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L’audizione in antimafia / 3

L’allarme sulla ‘ndrangheta in Brasile: riciclaggio e vuoti normativi, non solo cocaina ma capitali

Investimenti nell’economia legale brasiliana, confische difficili e la necessità di riforme per colpire i capitali delle cosche

Pubblicato il: 03/02/2026 – 10:44
di Giorgio Curcio
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L’allarme sulla ‘ndrangheta in Brasile: riciclaggio e vuoti normativi, non solo cocaina ma capitali

LAMEZIA TERME Un’alleanza che regge su una divisione dei compiti netta e su profitti enormi: nell’audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il magistrato brasiliano Lincoln Gakia (Pubblico Ministero di San Paolo) ha descritto l’asse tra Primo Comando della Capitale (PCC) e ’ndrangheta come il perno più avanzato del traffico di cocaina verso l’Europa. Il magistrato brasiliano in audizione, in modo chiaro, ha legato la stabilità dell’intesa ai margini (elevatissimi) del business: dai prezzi d’origine, indicati come molto bassi nei Paesi produttori, ai valori di vendita europei, con picchi su alcuni mercati. Una forbice che – nelle sue parole – rende la collaborazione «di successo» e difficilissima da interrompere senza una risposta coordinata.

L’interconnessione Brasile–Italia

Ma dall’audizione emerge anche un ultimo aspetto, non meno rilevante: il riciclaggio. La ’ndrangheta non solo come partner nel traffico di droga, ma anche il Brasile come possibile destinazione di investimenti mafiosi. In questo contesto si colloca l’operazione “Arancia” del 2024, condotta in collaborazione con la DIA di Palermo, che ha documentato investimenti nell’economia legale brasiliana riconducibili a interessi mafiosi. Gakia ha confermato che nel 2024 un’indagine condivisa con la Polizia federale e il Ministero pubblico federale ha rilevato investimenti di mafiosi italiani «nel nord-est e nel sud del Brasile, in particolare a Santa Catarina», con impieghi in immobili e fondi.

Le norme da cambiare

Il nodo centrale, però, resta quello normativo. «In Brasile – ha spiegato il magistrato – la confisca è più difficile», perché oggi è lo Stato a dover dimostrare l’origine illecita dei beni, anche quando i patrimoni risultano manifestamente incompatibili con redditi e capacità economiche dichiarate. Per questo il nuovo disegno di legge a cui Gakia ha lavorato punta a introdurre, nei casi di criminalità mafiosa, l’inversione dell’onere della prova: in presenza di un sospetto qualificato, dovrebbe essere il titolare o l’impresa a dimostrare la provenienza lecita dei capitali. Un impianto che richiama, nella sua filosofia, gli strumenti italiani di aggressione patrimoniale.

Il “nodo” dell’edilizia

Quanto ai settori più esposti, Gakia ha indicato soprattutto l’edilizia: acquisizione di imprese già solide attraverso prestanome e successiva “iniezione” di capitali criminali mescolati con i ricavi leciti. E ha ammesso anche un vuoto sugli strumenti amministrativi: non esisterebbero meccanismi analoghi a quelli italiani per interventi rapidi sull’infiltrazione, se non soluzioni episodiche ottenute usando norme sugli appalti. Infine, il magistrato ha insistito su due elementi che rendono la minaccia transnazionale più resistente: comunicazioni criptate e finanza opaca. Ha descritto sistemi di trasferimento che riducono il passaggio fisico del contante, con frazionamenti sotto soglia, reti di operatori e – sempre più – l’uso di strumenti digitali. Il messaggio alla Commissione è chiaro: senza cooperazione investigativa stabile e strumenti normativi moderni, sequestrare singoli carichi non basta, perché le organizzazioni mettono in conto una quota di perdite e continuano a rigenerare la filiera. (g.curcio@corrierecal.it)

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