a vent’anni da quei fatti rimossi con sacrilegio, perché quello che accadde in un piccolo e sconosciuto paese ha rilevanza per tutti noi.
Benvenuti nella Calabria del dopo ciclone. Siamo alla conta dei danni, arsenico e vecchie polemiche, nuovi stanziamenti e la prevenzione che non c’è.
Locride devastata, molti lungomari completamente sbrindellati e snaturati dalla violenta mareggiata. Finalmente il Tg3 nazionale ha riferito della linea ferroviaria tirrenica cosentina, esile e aggredita, che interrompe i collegamenti italiani quando il mare la divora, come è accaduto la settimana scorsa nel blackout totale. Cronisti in allarme riferiscono che tra Paola e Fuscaldo, dove la linea ferroviaria lambisce il Tirreno, aggredito da erosione e barriere che crollano, le nuove protezioni saranno realizzate da Rete Ferroviaria Italiana soltanto nel 2027. Intanto arriverà qualche altro ciclone, ma nel frattempo raccontano la frottola che arriverà l’Alta Velocità ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria su un tracciato sfasciato e privo di difese marine strutturali.
Gli imprenditori balneari, rappresentanti di categoria poco liberali, sono andati in pellegrinaggio da Occhiuto a chiedere ristori e piani adeguati di salvaguardia delle loro strutture. Bisognerebbe ricordarsi che il cambiamento climatico è in atto e che le strutture vanno ripensate con montaggi e smontaggi, altrimenti saremo presto alla stessa situazione. Per i Beni culturali si lamentano danni alla Porta di Terra e all’Orologio a Isola Capo Rizzuto, mentre alla Villa Romana di Casignana lembi di mare e residui di fango hanno coperto il mosaico di Dioniso; è stata già aspirata l’acqua che aveva invaso il sottopassaggio che conduce dalla zona monumentale a quella residenziale. Parliamo di un giacimento culturale molto frequentato e che solo qualche giorno prima di Harry era stato visitato da studenti e da una comitiva spagnola. Attenti ai nuovi finanziamenti. A rischio crollo anche l’antica Giudecca di Caulonia: non ci sono case, ma è un luogo storico che va preservato.
Siamo alle solite. Pressappochismo e fatalismo. Un quadro ben descritto e analizzato sul Corriere della Calabria da Emiliano Morrone. Il ciclone riattiva il meccanismo dello stato di emergenza già visto troppe volte. Soldi non impegnati e nessun intervento strutturale di prevenzione. Mi sono andato a riguardare le 38 pagine della Dgr del 31 luglio 2017 della giunta Oliverio, che aveva programmato con tecnici di altissima capacità la spesa di 306.699.722,88 euro di fondi per opere e difese idrogeologiche di 170 aree a rischio della Calabria. Incarico affidato a un tecnico per avviare il progetto con i Comuni interessati per governarlo meglio dal basso. Procedure burocratiche complesse e staff comunali esili più di una sogliola non hanno prodotto nulla, nemmeno per gli 88 centesimi di euro previsti. Fa eco il consigliere regionale Ernesto Alecci, il quale riferisce invece di 65 milioni di euro per la difesa costiera tirrenica, finanziati sempre con fondi Por e Fesr mai utilizzati. A una sua interrogazione del 2022 al competente assessore regionale ai Lavori pubblici si era sentito rispondere che una Commissione si era riunita per ben 13 volte senza arrivare a nulla e che «le diverse riorganizzazioni della struttura della giunta regionale e dei dipartimenti avevano inciso negativamente». Insomma, mareggiate e tornado si organizzano in modo catastrofico, mentre burocrazia e politica di ogni colore si riorganizzano solo a gestire potere partitocratico senza risolvere nulla, da autentici campioni del fatalismo magnogreco.
Lo stesso fatalismo siciliano, come quello del ministro Musumeci, che da governatore non ha fatto nulla per la frana di Niscemi che minacciava il paese da decenni e ora annuncia un’inchiesta. Musumeci vada a rileggersi le conclusioni dell’inchiesta disposta dal ministro dei Lavori pubblici Giacomo Mancini che, 60 anni fa, dopo la frana di Agrigento, dopo aver inviato due commissioni di competenti tecnici, ottiene una relazione che sarà valutata dall’Espresso: «burocraticamente impeccabile, metodica, analitica, distaccata, spietata». La rivista dell’Istituto Nazionale di Urbanistica vi dedica un numero monografico.
Mancini trasmette la relazione all’autorità giudiziaria, avvia provvedimenti disciplinari contro i responsabili, porta la questione in Parlamento, rischia di provocare una crisi di governo e inizia una serie di provvedimenti che fanno nascere la Legge ponte che Francesco Erbani, a 40 anni di quei fatti, definirà «esemplare non solo nell’urbanistica, ma anche per altri settori della vita pubblica, in virtù dei molti elementi di programmazione e di pianificazione che intendeva introdurre nel sistema».
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Il giudizio storico adopera il tempo verbale imperfetto perché a Mancini fu impedito di attuare la riforma. E dalla Legge ponte siamo passati a giocare a scippa-mazzetto con i fondi stanziati per il Ponte e su come è meglio spenderli. Giacomo Mancini è stato un tema caldo della settimana. Non per la frana di Agrigento, così simile a quella di Niscemi, ma per una dichiarazione della deputata Simona Loizzo che lo ha paragonato a Matteo Salvini, ministro dei Trasporti. Loizzo lo aveva fatto già altre volte in passato. Riscontro con piacere, da manciniano di stretta appartenenza, che molta opinione pubblica calabrese, con scatto pavloviano, rivendica l’unicità dello statista di Cosenza. In molti non hanno accettato il paragone. Due diverse Repubbliche, stile e ideologia ben differenti, posizione sui diritti opposta, risultati storici strutturali al momento tutti a favore di Mancini. Sul paragone della cosentina Loizzo, leghista atipica, conta molto la fascinazione politica verso Giacomo Mancini, che ha sempre conquistato consensi e apprezzamenti nella borghesia laica regionale da cui proviene. È per lei il politico socialista la figura di riferimento per il suo leader attuale per decisionismo, tigna e sviluppismo, non certo per cultura politica.
Ad esempio, Mancini era possibilista sul Ponte sullo Stretto, ma nel 1978, quando era il turno di Andreotti a riesumare il progetto con un convegno e un Consorzio di imprese private e pubbliche, è l’esponente socialista a chiedere conto presentando un’interpellanza che costringe il divo Giulio a rispondere subito.
Mancini contestò ad Andreotti che l’iniziativa non fosse inquadrata nella programmazione generale economica del Mezzogiorno e senza alcuna consultazione dei Consigli regionali di Sicilia e Calabria. Dichiarò Mancini al tempo al Messaggero: «Il rischio è che, come spesso avviene nel Mezzogiorno, sorgano due partiti su problemi non immediati: quello in favore del Ponte e quello contrario. Così non si discute più sulle questioni reali». Parole storiche che diventano attualità nei giorni in cui ci si accapiglia su come spendere i soldi di un Ponte che allontana la messa in sicurezza di due delle regioni più fragili nella geologia e prive, in diverse aree, di trasporti degni del XXI secolo. (redazione@corrierecal.it)
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